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«Ci vediamo alle 18 allora»

«Yes, a dopo!»

«Sono fuori»

  • Heart Wind and Fire
  • Cool and the Gang
  • Michael Jackson
  • Janet Jackson
  • Whitney Houston
  • Aretha Franklin
  • Grandmaster Flash
  • Bob Marley
  • Sister Sledge
  • Diana Ross
  • James Brown
  • Barry White
  • Ray Charles
  • Steve Wonder
  • Jackson 5

Questa è la playlist che Kingsley mi manda a qualche giorno dal nostro TEDAME. ( e dalla nostra pizza, perchè le chiacchiere si sono prolungate parecchio e soprattutto il piccolo Martino voleva giocare con Kingsley e mostrargli il suo nuovo gioco spaziale, che lancia in aria gli astronauti con un palloncino a propulsione).

Ascoltando questi artisti è come se entrassi anche io nella testa di Kingsley e ne cogliessi l’armonia che rende il suo passo così energico e danzante. La colonna sonora che muove il suo corpo e lo mette in comunicazione con quello che c’è al di fuori di lui. Tutto intorno. Oltre.

A me era arrivata quella sonorità di Kingsley, ma non l’avevo mai abbinata ad epoche o stili musicali.

Gli anni settanta e ottanta, sì diamine! I grandiosi anni 70/80.

Ho sempre visto e intravisto Kingsley per Ravenna, a teatro, ad eventi culturali, in biblioteca, alla Holden.

Qui in particolare, in coppia con Luca, un altro personaggio danzante, lo vedevo all’opera e la sua accoglienza era sempre sorridente, teatrale, libera dai fronzoli dei convenevoli.

“The mirror stares you in the face and says

“Baby, uh, uh, it don’t work”

You say your prayers though you don’t care

You dance and shake the hat”

Earth, Wind & Fire – Boogie Wonderland (Official Video)

Sapevo che avere una conversazione con lui sarebbe stata l’occasione per toccare tante questioni, in particolare di come la cultura, le esperienze teatrali giovanili, la mobilità europea segnino lo sviluppo della persona.

Come il teatro penetri le carni adolescenziali nutrendo l’incontenibile energia e vitalità di quella stagione della vita.

Quali opzioni di vite e di strade mi sono persa non avendo fatto quella esperienza quando ero adolescente, mi chiedo. Non aver incontrato guide teatrali come quelle delle Albe, non aver giocato con i classici del teatro.

L’infanzia di Kinglsey è a Boncellino, frazione di Bagnacavallo e qui cresce con le sue due sorelle Janet e Whitney. Mi racconta del sentimento di profonda sorellanza-fratellanza che unisce il trio e che è rifugio accogliente nei passaggi più complessi, dentro e fuori la famiglia.

Oltre ai suoi genitori e le sorelle, un altro membro della famiglia che Kingsley vuole ricordare è Yuko, il loro cane, un pastore scozzese ( sì, un Lessie) che è vissuto con loro in quel di Boncellino e che deve il suo nome alla passione del papà di Kingsley per il karate e Bruce Lee.

Un punto – “yuko” – è assegnato per un pugno a mano chiusa (tsuki) a testa, collo, pancia, fianco, schiena o torso dell’avversario. Wataaaaaa

How you gonna do it if you really don’t wanna dance

By standing on the wall

(Get your back up off the wall)

‘Cause I heard all the people sayin’

Get down on it, come on and

Get down on it, if you really want it

Get down on it, you gotta feel it

Get down on it, get down on it

Get down on it, come on and

Get down on it, baby, baby

Get down on it, get on it

Get down on it

Kool & The Gang – Get Down On It (Official Video)

Premetto subito che la storia di Kingsley, vista la lunga chiacchiera, tutti i bicchierini di tè, le mille mandorle,  probabilmente non la racconterò come merita, segnando quindi tutti i passaggi cronologici, ma voglio provarci e innanzitutto a lui, vorrei restituire un po’ di quanto mi sono presa io, tra le risate e lo stupore.

Kingsley nasce da mamma italiana e papà nigeriano, non che questo assuma per me rilevanza, ma lo esplicito solo e solamente per raccontare un passaggio che Kingsley ha voluto condividere sul suo legame con una parte della sua identità, la Nigeria. 

Ovvero la voglia di incontrarla, scoprirla, dettagliarla maggiormente.

Questa una delle cose che abbiamo in comune, ovvero l’urgenza, ad un certo punto della propria vita, di sapere di più su chi si è, sulle terre lontane nelle quali affondano un pezzo di radici della propria esistenza, di quella della propria famiglia.

Io questa urgenza l’ho avuta a 23 anni e ho provato a soddisfarla quando, finita la stagione lavorativa al mare, prima degli esami universitari, partì per il Marocco. 

Tre lunghi mesi, per me, in aperto confronto e scontro con questo pezzo di me.

Iniziai un corso base di arabo classico, non sopportavo più quello stato di analfabetismo , per il quale non sapevo leggere nemmeno le insegne dei negozi. 

Tutti i giorni quindi andavo a casa di questa maestra, Malika, mi sedevo nei banchetti da scuola primaria e sillabavo come se avessi avuto 6 anni, facevo i compiti, ricopiavo lettere, leggevo paroline e le trascrivevo sul quaderno.

Volli andare anche al “bled”, così si dice in Marocco, per riferirsi alle montagne o lo zone rurali dove sono nati i nostri antenati, prima di scendere in città.

Lì conobbi parenti lontani, ritmi di vita e lavoro lontani dai miei, che non sapevo mi appartenessero, anche solo un poco.

«Storie, voglio storie, scoprire altre storie» mi dice Kingsley.

Kingsley mi parla quindi di nonno paterno Alfred, padre di Hubert, fratello gemello di Harry e per questo chiamati “the twins”.

Nonno Alfred vive a Enugu, capitale dell’omonimo stato federale e dove si stimano ( dato wiki del 2007) circa 688.862 abitanti. Il gruppo etnico maggioritario sono gli IGBO, tra i gruppi più popolosi della Nigeria.

«Il nonno l’ho visto per la prima volta in videochiamata, ed avevo in programma il viaggio per la Nigeria nel 2020, poi la pandemia».

Il nonno di Kingsley purtroppo muore senza che vi sia stato l’incontro che Kingsley sperava, ma mi racconta del funerale e come questo passaggio sia celebrato come una vera e propria festa.

«In Nigeria si tengono 2/3 giorni di festa, per celebrare la persona che si era in vita, si accompagna l’ascesa dello spirito attraverso la musica, i balli, i canti».

É una vera e propria “Celebration of Life” come testimonia questo video di youtube su un funerale in Enugu  https://www.youtube.com/watch?v=q7KDHBUzCYU

They’re out to get you, better leave while you can

Don’t wanna be a boy, you wanna be a man

You wanna stay alive, better do what you can

So beat it, just beat it

You have to show them that you’re really not scared

You’re playin’ with your life, this ain’t no truth or dare

Michael Jackson – Beat It (Official Video)

«La mia prima parola l’ho pronunciata a Boncellino ed è stata BATMAN! Sì batman!

Un supereroe, senza superpoteri, ma che ha l’intelligenza necessaria per cambiare la sua vita»

E, aggiungo io: quella degli altri e di Gotham City.

Kingsley sin da piccolo è un appassionato di paleontologia, la zia gli regala libri su libri, ad ogni compleanno fino a quello dei 18 anni, per il quale con suo sommo stupore riceve una camicia.

«rimasi sconvolto? cos’è? una camicia? perchè?» Kingsley vedeva in quella camicia il passaggio che doveva essere avvenuto, a sua insaputa, nella percezione di sua zia nei suoi confronti, da bimbo a ometto di 18 anni, dai dinosauri alle camice da “ragazzo a modo”.

Il suo preferito rimane “Dinosauri dalla A alla Z” del paleontologo Benton, un libro sacro per Kingsley che si divora e che lo rende, come si definisce lui, un bimbo un po’ saccente sulle questioni scientifiche. 

«Correggevo sempre l’insegnante alle elementari, finché un giorno la maestra Rita mi disse: “ascolta Kingsley vuoi venire tu a spiegare?”- e secondo te cosa le risposi? – Le risposi “Sì!”, “Sì maestra vengo io!”».

Questo piccolo scienziato paleontologo un po’ irriverente e saputello.

Stop pressurin’ me, just stop pressurin’ me

Stop pressurin’ me, make me wanna scream

Stop pressurin’ me, just stop pressurin’ me

Stop pressurin’ me, make me wanna scream

Tired of you tellin’ the story your way

It’s causin’ confusion

You think it’s okay

You keep changin’ the rules

While I keep playin’ the game

I can’t take it much longer

I think I might go insane

Michael Jackson, Janet Jackson – Scream (Official Video)

Alle superiori sceglie l’ITIS, scuola nella quale per tutti è “il fratello di Janet” che quella scuola l’aveva già frequentata e che per stare ai livelli di rendimento della sorella, non bastava più la rendita dei libri di Benton e zia Rita.

Quindi “giù a studiare”.

È proprio in questo primo anno di superiori che irrompe nella vita di Kingsley il teatro, con la non-scuola, progetto che non posso che definire usando le parole di chi ha animato questo progetto straordinario , ovvero Marco Martinelli: 

“La felicità del corpo vivo, la corsa, le cadute, la terra sotto i piedi, il sole, i corpi accaldati dei compagni, l’essere insieme, orda, squadra, coro, comunità, la sfera-mondo che volteggia e per magia finisce dentro la rete.

Scuola e teatro sono stranieri l’uno all’altra, e il loro accoppiamento è naturalmente mostruoso. Il teatro è una palestra di umanità selvatica e ribaltata, di eccessi e misura, dove si diventa quello che non si è; la scuola è il grande teatro della gerarchia e dell’imparare per tempo a essere società. Quando Cristina Ventrucci parlò di non-scuola, la definizione fu accolta senza discussioni. Il gioco è ancora oggi l’amorevole massacro della Tradizione. Non “mettere in scena”, ma “mettere in vita” i testi antichi”.

Il primo spettacolo che vede Kingsley è Dracula, con in scena la sorella Janet, mentre il primo al quale partecipa con la scuola è L’inventore del cavallo di Achille Campanile.

Dopo aver “messo in vita” Campanile, alla porta di Kingsley bussa un’opportunità inaspettata da cogliere al balzo.

«Cercano palotini per mettere in scena “I Polacchi”!»

Kingsley si iscrive ai provini che sono indetti al Rasi, alla presenza di Martinelli.

«Camminavo per via di Roma e non sapevo esattamente dove fosse il teatro all’epoca, quindi fermai un signore e glielo chiesi: -scusi, dov’è il teatro, mi sto perdendo?- lui mi rispose:-Proprio qui, vieni con me, sto andando anche io a teatro».

Il destino volle che il passante al quale Kingsley chiese le indicazioni, fosse proprio Martinelli che di lì a poco lo ascoltò sul palcoscenico per il suo primo provino.

Fatalità.

«Kingsley, sei stato preso!!»

«Partimmo per Catania, il mio primo volo in aereo e dopo quell’esperienza ce ne furono tante altre: L’Ubu Bur dove ebbi l’occasione, oltre di lavorare con Martinelli e Montanari, anche di conoscere Mandiaye N’Diaye. Poi Limoges, Napoli, Rennes, Milano».

Il teatro accompagna Kingsley per tutte le superiori, il ritmo era intenso e le interrogazioni seguivano le tourneè teatrali. 

Un altro elemento che accompagna Kingsley è senz’altro l’amicizia fraterna con Omar e Gaglio, i suoi fratelli acquisiti dai banchi di scuola e dei quali mi racconta delle infinite conversazioni sulla via del ritorno a casa e del tempo trascorso insieme a loro. Tempo di crescita, condivisione, fratellanza.

Un trio con le sorelle e un trio con i fratelli.

Clock strikes upon the hour

And the sun begins to fade

Still enough time to figure out

How to chase my blues away

I’ve done alright up ‘til now

It’s the light of day that shows me how

And when the night falls

Loneliness calls

Oh, I wanna dance with somebody

I wanna feel the heat with somebody

Yeah, I wanna dance with somebody

With somebody who loves me

Whitney Houston – I Wanna Dance With Somebody (Official Video)

Tournée, amici e interrogazioni, interrogazioni, amici e tournée fino alla maturità e alla scelta dell’università.

Geologia a Ferrara, questa la scelta di Kingsley che non abbandona quel seme germogliato nella prima infanzia che lo incuriosiva sulla Paleontologia e su quali sembianze avesse questa nostra anziana Terra milioni di anni fa.

La Geologia studia i processi fisico-chimici che plasmano e trasformano la Terra, una ricerca continua di segni che raccontano la storia di questa palla galleggiante che è il pianeta terra.

Tra i progetti universitari che intraprende a Geologia sicuramente degno di nota è quello svolto sulle Dolomiti.

«Il progetto prevedeva due settimane sulle Dolomiti, due settimane in esterna per studiare e mappare gli aspetti geologici, geomorfologici, antropici e paesaggistici di questo patrimonio Unesco.

In particolare era prevista una lunga escursione in giornata, dodici ore.

Con i miei compagni, in particolare con gli amici Maia e Felix,ci siamo avviati verso le vette, procedendo sull’itinerario previsto, che dovevamo affrontare da soli per poi rientrare al rifugio.

Camminavamo per i boschi e vedevamo segni sugli alberi. Eravamo certi fossero di orsi che prima o poi si sarebbero parati davanti a noi.

Camminavamo e speravamo di non fare la fine di quegli alberi, ovvero che gli orsi scegliessero le nostre facce per farsi le unghie.

Camminando sulla via del ritorno, ormai all’imbrunire, incontriamo un gruppo di camosci.

“se ce la fanno i camosci ce la faremo anche noi” pensavo.

Dopo ore arriviamo finalmente al rifugio, stremati, felici di essere sopravvissuti e di non aver incontrato orsi.

-“Allora ragazzi, come è andata questa prima escursione?”

-“bene prof, ma è pieno di orsi là fuori!”

-“e come fa a dirlo Ngadiuba?”

-“ i tronchi tutti segnati, graffiati, abbiamo temuto di fare la stessa fine prof!”

-“ ma quali orsi Ngadiuba? Trattasi dell’attività stagionale di muta dei cervi locali che rinnovano i propri palchi. Usano alberi e arbusti per il distacco del velluto che li ricopre e che ne sviluppa l’apparato osseo»

I break down and cry

So walk on by

You walk on by

You walk on by

I just can’t get over losing you

And so if I seem broken in two

Walk on by, walk on by

This foolish pride is all that I have left

So let me hide

Aretha Franklin – Walk On By (Official Audio)

Nonostante Kingsley provi a nascondersi in mezzo ai camosci delle Dolomiti, scappando da orsi immaginari, il teatro lo trova e alla sua porta bussa un’altra incredibile esperienza, quella con Cosimo Severo, regista della Bottega degli apocrifi.

“Bottega degli Apocrifi nasce a Bologna nel 2000 dall’incontro di tre studenti universitari che si stanno formando nelle discipline teatrali e un musicista studente al Conservatorio.

Nel 2004 la compagnia teatrale compie una migrazione controcorrente e si trasferisce da Bologna a Manfredonia, città d’origine di alcuni membri del gruppo, con l’obiettivo politico di coltivare il deserto, che meno d’effetto suonerebbe “per portare il mestiere del teatro dove non c’era”, scommettendo che il teatro possa essere un lavoro anche in Italia, anche a Sud.

La fortuna è che il teatro, per definizione, non lo si può fare da soli: chi sta sul palco non ha ragion d’essere se non c’è almeno una persona in platea… è un atto creativo fondato sulla relazione”.

La prima avventura di Kingsley con gli Apocrifi è un’opera per il Teatro Ragazzi, Nel bosco addormentato.

Opera liberamente ispirata a Perrault, i fratelli Grimm, Tahar Ben Jelloun, Giambattista Basile, Italo Calvino e come scrivono gli Apocrifi, “ a tutti coloro che un giorno nel bosco hanno incontrato la Bella Addormentata e ce l’hanno raccontato”.

Con la drammaturgia di Stefania Marrone e Cosimo Severo.

Kingsley è il principe, un uomo che non riesce a stare fermo e zitto.

«Ballavo e parlavo in romagnolo».

Poi ci sarà Sinbad, personaggio difficile per Kingsley sotto tantissimo punti di vista a partire da quello fisico. 

«Per questo personaggio, per via dei movimenti che dovevo fare sul palco, mi sono consumato le ginocchia», oltre ai tanti chilometri macinati tra Ferrara, Ravenna e Foggia.

Don’t push me ‘cause I’m close to the edge

I’m tryin’ not to lose my head

It’s like a jungle sometimes

It makes me wonder how I keep from going under

It’s like a jungle sometimes

It makes me wonder how I keep from going under

L’esperienza teatrale si intreccia con la carriera universitaria di Kingsley.

Arriva quindi la laurea e la scelta di quello che sarà il dopo. Il teatro viene messo in pausa e l’obiettivo di Kingsley dopo la laurea è poter iniziare un percorso di studi all’estero. 

 Il primo tentativo è Bristol.

Tra le altre cose che motivano la scelta di Kingsley,la principale è che lì insegna Benton e per un punto, un solo dannato punto in meno nel test di inglese, svanisce questa opzione.

Hit the road Jack and don’t you come back

No more, no more, no more, no more

Hit the road Jack and don’t you come back no more

What you say?

Hit the road Jack and don’t you come back

No more, no more, no more, no more

Hit the road Jack and don’t you come back no more

Si tenta quindi la Svezia, Kingsley manda la candidatura e parte in bicicletta con la compagna del tempo.

Ravenna-Gubbio in bicicletta, 200 km circa, per dimenticarsi dell’application e schiarirsi le idee.

Poco allenamento, accampamenti improvvisati così come le docce, lusso per due ciclisti per caso che trovano ospitalità inaspettata da una famiglia umbra.

Ma proprio lì in mezzo a quel tanto pedalare e a quel tanto sudare arriva la risposta.

So dry your tears, I seh

No woman no cry

No woman no cry

Little darlin’, don’t shed no tears

No woman no cry

Bob Marley – No Woman, No Cry (Official Video)

«Ero stato preso per la Svezia, Università di Upsala! 10 giorni per fare le valigie e trovare casa! »

E Svezia sia!

Kingsley trova finalmente casa dopo tanto vagare e tanto cercare, il proprietario si chiama Rodrigo e la casa è talmente bassa che è difficile anche stiracchiarsi la mattina. La visuale? non delle migliori, con la finestra che dà sulle ruote della macchina di Rodrigo, ma questo è il meglio che Kingsley trova ad anno accademico già avviato.

Come in tutte le cose che fa, Kingsley si immerge con piedi e mani nella vita universitaria svedese e viene assorbito totalmente da lezioni, papers da consegnare e scadenze da rispettare.

Lui studiava, scriveva e faceva poco altro.

«Kingsley l’hai vista? »

«Visto cosa? »

«L’aurora? »

«No! Stavo studiando! »

E di nuovo:

«Kingsley, allora l’hai vista? »

«Visto cosa? »

«L’aurora? »

«No!No! Stavo studiando!»

Some people ask me

What are you gonna be?

Why don’t you go get a job? uh-uh

All that I could say

I won’t give up my music

Not me, not now, no way, no how, oh, oh

Sister Sledge – Lost in Music (1979)

I mesi passano ad Upsala e l’ambiente accademico inizia a rivelarsi diverso dalle aspettative di Kingsley.

«Iniziavo a pormi molte domande sulla mia reale appartenenza a quel luogo. Non sopportavo più la saccenza di certi approcci scientifici alle questioni che volevo approfondire, non trovavo coerenti i metodi di ricerca e faticavo a trovare un approccio umano verso lo studente e i suoi bisogni ».

La goccia che fa traboccare il vaso e che fa dire è Kingsley che quello non è il suo posto arriva quando, al limite dei dubbi e della sua personale crisi, scoppia in lacrime nella biblioteca del dipartimento.

«Nessuno, dico nessuno si è fermato. Non un compagno di studi, non un docente. Mi sono sentito solo e lì ho deciso che dovevo cambiare strada e ambiente, provare ad ascoltare le domande che tutti i giorni da settimane mi stavo ponendo ».

There’s a new me coming out

And I just have to live

And I wanna give

I’m completely positive

I think this time around

I am gonna do it

Like you never knew it

Oh I’ll make it through

The time has come for me

To break out of the shell

I have to shout

I’m coming out.

Diana Ross – I’m Coming Out

Kingsley torna a Ravenna ed è l’anno della grande produzione del Teatro delle Albe sull’Inferno dantesco.

«Quel ritorno al teatro mi ha ridato energia, voglia di ricominciare una strada diversa, continuare a cercare la mia strada ».

Whoa! I feel good, I knew that I would, now

I feel good, I knew that I would, now

So good, so good, I got you

Whoa! I feel nice, like sugar and spice

I feel nice, like sugar and spice

So nice, so nice, I got you

James Brown – I Feel Good

Kingsley arriva alla Holden grazie al servizio civile che per lui sarà illuminante e segnerà le sue successive scelte formative e professionali. 

Dopo il servizio civile si para davanti a lui la via del volontariato europeo che lo porta in Turchia per partecipare ad un progetto intergenerazionale all’interno di una scuola dell’infanzia turco-americana in collaborazione con un centro anziani.

Dopo la Turchia si vola in Spagna con il corpo europeo di solidarietà, a Calahorra, paesino nel Nord della Spagna.

Qui implementa un progetto per la biblioteca civica, elaborando un gioco di ruolo che porta in biblioteca bambini/e e adolescenti.

Ahh, the first, my last, my everything

And the answer to all my dreams

You’re my sun, my moon, my guiding star

My kind of wonderful, that’s what you are

I know there’s only, only one like you

There’s no way, they could have made two

You’re all I’m living for

Your love I’ll keep for evermore

You’re the first, you’re the last, my everything

Mobilità e progettazione europea, volontariato, progetti per promuovere la cultura e lettura, infanzia e adolescenza come target privilegiati, D&D, game based learning, sono i paletti che Kingsley affonda nel suo nuovo cammino che l’ha portato ad iscriversi all’Università di Torino a scienze dell’educazione, scelta dettata dalla presenza di un insegnamento caratterizzante proprio sul game-based learning.

We’ll be jammin’ until the break of dawn

(We’re in the middle of the makings of the master blaster jammin’)

We’ll be jammin’ until the break of dawn

(We’re in the middle of the makings of the master blaster jammin’)

(We’re in the middle of the makings of the master blaster jammin’)

Yeah, yeah

Yeah, yeah

Stevie Wonder – Masterblaster (jammin’) 6min. version

Gli anni di mobilità europea, il teatro, l’attivismo culturale che ha nutrito a Ravenna e altrove, hanno permesso a Kinglsey di costruire una rete di relazioni con tantissime persone e realtà europee con le quali ora progetta e costruisce progetti candidabili per i bandi europei.

Il suo sogno è riuscire a vincere un progetto europeo sul quale sta lavorando da tanto tempo con un network composta da Spagnoli, Bulgari e Italiani sul Role Playing e la mitologia europea, altra passione di Kingsley.

Kingsley cosa vorresti che succedesse nei prossimi anni a Ravenna?

«+ centri giovanili, +luoghi dedicati alla creatività, + Holden , una bibliofficina creativa insomma».

Grazie Kingsley, sei stato una fonte inestimabile di racconti e ispirazione. 

La tua è una storia che suggerisce che il mondo è un posto grande dove gettarsi a viso aperto, con coraggio.

Dove mettere in vita sé stessi e i propri sogni, tentando e ritentando senza mai smettere di giocare e ascoltare buona musica.

Don’t you blame it on sunshine

Don’t blame it on moonlight

Don’t blame it on good times

Blame it on the boogie

That nasty boogie bugs me

But somehow it has drugged me

Spellbound rhythm gets me on my feet

I’ve changed my life completely

I’ve seen the lightning leave me

My baby just can’t take her eyes off me

The Jacksons – Blame It On the Boogie (Official Video)

«Mi mandi la posizione?»

«Certo Pam!»

«C’è giusto lo scalino della porta, ma la mia casa è tutta piana. Vi aspetto!».

Pamela, cresciuta e vissuta ad Adrano ma nasce ai piedi dell’Etna, in una cittadina siciliana che si chiama Biancavilla, Comune della città metropolitana di Catania.

Leggendo sulle origini del nome scopro che qui un gruppo di esuli albanesi nel XV secolo trovò riparo dalle persecuzioni ottomano-turche sulle falde dell’Etna e qui fondarono una propria comunità chiamata ”Terra di Callicari”. Dal 1599 prende il nome di Biancavilla in omaggio molto probabilmente alla Regina Bianca di Navarra, la regina Bianca, originaria di Pamplona e regina consorte di Sicilia agli inizi del quattrocento dopo il matrimonio per procura con Martino I, re di Sicilia.

Una figura femminile quella della regina Bianca di Navarra che ha segnato la storia dell’isola.

Si trovò Regina di Sicilia dopo la morte prima del marito e poi del suocero e condusse la riconquista delle città occupate dal Cabrera ricompattando le forze della monarchia aragonese e attraversando in lungo e in largo la sua amata Sicilia.

Protagonista delle vicende politiche della Sicilia spagnola questa Regina, come tante donne rimane una storia da riscoprire a partire dai piedi dell’Etna, dove decise di vivere per molti anni e che è anche il luogo amato al quale tornano i ricordi di Pamela, ricordi di infanzia che mi racconta con gli occhi illuminati di chi si ripensa bambina.

La sua è una famiglia numerosa di origine contadine: «non avevamo grandi disponibilità economiche ma la cosa preziosa che avevamo erano i valori della mia famiglia che si teneva insieme, stretta e amorevole, insegnandoci che prima delle cose materiali dovevamo essere ricchi e forti dentro».

Pamela era una ragazzina cagionevole di salute e questa sua apparente fragilità le costò una precoce rinuncia agli studi, tema che ritorna nel suo presente come manchevolezza da sanare.
«Avrei voluto studiare giurisprudenza, diventare avvocata».
E non fatico a comprenderlo visto il senso profondo di giustizia che la anima nel suo presente, combattiva come è lei nel perseguire agibilità e soprattutto l’esigibilità di diritti fondamentali per sua figlia Giada, con una  disabilità che l’accompagna dalla nascita.

Pamela lascia la Sicilia a 26 anni, per raggiungere la sorella a Ravenna e qui inizia a lavorare e immaginare il suo futuro lontano dalla Sicilia e dalla sua famiglia.
«I primi tempi mi mancava la famiglia, la Sicilia, mi portavo addosso un senso di fragilità maturato negli anni dell’adolescenza, ma avevo anche la voglia di costruire una me più forte, indipendente».

Incontra Rosario, il suo futuro marito e padre delle sue tre bimbe, con il quale trova, come dice Pamela, un nuovo equilibrio, una rinnovata voglia di costruire il futuro a quattro mani, perseguendo la serenità e quella felicità che l’amore per Rosario le aveva portato nella sua vita.

Da qui in poi il racconto si fa più faticoso a tratti doloroso. 

In me l’ascolto di Pamela ha smosso alcune corde interne, profonde, che solo l’empatia sincera verso un’altra donna e madre è capace di fare.
Pamela, con un atto di estrema forza e immensa generosità ha voluto condividere con me questo pezzo di vita e farne narrazione condivisa, perchè un frammento del suo cuore potesse essere a disposizione di chi ha vissuto tristezze, dolori, fatiche, abissi simili ai suoi. 

Perchè la condivisione, ne sono profondamente convinta, unisce le persone, le avvicina, pelle a pelle, facendo ritrovare quella umanità che ci scalda, ci ridimensiona e centra come persone sociali e non individui fuori dalle relazioni.

Sale in me la paura di non saper utilizzare le parole giuste, trasmettere quei silenzi e quelle pause, sorsi di te, che hanno dato a Pamela il tempo necessario a questo racconto. I vuoti a lei essenziali per recuperare le forze e raccontarmi ancora un pezzo e un altro ancora.

Sono parole che cercherò di appoggiare una ad una su questo foglio che immagino essere un panno morbido, pulito, caldo, come sono i luoghi nei quali si appoggiano le cose preziose, come i figli, le figlie, come i bambini, le bambine, come Giada.

«Ero incinta, felice, in attesa della mia prima bimba e i giorni passavano nella grazia e nella piacevole fatica che la gravidanza, a volte, porta con sé. La tranquillità è stata però turbata all’improvviso al quarto mese di gravidanza, da alcuni dolori che ho iniziato a percepire. Gli esami mi hanno diagnosticato un’infezione da toxoplasmosi».

Questa infezione  la costringe in ospedale, ricoverata per quattro lunghi mesi in ginecologia, in una  stanza da sei letti, con il continuo passaggio di mamme partorienti, delegazioni di benvenuto per i neonati e le neonate.
La immagino lì, nel reparto, giornate infinite e incontri che si susseguono di nascita in nascita con le future madri, i futuri padri, costretta a trovarsi sullo sfondo di quadretti familiari che forse le procuravano ancora più ansia e turbamento di quello che stava già vivendo.

«Ero tornata a casa da qualche giorno, ero all’ottavo mese e le notti passavano e venivo accompagnata da sogni ai quali ho poi dato un significato dopo, sognavo rumori che non conoscevo, inquietudini che emergevano di notte».

La pressione a 180, una crisi ipertensiva, la fa trasportare a Cesena d’urgenza per un cesareo che porterà Giada a nascere in una notte agostana.
«Quando è nata Giada ero felice, il suo viso era come se lo avessi sempre conosciuto, ero quasi convinta di averla già incontrata in sogno».

Pamela aveva trascorso gli ultimi mesi della sua gravidanza in ospedale e aveva saltato tutta quella parte che caratterizza gli ultimi mesi che precedono una nascita: cercare abitini, accessori e corredi che allietino la venuta e preparino il nido.

«Avevo voglia di recuperare quel tempo e quando potevo farlo, chiedevo a Rosario di accudire Giada, per poter girare sola, di negozio in negozio. Mi innamoravo di tutto quello che vedevo, abitini, copertine, sdraiette».

Dopo un mese e mezzo dalla nascita di Giada arriva il giorno che cambierà tutto, il giorno in cui il tempo per Pamela e Rosario si è fermato, giorno dal quale sono ripartiti con all’orizzonte un futuro diverso dalle aspettative di due neo-genitori e con la consapevolezza parziale di quali sarebbero state le prove da superare come genitori, come uomini e come donne.

Giada ha un’improvvisa crisi epilettica, la prima. Pamela, sola a casa, cerca di fare qualcosa che non ha mai fatto prima, contenerla, prega che finisca, che la bimba stia bene, subito, per sempre.
Giada viene trasferita d’urgenza a Bologna la diagnosi è come un macigno sul cuore, encefalopatia grave.

«Era la prima volta che entravo in un reparto come quello e la sola cosa che riuscivo a pensare e chiedermi è se mia figlia sarebbe diventata come i bambini e le bambine che vedevo in quei corridoi, se sarei stata in grado di essere un genitore di una bimba con una disabilità grave, se Giada sarebbe stata bene, in qualunque condizione le fosse toccato vivere, ma bene, viva, con me».
«Ho vissuto tre mesi e mezzo nei corridoi della terapia intensiva, a Bologna, mentre Giada era intubata e familiarizzavo giorno dopo giorno con un mondo che è un luogo parallelo a ciò che la maggioranza delle persone vive quotidianamente».

Quei luoghi se non sono vissuti, conosciuti, raccontati da chi attraversa quella penombra di dolore e voglia di vivere, semplicemente non esistono.

Pamela mi ha dato il privilegio di accostarmi a quella porta e ascoltare un po’ di quel dolore, perché tutti sappiano che esiste e insieme ad esso esistono uomini, donne, umanità che lo abitano quotidianamente e che hanno bisogno di essere visti, certamente non compatiti, ma visti innanzitutto, rispettati e messi nelle condizioni di condurre esistenze dignitose, illuminate, lontane dall’oblio della distanza, dell’invisibilità e  della penombra.

Dopo l’ennesima crisi la decisione è quella di trasferire la piccola Giada a Roma, al Bambin Gesù, uno dei più grandi policlinici e centri di ricerca pediatrici d’Europa.

Questa eccellenza ospedaliera Italiana nasce a Roma nel 1869. Fino ad allora i bambini venivano accolti nelle stesse stanze degli adulti, senza ricevere cure commisurate alla propria età e condizione di infanti. La ragione era che l’infanzia non esisteva. Esistevano i bambini e le bambine, ma non la cultura dell’infanzia e dei loro diritti.
In una teca dell’Ospedale si trova ancora un piccolo salvadanaio, detto il “dindarolo” che fu il primo investimento della famiglia Salviati, in particolare della Duchessa Arabella Fitz James Salviati che lo ricevette in dono come iniziale investimento per il suo progetto di primo ospedale pediatrico, sul modello dell’Hopital des Enfantes Malades di Parigi.

Qui Pamela affronta uno dei periodi più difficili della propria esistenza.

«Giada era ricoverata al Bambin Gesù ed io mi ritrovavo sola a Roma, mentre Rosario continuava a lavorare e venire non appena riusciva. Non c’erano posti disponibili nelle strutture di accoglienza per famiglie con bimbi ospedalizzati e quindi trascorrevo notte e giorni in corsia. Dormivo nelle sale d’aspetto e mi lavavo nei bagni pubblici. Ogni giorno era un nuovo giorno di lotta di Giada per la vita e di resistenza per me».

Passano i mesi per Pamela che ormai abita quei luoghi e ne conosce persone, storie che si intrecciano alla sua. La congregazione di suore che abitano nel convento dove Pamela trova accoglienza ogni tanto le danno conforto, conoscono la sua storia, il cammino che sta facendo come madre, come donna.

«Cercavo spesso conforto nella chiesetta del convento nel quale quando trovavo posto riposavo al di fuori dell’ospedale, pregavo, pregavo tanto». 

Cos’è la fede Pamela? è qualsiasi cosa ti tenda la mano? Ciò che ti si materializza davanti agli occhi quando ti scuotono nel mezzo della notte mentre dormi seduta con la testa nel palmo della mano per dirti che devi andare da Giada, che la crisi cardiaca questa volta è forte.

E vedi da lontano quell’uomo che non riesci nemmeno a guardare in faccia, quello che prende in custodia i bambini che non riescono a sopravvivere e che ti fa venire il groppo in gola ogni volta che si avvicina a te.

«Trovai una dottoressa che mi diede la speranza che cercavo, una speranza di vita per Giada e che divenne la mia luce».

Ogni mattina la dottoressa le andava incontro dandole un po’ di aria da respirare: «anche stanotte è superata Pamela, dai che la nostra Giada è forte!».

«Era come se Giada ogni giorno combattesse contro un mostro, lottava con le unghie e con i denti per tornare alla vita e lo faceva ogni santo giorno, crisi dopo crisi sembrava andarsene, ma poi tornava da me».

Arriva il Natale di Pamela al Bambin Gesù: «andai al mercato di Porta Portese, volevo addobbare la stanza di Giada, fare l’albero, rendere colorato e luminoso quello spazio perchè lei ne aveva bisogno e con lei anche io, anche perchè per noi quella era ormai diventata casa».

Un anno, dodici lunghi mesi, questo è il periodo che trascorrono Pamela e Giada al Bambin Gesù.

«Non volevo uscire da lì, avevo paura di cosa ci fosse fuori. Avevo paura della vita fuori da quel luogo che aveva salvato Giada e l’aveva resa ogni giorno più forte. Fuori di lì cosa ci sarebbe stato?».

Questo si chiedeva Pamela uscendo, tornando a Ravenna.

«Non volevo vedere nessuno, ero arrabbiata con il mondo, dovevo trovare un nuovo equilibrio e questo è successo grazie a Giada e alla simbiosi che tra noi si è creata. Siamo cresciute insieme in questo cammino ed è stata lei a guidarmi e rendermi sempre più forte, riappacificarmi con il mondo, con me stessa».

Nascono altre due splendide bambine, Noemi e Giulia e Rosario e Pamela trovano quella dimensione familiare calda e accogliente che è rifugio e serbatoio di energie per affrontare tutte le difficoltà, insieme.

Ed è proprio da questo spirito che nasce l’associazione “il sorriso di Giada”, associazione che da anni lavora per diffondere una cultura dell’inclusione, della conoscenza di cos’è la disabilità, promuovere uno sguardo sulla disabilità che sia libero da pietismo e commiserazione, ma sia invece uno sguardo di condivisione, riconoscimento reciproco.

Pamela è una forza e nel giro di pochi anni con le tante persone che si sono avvicinate all’associazione, anche per poco tempo, persone che hanno appoggiato progetti, istituzioni, medici, famiglie, costruisce una rete di relazioni che negli anni l’ha portata a realizzare progetti importanti per la comunità, a partire da Giada.

Penso al sollevatore che l’associazione ha donato alle Terme di Punta Marina che permette alle persone con disabilità e patologie neuromotorie di poter accedere alla piscina ed essere immersi in acqua grazie a questa attrezzatura.

Penso alla passeggiata solidale organizzata in città con l’obiettivo di rendere visibile la disabilità, contrastare l’isolamento alle quali molte famiglie con disabilità si confinano e raccogliere fondi per le attività e le cure. Sicuramente anche sensibilizzare sull’accessibilità delle città alle persone con disabilità, quanto anche solo uno scostamento del marciapiede o rampe occupate da bici o auto possano rendere impossibile la vita di una persona che si muove con una carrozzina o è ipovedente per esempio.

Penso al progetto dei carrelli “accoglienti”, dal nome “Caroline’s Cart”, invenzione statunitense che è arrivata grazie a Pamela e alla collaborazione con Coop all’Iper di Ravenna.

Carrelli che permettono ai genitori che fanno la spesa, magari soli, di poterlo fare utilizzando un solo carrello che contiene la spesa e può sostituire le carrozzine. Una società veramente inclusiva dovrebbe dotarsene in ognidove, no?

E infine penso ai progetti nelle scuole che hanno portato tra i bambini e le bambine la pet therapy e la musica come strumento di accoglienza e inclusione delle disabilità.

L’elenco continua, ma mi fermo qui, perchè il mio intento è farvi conoscere questa realtà, dirvi che tra le future sfide di Pamela e dell’associazione c’è il progetto delle spiagge inclusive, tutte, perché si radichi nell’accoglienza turistica anche il tema dell’accessibilità e dell’inclusione e soprattutto dirvi che se volete potete darle una mano.

Mi racconta infine della partecipazione nelle settimane precedenti ad un evento di moda, al quale ha fatto sfilare, insieme a Noemi e Giulia, anche Giada. Perché Giada è bellissima e lo era ancora di più nel suo abito glitterato e con tra i capelli un diadema luccicante.

Nel primo ricovero di Giada a Bologna Pamela si chiedeva questo:

«sarei stata in grado di essere un genitore di una bimba con una disabilità grave?».

Credo che tutto quello che mi ha raccontato Pamela conduca ad una sola, incontestabile risposta, ovvero che lei, Rosario, le sue figlie hanno avuto la forza di fare del “sorriso di Giada” un’energia condivisa, dalla quale possano attingere anche altre famiglie che si trovano in difficoltà o che intraprendono, come fecero loro, questo cammino.

Ouidad: Sono vicino a via Maggiore
Benilde: Ok perfetto
Benilde: Me preparo poi vengo da te
Ouidad: 😊

Benilde, “colei che combatte per il bene” o “contro gli orsi”, dipende su quale sito sulle origini dei nomi capitate, ma per Benilde entrambe le versioni sono valide.
Sì, Benilde è certamente dalla parte del “bene”, ma senza ombra di dubbio potrebbe far scappare un orso se si mettesse sulla strada tra lei e le cose che ama o sogna.

Roar!

Benilde è mozambicana, figlia di una casalinga e di un carabiniere, famiglia umile, numerosa, originaria di Vilanculos ( sì, il nome suona buffo, ma cercatevi le foto delle spiagge, guardate il colore del mare e soffrite in silenzio come ho fatto io). Da Vilanculos si trasferiscono a Maputo, la capitale, per seguire il papà nel suo lavoro nelle forze dell’ordine.

«Mia madre ha indossato “il lutto” per 5 anni»
Nel giro di pochi anni Benilde perde il papà e il fratello e questo passaggio segna irreversibilmente la sua vita e anche quella di sua madre che dopo queste perdite incolmabili si è tirata su le maniche e ha iniziato a lavorare nel settore dell’accoglienza turistica.

«Era partita comprando un paio di bungalow che affittava ai turisti, oggi ne gestisce 28. Un passo dopo l’altro si è costruita la sua attività e la sua impresa».

Gli anni della storia della famiglia di Benilde hanno però un sottofondo preciso, rumoroso e drammatico, del quale Benilde mi parla poco, i suoi sono ricordi d’infanzia, ma che io voglio almeno citare, ovvero gli anni che seguono l’indipendenza del Mozambico e l’irruzione in quella storia della guerra fredda, che rimase fredda solo per le due potenze che armavano i blocchi, ma soprattutto in Africa, la guerra fredda e i posizionamenti hanno significato guerre civili e rese dei conti tra il blocco sovietico e quello anticomunista.

In Mozambico si combatte dal 1975 sino al 1992, Frelimo e Renamo i due partiti contrapposti, il Fronte di Liberazione del Mozambico di matrice socialista e indipendentista e la Resistenza Nazionale Mozambicana, partito conservatore, anticomunista legato a doppio filo con i regimi razzisti di Sud Africa e Rhodesia.
L’Italia giocò un ruolo fondamentale, attraverso la comunità di Sant’Egidio, nelle trattative che portarono il 4 ottobre 1992, a Roma, il presidente mozambicano e segretario del FreLimo Joaquim Chissano e Alfonso Dhalakama, leader della Renamo a firmare un Accordo Generale di pace che metteva fine a 17 anni di conflitto con centinaia di migliaia di morti e 4 milioni di sfollati e rifugiati nei paesi confinanti.

La storia del Mozambico ovviamente continua e purtroppo anche gli strascichi dei conflitti e delle contrapposizioni, ma per questa parte vi rimando agli opportuni approfondimenti, oltre ai testi della Prof. Anna Maria Gentili, anche questo link a Internazionale può essere utile per alcune letture sull’attualità mozambicana.

Benilde arriva in Romagna agli inizi degli anni 2000, sposando un uomo di Conselice e anche per lei l’impatto non è stato dei più semplici.

«Da Maputo 1.700.000 abitanti a Conselice 9.000 abitanti, il salto è stato molto grande e continuavo a chiedermi, dove fossi, se quello era il posto per me oppure no».

Benilde ha poco tempo per gli interrogativi esistenziali e dopo appena due mesi inizia a lavorare presso l’allora Cepal di Lugo.
Benilde ha iniziato da operaia dell’ortofrutta la sua vita in Romagna, per poi passare per Bagnacavallo come cameriera ai piani e arrivare in riviera a Marina di Ravenna per una stagione estiva.
Il luogo nel quale mette le radici e che diventerà trampolino per i suoi sogni è il Ristorante “Ida” di Lido di Dante nel quale lavorerà per ben 13 anni.

«Da quando sono arrivata in italia la mia vita è stata completamente assorbita dal lavoro e dalle mie figlie che qui sono nate e cresciute, ero questo, madre e lavoratrice, in un vortice che non mi bastava più».

Ma dopo 13 anni a Lido di Dante, forte di una lunga esperienza nella ristorazione e accoglienza delle persone, Benilde decide di ascoltare la vocina che dentro di lei la esortava, da tempo ormai, a provare a costruire qualcosa di suo, che parlasse della sua storia, che riassumesse i 18 anni di vita qui e che idealmente avvicinasse il Mozambico a Ravenna.

«Avevo questo sogno nel cassetto: aprire un posto tutto mio, nel quale servire piatti della tradizione mozambicana, brasiliana, portoghese, fare come aveva fatto mia madre anni prima, partire dal niente e vedere dove questa strada mi avrebbe portata».

Si parte Benilde!

Il progetto inizia a prendere forma durante la pandemia, durante il periodo più buio che abbiamo vissuto dal dopoguerra ad oggi.
Mentre la maggior parte di noi cercava la strada per comprendere cosa fosse una pandemia globale, mutare le proprie abitudini, adattarsi alle nuove condotte sociali caratterizzate da mascherine, gel, distanze, contingentamenti, paure del contagio per sé e i propri cari, Benilde costruiva le fondamenta di un sogno che sa di futuro.

«Dovevo costruire un piano economico e chiedere un credito per poter partire con l’attività, quindi mi sono rivolta a un consulente che mi guidasse nella costruzione del progetto e nella sua sostenibilità per arrivare alla banca con qualcosa di solido, credibile e sul quale trovare un investimento indispensabile per partire».

Ecco, sapete come si chiama il consulente di Benilde?
Virgilio! Sì Virgilio!
Scroscio di applausi.

Virgilio, colui che soccorre Dante e lo salva dalle tre fiere della selva oscura, colui che lo conduce nel viaggio attraverso l’Inferno sino alla cima del monte del Purgatorio dove Beatrice accoglie Dante per portarlo verso la grazia divina. Virgilio, poeta e filosofo che guida Dante e lo conduce, attraverso la ragione, alle quattro virtù cardinali: prudenza, fortezza, temperanza e giustizia.

Queste quattro virtù le leggo tutte in Benilde che centra l’obiettivo e ottiene il prestito necessario per avviare la sua attività. Ad Aprile 2021 apre “O’ Coqueiro” a Ravenna, Rosticceria Churrascaria Multietnica, Brasiliana, Mozambicana, Portoghese.

Chamussan di carne, empanadas di formaggio, coxinha di pollo, chips di manioca, matapa vegetariana con riso o granchio, feijoada, churrasco a Rodizio. Il tutto in via Bassano del Grappa, dopo le 4 stagioni, per capirci tra ravennati cresciuti, come me, a Ravenna sud.

Altro scroscio di applausi!

O’Coquiero è, mia personale definizione, una rosticceria femminista! Benilde ha assunto una squadra tutta al femminile, in cucina c’è Gladys, domenicana e altre donne e ragazze, donne arrivate in Italia da poco, studentesse universitarie, madri, lavoratrici.

Benilde è arrivata in cima al monte del Purgatorio, come Dante, sfidando le fiere che le si sono parate davanti nei vari stadi della vita.
Mi piace pensare che le sue fiere abbiamo l’aspetto degli animali che abitano il Mozambico, come elefanti, ghepardi, leoni, iene.
Virgilio ha certamente contribuito al trapasso, ma è Benilde, con la sua forza, la sua risata contagiosa, la sua potenza che ha creduto nel suo sogno, combattuto orsi e fiere ed è giunta a dire:

«Ho 42 anni e oggi mi sento me stessa, padrona della mia strada e del mio futuro».

«Finisco iniziativa, riunione, intervista e arrivo»
«Sì! Ti aspetto!»

Questo Tedame prima della chiusura di questa campagna elettorale per le amministrative di Ravenna non potevo non dedicarlo a Michele, il candidato sindaco, il Sindaco.
Grazie a questa campagna elettorale ho dato il via a questo progetto di incontri e racconti di persone della città, che è andato al di sopra delle mie aspettative ed è diventato serbatoio di energie e motivazione per tutta la campagna.

Tutte le storie che ho raccolto in questi mesi, la straordinarietà che si cela dietro all’apparente ordinario, la comunanza di valori ed esperienze che ho ritrovato ad ogni incontro, volevo idealmente trasferirle a chi guida la città, ovvero Michele de Pascale.
In realtà volevo che anche lui si sedesse su quella sedia nel mio cortiletto in Borgo San Biagio, per bere un sorso di Tè e raccontarsi, fuori contesto, dandomi la possibilità di trasferire, questa volta io a chi legge, angolature inedite della storia di un giovane uomo che oggi è sindaco di una città bella, complessa, sui generis coma Ravenna e che ha già alle spalle un cammino denso di vita, non solo politica.

Sono passati alcuni giorni dal TEDAME con Michele, ma proprio questa sera decido di sedermi al computer e scrivere del nostro incontro, perchè sono particolarmente ispirata e perchè proprio oggi lui, giovane sindaco d’Italia, il nostro sindaco, ha rappresentato la sua comunità all’inaugurazione dell’OMC e ha difeso dal podio dal quale ha parlato, davanti ai vertici del settore energetico mondiale, ai ministri di vari paesi tra cui l’Egitto, un ragazzo, poco più giovane di lui, Patrick Zaky, che da febbraio 2020, è stato privato della sua libertà e della sua voce.

Lui è stato solido come un monolite, integro come solo un uomo di ideali e passione può essere.

Non può passare uno spillo attraverso il manto di sicurezza e integrità che si deve indossare quando si devono afferrare “certi microfoni” e parlare. Le esitazioni sono concesse solo se sono parte dell’emozione che ti da ancora più forza per finire la frase.
E così è stato.

In questo TEDAME con Michele ho provato a ricostruire parte di quello che c’è prima di quel podio e cosa lo ha portato integro, nella forma e nell’ideale, ad afferrare quel microfono, così come tanti altri e farlo con quella solidità che non lascia passare uno spillo e allo stesso tempo accogliendo le emozioni che ti fanno ingoiare i “magoni” e fare un altro passo in avanti.

Michele arriva zaino in spalla dopo riunioni, visite sui territori e interviste.
La campagna elettorale per chi è sindaco in carica è una prova fisica oltre che mentale e il mio TEDAME, programmato da settimane, arriva alla fine di una lunga giornata e diventa spazio di ristoro e calma.

«La mia coscienza politica è maturata negli anni liceali, incontrando la filosofia nel mio percorso di studi e iniziando a vivere i primi momenti di attivismo politico giovanile e studentesco»

Sono i primi anni duemila e anche io, che ho pochi mesi in meno di Michele, colloco lì l’inizio della passione per la politica e l’interesse per ciò che stava succedendo intorno a noi… e come non esserlo?
In piena adolescenza, Michele, io e tutta la nostra generazione, è passata dal ‘900 al nuovo millennio, dal millennium bug, la mucca pazza, l’elezione di W. Bush, la seconda Intifada, Genova, il G8, Carlo Giuliani, l’11 settembre, la guerra in Afghanistan, l’invasione dell’Iraq, la SARS, l’introduzione dell’euro, l’attacco di Atocha, l’allargamento a est dell’UE, pappagalli verdi di Gino Strada e potrei continuare con tanti altri passaggi sui quali noi, adolescenti di allora, giovani attivisti politici o “attivati per forza di cose” abbiamo costruito la nostra coscienza politica, sempre guardati un po’ dall’alto verso il basso da chi aveva vissuto altre “grandi stagioni”, ma col senno di poi anche noi abbiamo dovuto processare un bel po’ di cose e di cambiamenti epocali, attraversando le nostre “grandi stagioni”.

«In famiglia la politica era un oggetto da maneggiare con cautela, viste le divergenti vedute tra mio padre uomo cattolico del sud,orientato a centrodestra e la famiglia di mia madre, saldamente a sinistra»

Diciamo che il dibattito familiare Michele lo supera da sinistra, mettendo la freccia e clacsonando, candidandosi direttamente in Consiglio Comunale a Cervia appena 19enne e dichiarando così il suo posizionamento a sinistra.

«Mio padre non mi parlò per tre mesi, prese malissimo la mia candidatura e non andò a votare quella volta».

L’arrabbiatura si attenua grazie all’ironia:

«Capì che non era più così arrabbiato quando mi disse: vabbè meglio di sinistra che milanista!»

Dopo un anno Michele perde il suo papà e nel guardarsi indietro legge gli anni insieme a lui come fondanti, essenziali per radicare nel suo sé profondo valori che sono per lui identitari, viscerali e guida nell’oggi:

«Mio padre mi ha iniziato a film come Amistad e Blues Brothers, al genere gospel e alla storia delle migrazioni della mia stessa famiglia che passò per Ellis Island e che nell’Oceano che separa l’Europa e gli Stati Uniti perse il mio bisnonno, morto in mare durante la traversata».

«Se mio padre vedesse cosa è oggi la destra italiana, impregnata di razzismo e xenofobia credo che faticherebbe a riconoscersi, lui che fondava la sua idea nel liberalismo e in un impianto di valori che erano allora trasversali, a partire dall’antirazzismo».

Ma del dibattito politico familiare, plurale e contrapposto nelle visioni, Michele ha interiorizzato l’apertura verso la dialettica politica, terreno di crescita comune se praticato con rispetto reciproco e ascolto delle ragioni di tutte le parti.

Un altro pilastro della sua esistenza e della sua formazione, come uomo innanzitutto, è il nonno Paolo, Paolino, che è venuto a mancare poche settimane fa e al quale ha dedicato queste parole:

Ciao Paolino,

per me sei stato un nonno, un secondo padre, un amico ma soprattutto un modello a cui ho cercato di ispirare tutta la mia vita.

Hai vissuto una vita intensa e invidiabile, sei nato in giorni bui, hai fatto il bambino fra le bombe, sei stato coraggioso e visionario, un lavoratore instancabile e un imprenditore capace, un marito, padre, nonno e bisnonno senza eguali. Ho pianto sulla tua spalla nei giorni più tristi e condiviso con te le gioie più grandi della mia vita, mi hai sempre consigliato, sostenuto e incoraggiato.

I tuoi valori, il tuo ottimismo incrollabile, la tua allegria travolgente e il tuo amore infinito li porterò sempre con me.

Michele

«Mio nonno è una colonna portante per me e la mia famiglia, saldo ai suoi valori, è stato un uomo che ha sempre vissuto il suo tempo, in ogni fase della sua vita ha saputo adattarsi al mondo che cambiava velocemente intorno a lui, non si è mai lasciato superare dai tempi, ha sempre vissuto immerso nella contemporaneità»

Suo nonno è anche colui che ha venduto “la terra per comprare della sabbia” negli anni che precedono il boom di sviluppo turistico a Cervia, nell’incredulità e scetticismo dei suoi vicini e amici di allora. Originario di Pisignano, falegname, nipote di uno zio fabbro che nella Resistenza nascondeva le armi per i partigiani e nipote di un nonno caduto nella prima guerra mondiale, che oggi riposa nel sacrario militare di Redipuglia.
Quella sabbia comprata cedendo terreno agricolo fu una delle intuizioni geniali che nonno Paolo ebbe e che lo portò a iniziare la sua vita da gestore di un bagno al mare, bagno che porta il nome della mamma di Michele, il Bagno Marilena.
Da questo pezzo di vita Michele prende la passione per la spiaggia, la riviera romagnola e la voglia, anni dopo, all’età di 16 anni, di iniziare a lavorare stagionalmente al mare.

«Ero bagnino in spiaggia e ho lavorato tutte le estati fino agli anni dell’università. Amavo la ritualità che c’è dietro alla pulizia e riordino della spiaggia.

Quell’orario che va dalle sette alle otto di sera, nel quale si chiudono gli ombrelloni, si riordinano i lettini e si ridà calma e pace alla spiaggia dopo il caos della giornata balneare popolata di famiglie, bambini, bambine, giovani e meno giovani. Ancora oggi, quando ho anche solo un’ora di tempo libero sento la necessità di andare in spiaggia, respirare il mare e ritrovare un po’ di pace mentale tornando a quei giorni».
L’altro nonno è Mario, originario di Castel San Giorgio nel salernitano, uomo della pubblica amministrazione, segretario generale di tanti Comuni dai quali passa risalendo l’Italia e arrivando in Emilia Romagna dopo Umbria, Marche e Toscana.
In entrambi questi uomini si scorgono tratti, temperamenti e fili rossi che portano Michele fino al qui e ora, con alle spalle bagagli valoriali ed identitari che sono base e punto di partenza di tutto quello che sarà nel futuro di Michele.

Un altro sorso di Tè.

Michele non aveva in previsione, 6 anni fa, di candidarsi a sindaco di Ravenna e questo è un punto di partenza che vuole sottolineare lui stesso, perché in questo passaggio ripercorriamo uno dei lutti più dolorosi che abbiamo condiviso, ovvero la perdita di Enrico Liverani, candidato sindaco di Ravenna, con il quale avevamo lavorato negli 8 mesi precedenti la sua scomparsa, alla costruzione del programma di mandato e ad allargare la partecipazione di cittadine e cittadini al percorso partecipativo che si avviò quell’anno.
Michele era allora segretario provinciale del Partito Democratico e svolgeva un ruolo simile a quello di un allenatore: ricerca e selezione dei giocatori e giocatrici, motivatore, tessitore di equilibri politici.

Il passo in avanti che fece Michele nel 2016, fu uno di quelli che ti stravolgono la vita e i piani dal giorno alla notte, in un momento drammatico per la perdita di un giovane uomo, di un amico, di un punto di riferimento per un’intera comunità politica.

«Risposi presente! Lo feci per Enrico, per la comunità politica nella quale milito e soprattutto per la città di Ravenna. Ma nel cuore, oltre al dolore per la perdita di Enrico, avevo la certezza che avrei dovuto studiare incessantemente per arrivare ai livelli di preparazione e conoscenza che, io per primo, pretendevo dai sindaci o sindache che da segretario sostenevo per i territori»

A distanza di 5 anni dalle critiche e dai mugugni sulla sua presunta non conoscenza delle “questioni ravennati” , perché originario di Cervia ,è rimasta poca cosa e chi continua a volerlo colpire sul punto, batte ormai solo sulle sue origini e questo è prova di quanto studio, approfondimento e ascolto abbia impresso nella sua azione di governo del territorio arrivando fino al cuore di tante delle “questioni ravennati”.

Un altro lutto ci ha colpiti e segnati in questi cinque anni, poco prima che scoppiasse la pandemia, ovvero la perdita improvvisa di Fabrizio Matteucci, colui che ha passato a Michele la fascia tricolore e che è stato guida e punto di riferimento non solo per lui nel suo percorso di studio e approfondimento sulla città, ma per molti e molte di noi che giovani, ci affacciavamo alla politica locale.
Ecco, Fabrizio è stato uno di quelli che “le grandi stagioni” della storia e della politica te le raccontava per farne discussione presente, mai per incomprensibili comparazioni con la contemporaneità e su quanto questa sia peggiore dei “tempi che furono”.
Fabrizio, usando le stesse parole che Michele ha usato per suo nonno, è stato fino all’ultimo un uomo del suo tempo, proiettato più “sui tempi che saranno” e non facendo mai mancare il suo contributo perchè fossero in qualche modo migliori o che almeno qualcuno ci provasse.

«Riportare lo sguardo dei ravennati e delle ravennati in direzione del mare è sempre stato un mio pallino. Per me non era solo una battaglia politica ed economica, penso al Porto e allo sblocco di un cantiere che significa per noi occupazione e nuovi posti di lavoro per il futuro, bensì culturale. Non esisterebbe Ravenna senza il suo mare e il suo legame con l’acqua».

E la concretezza della visione possiamo toccarla con mano: nello sviluppo della Darsena, nell’integrazione del piano di studi di giurisprudenza con corsi e master orientati ai temi della portualità e della logistica, al parco marittimo che nascerà sulle nostre coste, per citare solo alcune delle politiche di questi ultimi 5 anni.

Ma come sindaco al primo mandato, la questione di proporzioni epocali, sfidante da tutti i punti di vista, che si è trovato a gestire è stata certamente la pandemia.

«Non sono riuscito mai, ripeto mai, ad arrabbiarmi per gli insulti che ricevevo in quei giorni e sono stati tanti, alcuni anche molto personali e violenti. Ma quando chiudi le scuole, quando annunci, via via, misure sempre più restrittive in un quadro pandemico che si evolve e peggiora giorno dopo giorno devi accogliere la frustrazione, la rabbia, la paura delle persone della tua comunità, soprattutto quando hai un ruolo di guida e di governo»

«Io chiudevo le scuole e ricevevo gli strali delle famiglie che non sapevano più come conciliare vita, lavoro, dad, smart e via dicendo, ma spesso mi ritrovavo nelle loro identiche situazioni con la voglia a volte di insultarmi da solo.
Ricordo numerose riunioni dei tavoli di governo, con Conte che ci annunciava nuovi dpcm da discutere o misure da approfondire con i territori, tenendo sulle ginocchia Gaia o Giacomo perchè Laura era in udienza e tutta la rete di nonni era al lavoro o in regime di isolamento per paura che si contagiassero, oppure perchè a nostra volta in quarantena per una positività a scuola».

Laura. Laura è un altro pilastro di Michele e con lui condivide il peso della gestione del ruolo di sindaco e la difesa strenua del loro spazio privato familiare, spesso invaso da quella parte di lavoro “inorganizzabile e imprevedibile” che è propria del sindaco, ma anche e soprattutto la tutela dell’equilibrio necessario per permettere sia a Michele che a Laura di realizzarsi professionalmente, condividendo appieno la gestione dei bambini e della famiglia.

«Sono orgoglioso dell’esempio che stiamo dando ai nostri due figli, ovvero quello di una famiglia paritaria che condivide ogni aspetto gestionale e organizzativo della famiglia e che permette così l’autodeterminazione di entrambi»

Su questo punto Michele sa che troviamo perfetta assonanza e che anche per me, da poco mamma, la gestione familiare o è paritaria ed equilibrata o non è e proprio oggi che mi sono sentita dire: ti vedrà molto poco tuo figlio in questo periodo intenso tra campagna e lavoro, rivendico ancora più forte l’esigenza di scardinare tutti quei meccanismi subdoli, spesso involontari, di instillazione del senso di colpa nelle donne, che le vuole occupate per la maggior parte del tempo nei lavori di cura e che, in caso contrario, non risultano pienamente rispondenti al modello genitoriale materno tradizionale e quindi giudicabili inadeguate o egoiste.

Come Laura e Michele, anche io ed Emilio lavoriamo in squadra per poter fare ognuno il proprio cammino, gestire tempo di qualità con nostro figlio e ignorare bellamente le aspettative dei benpensanti.

Ma parlavamo di pandemia, giusto? 

Anche se la gestione familiare, la conciliazione, le reti di mutuo aiuto, il benessere dell’infanzia che si trova in mezzo a tutto questo, sono alcune tra le questioni deflagrate in questa pandemia.
Abbiamo ripercorso i mesi più duri della gestione amministrativa in pandemia, mesi in cui abbiamo lavorato insieme a stretto gomito su tutte le questioni e in particolare quelle che riguardavano la tenuta del sistema dei servizi educativi, costruendo provvedimenti comunali ed emendamenti ai dispositivi di legge che discuteva il Parlamento per traghettare nidi e sistema del welfare in zona di sicurezza, scongiurando scenari di impoverimento della copertura di posti di nido sul territorio a causa delle perdite economiche dei gestori e concentrandoci sulla riapertura dei centri estivi prima e delle scuole poi.
Ma questa è cronaca dei fatti ricostruibile attraverso la stampa di quelle settimane, qui invece voglio lasciarvi altri passaggi, meno noti, gli off the records.

«Durante i primi mesi della pandemia, la prima ondata, mio nonno Paolo era sigillato in casa, vista la sua situazione di salute precaria e non vedeva nessuno al di fuori di mia madre che con mascherina e guanti gli portava da mangiare tutti i giorni. In quel periodo mi seguiva nelle tv locali o nei diversi interventi che da sindaco facevo in merito allo sviluppo della pandemia. In uno di questi interventi dissi che stavamo affrontando cose paragonabili a quelle vissute dai nostri nonni durante la guerra».

Dopo questo intervento squilla il telefono di Michele ed è nonno Paolo:

«Stavolta t’è dett una cazèda»
«Io nel 39-40 avevo 5/6 anni e la notte dovevo dormire nascosto sotto il fienile per paura dei rastrellamenti notturni che facevano i nazifascisti. Tuo figlio ha 5 anni e in questo lockdown corre in cortile»

Michele ammette che sì, non era per nulla paragonabile e che, ancora sì, il nonno gli diede l’ennesima lezione, necessaria a riposizionarsi e dare la giusta prospettiva alle cose che stavamo vivendo.
In questa fase della pandemia Michele ha abbandonato il suo lato comprensivo e dialogante, tenendo posizioni nette sulle questioni che stanno animando il dibattito pubblico quotidiano:

«io non capisco cosa porti nel 2021 a non vaccinarsi. Come non si sia ancora consolidato in modo granitico il pensiero secondo il quale è solo grazie alla scienza e allo sviluppo tecnologico che l’essere umano vive di più e meglio».

«E poi trovo grandioso, oltre che confortante, che la comunità scientifica mondiale si sia mobilitata per concentrare il massimo di energie possibili nel contrasto al covid19 trovando in tempi brevi, proprio grazie allo sviluppo tecnologico e allo scambio di saperi e conoscenze, il vaccino che riduce drasticamente contagi e morti.
E non vedo l’ora di vaccinare i miei figli!»

Abbiamo parlato poi di Alessandro del Piero suo idolo, legato a doppio filo con la memoria di suo papà e di Barack Obama, leader politico che affascina entrambi e di cui Michele spesso rilegge il discorso “the audacity of hope” che Obama tenne nel 2004 alla Convention del Partito Democratico americano e che lanciò non solo Obama verso la presidenza, ma fece soffiare un vento di cambiamento che arrivò fino alle nostre latitudini e ci fece assaporare anche a noi l’audacia e la speranza.

Sicuramente Michele ha respirato a pieni polmoni quel sogno e ne ha fatto ossigeno e humus per il cammino che sta costruendo con tutte e tutti noi.
Obama in quel discorso scolpisce due immagini potentissime che mi hanno dato i brividi e che mi hanno confermato “le cose che abbiamo in comune” io e Michele:

una fede nei sogni semplici e un’insistenza sui piccoli miracoli.

“Questo è il vero genio dell’America:una fede nei sogni semplici, un’insistenza sui piccoli miracoli:
– Che possiamo rimboccare le coperte ai nostri bambini e sapere che sono nutriti, vestiti e al sicuro.
– Che possiamo dire quello che pensiamo, scrivere quello che pensiamo, senza sentire bussare alla porta.
– Che possiamo avere un’idea e avviare la nostra attività senza pagare una tangente.
– Che possiamo partecipare al processo politico senza timore di ritorsioni e che almeno i nostri voti verranno conteggiati, la maggior parte delle volte.

Quest’anno, in queste elezioni, siamo chiamati a riaffermare i nostri valori e i nostri impegni, a difenderli contro una dura realtà e misurandoci con l’eredità dei nostri antenati e facendo una promessa alle generazioni future.”

Obama-2004-Democratic National Convention

Anche noi siamo chiamati a riaffermare i nostri valori e i nostri impegni durante questa campagna elettorale e tu, Michele, lo hai fatto spronandomi, ancora una volta, verso una Ravenna nella quale “SI PUÒ”!

In bocca al lupo a noi Michele e grazie, è stato un onore per me lavorare al tuo fianco in questi anni.

Danay: Ok. Sono uscita adesso dal lavoro. Mi faccio una doccia velocissima e vengo da te
Ouidad: Quando parti da Piangipane mi fai uno squillo please?
Danay: 👍🏾
Danay: Sto partendo

Io e Danay ci conosciamo da tanti anni, è un’amica di famiglia che con mia sorella Amal ha condiviso gli anni del cantiere degli autocostruttori di Piangipane, progetto che vide coinvolte decine di famiglie che contribuirono con il loro lavoro diretto a costruire le case dove oggi vivono.
Quindi la novità nel nostro incontro non è certamente il tè, che ha bevuto decine di volte, ma piuttosto questo momento di racconto inedito del suo passato che non è mai stato oggetto delle nostre chiacchierate.

«Sono stata una bambina felice e sono tuttora una donna felice e mi sento fortunata!», esordisce così Danay.

Felicità e fortuna per Danay risiedono in due valori, condizioni, stati, decidete voi come volete definirli, che sono fondanti per l’essere umano, spesso surclassati da altri, più materiali e consumabili e che per lei sono: tranquillità e amore.
Tranquillità come stato di quiete durevole, assenza di perturbazioni sia dell’ordine fisico che morale e Amore come lo definiva Dante, ovvero unione spirituale dell’anima e della cosa amata e nel caso di Danay urge usare il plurale, perchè di cose ne ama tante, a partire dalla sua famiglia numerosa.

«i miei nonni materni avevano 8 figli e quando ci riunivamo insieme arrivavamo ad essere 50 persone a tavola!»

Numerosi, ma anche di provenienze e origini diversissime tra loro. Ricostruire le parentele e le origini è questione arzigogolata, ma in sintesi è così: il nonno paterno di Danay è cinese, mentre la nonna paterna è afro-cubana, discendente di schiavi.
Da parte materna invece il il bisnonno di Danay era spagnolo sposato con una creola.

«Mio nonno veniva chiamato  da tutta la famiglia “el chino”»

Il nonno di Danay emigra a Cuba per lavorare nelle grandi infrastrutture ferroviarie che all’epoca il governo cubano aveva in cantiere, anche se la storia della migrazione cinese a Cuba risale già a metà Ottocento e nel 1899 sono 150.000 i cinesi a Cuba e testimonianza di questa grande comunità sono certamente il quartiere cinese e il “portico dell’amicizia”, un monumento cinese che si trova a l’Avana.
Anche la Cuba contemporanea ha molte relazioni con la Cina e questo certamente apre riflessioni importanti di natura geopolitica e sul piano delle “sfere di influenza” che oggi si giocano in quel punto del globo, da sempre strategico, fin dalla Guerra Fredda e che oggi è conteso tra Cina e Russia.
Ovviamente l’altro soggetto centrale di questo equilibrio di potere globale sono certamente gli USA che da oltre 60 anni agiscono un embargo che colpisce direttamente la popolazione, che seppur resistente, inizia a sentire i colpi di questo “bloqueo” combinato alla pandemia globale.

Consiglio un approfondimento di Limes, rivista italiana di geopolitica.

«Io ero la prima figlia e prima nipote. Questo aveva per me un peso enorme, in termini di aspettative e responsabilità verso i più piccoli, mio fratello e mia sorella»

Sicuramente nella scelta del suo nome i genitori avevano riposto un augurio “mitologico”, il suo nome deriva infatti dalla mitologia greca, Danae era la figlia di Acrisio, re di Argo, e di Euridice. «Danae, colei che ha sete!»

Acrisio non ebbe figli maschi e si rivolse all’oracolo per avere indicazioni sul suo futuro e questo gli disse che sarebbe stato spodestato dal figlio di Danae ed ucciso per mano sua.
Acrisio appreso del suo tragico destino decise di rinchiudere la figlia in una torre, ma Zeus se ne invaghì e si tramutò in pioggia per entrare nella torre e unirsi a lei.
Da questa unione nacque Perseo. Appreso della nascita del nipote, il re fece rinchiudere in una cassa di legno Danae e Perseo e li abbandonò in balìa delle onde. Intervenne infine Poseidone che li portò in salvo.
Il mito ovviamente continua con l’avvincente storia di Perseo.

Anche la nostra Danay è in qualche modo mitologica, sicuramente è mitica e anche nel corso della sua vita ha dato prova di grande resistenza, reazione e voglia di perseguire i valori nei quali crede.
Anche per Danay, la figura del padre, elemento che ho visto tornare in tantissimi dei TEDAME, è un punto di riferimento che le ha trasmesso i capisaldi sui quali costruire il proprio futuro: coerenza, onestà, rispetto della parola data.
Il papà di Danay è avvocato e le ha trasmesso la voglia di approfondire, studiare, ricercare sempre ciò che non si vede in superficie. Questa motivazione e voglia di uscire dai terreni battuti la invoglia a perseguire una tipologia di studi certamente inusuale per una donna di allora, diplomandosi come elettrotecnica navale.

«Volevi fare la marinaia?»
«Sì, non so, forse, ma certamente volevo dimostrare che potevo farcela!»

In realtà subito dopo il diploma l’occupazione di Danay non sarà in mare, ma piuttosto sulla costa della capitale cubana e a fine anni 90 è direttrice di un’azienda turistica e proprio qui incontra l’amore della sua vita: Giovanni.
Giovanni è di Ravenna, Piangipane per la precisione, ed è a Cuba in viaggio.

«Amore a prima vista! L’ho visto e sapevo che ci avrei passato il resto della mia vita»

Giovanni torna a l’Avana per i tre anni successivi, in cui coltivano questo sentimento, seppur a distanza per la maggior parte del tempo.
Dopo tre anni Danay vola in Italia per conoscere la famiglia di Giovanni e l’accoglienza calorosa dei due futuri suoceri le infonde la sicurezza di poter pensare a un pezzo di vita lontano dalla sua di famiglia.

«I miei suoceri, sin da subito, ce la mettevano tutta per farsi capire, capirmi, cercare di accogliermi nel migliore dei modi e quel calore non lo scorderò mai»

Il loro progetto di coppia italo-cubana inizialmente era quello di passare un po’ di tempo a Cuba e un po’ di tempo in Italia, avviando una gelateria a Ravenna che pensavano potesse funzionare solo stagionalmente. Questo permetteva a Danay di tornare a Cuba dalla famiglia e dal suo primo figlio, avuto in un precedente matrimonio e che in quel momento non voleva sradicare dal suo contesto di nascita.

«Dopo un po’ di tempo ci siamo resi conto che il programma iniziale andava aggiustato, perchè l’apertura solo stagionale non era sufficiente e io desideravo un secondo figlio con Giovanni»

Il primo figlio, Javier, raggiunge quindi mamma Danay a Piangipane e di lì a poco nasce Marco Alejandro e Danay inizia a ragionare su un nuovo progetto per sè stessa e il suo futuro lavorativo. Mettersi in gioco per Danay non è mai un problema e decide di iscriversi ad un corso professionalizzante promosso dalla Regione Emilia Romagna sull’assemblaggio e la meccanica dei sistemi.
Presto detto e presto fatto, anche qui forte del suo diploma da elettrotecnica navale, le sue competenze emergono presto e finito il corso trova lavoro in un’azienda con sede proprio a Piangipane, la Quick, una tra le più importanti realtà produttive di accessori nautici al mondo, leader in Italia e presente in oltre 60 Paesi.

«A me piace studiare, sono sempre assetata di conoscenza e leggere mi disseta. Leggo di tutto, religione, psicologia, i libri che mi manda mia madre da Cuba»

Scopro quindi di questo gesto di infinito amore che la mamma di Danay compie tutti gli anni, un loro rito in qualche modo, ovvero andare alla fiera del libro de l’Avana ogni anno e da lì spedirle tutti i libri che la ispirano.
Questo ha fatto sì che negli anni Danay si costruisse una libreria in lingua originale con i numerosi titoli scelti da sua madre.

Un’immagine stupenda di legame madre-figlia, nutrito a distanza, dai libri, che mi commuove.

Oggi Danay è impegnata anche nel sindacato dei lavoratori e lavoratrici e dopo più di 15 anni di lavoro in azienda è certamente titolata ad essere una voce di rappresentanza per i lavoratori e le lavoratrici.
Analogamente a tanti altri incontro anche Danay credeva di non avere una storia significativa di cui parlare, invece nel giro di un paio di ora abbiamo trattato tematiche che sono non solo interessanti, ma che hanno certamente una rilevanza politica e pubblica per me.

Penso al suo percorso professionalizzante, al quale ha potuto accedere grazie alla programmazione regionale finanziata dal fondo sociale europeo e quanto programmi come questi siano sempre più necessari per rigenerare le competenze e migliorare i livelli di occupazione di donne e uomini. Abbiamo, seppur indirettamente, parlato della storia delle migrazioni da e per Cuba, di schiavismo, di embargo. E per ultimo dell’impegno di Danay nel sindacato e di quanto questo sia legato al percorso del padre a ai valori che lui le ha trasmesso e che oggi la rendono una donna coerente, onesta, affidabile e per questo felice e tranquilla nella sua dimensione di donna, lavoratrice, sindacalista, madre.

La nostra chiacchierata non poteva che finire con una carrellata di foto di famiglia che Danay mi mostra dal suo telefonino con il suo grande sorriso. Ci sono la cugina cinese, l’altra che vive in Norvegia e con la quale, per incontrarsi a metà strada, si trovavano in Spagna.

Poi mamma e papà.

«Lo vedi? è cinese!»

«10 minuti di ritardo, scusami»
«figurati, ti aspetto»
«Arrivata!»

Maria Silvia Pazzi è un altro talento di calibro internazionale che trova i natali a Ravenna e dalla quale volevo carpire la fonte della sua inesauribile energia e potenza.
Io e Silvia ci siamo conosciute durante una cena di beneficienza e mi colpì la sua vitalità e la nonchalance con cui mi diceva che tra le tante cose che porta avanti professionalmente ha 4 figli. 
Io, che sono al primo figlio, la guardavo con gli occhi di chi guarda una specie di divinità, un’eroina contemporanea, ammirata.

Maria Silvia è oggi CEO di Regenesi, azienda bolognese (con un piede a Ravenna) che ha contribuito a fondare e che dal 2008 opera nel settore dell’economia circolare, quando ancora in pochi ne parlavano e certamente non era tra le priorità di nessuna agenda politica europea, men che meno globale.

Regenesi sposa il concetto di bellezza senza tradire l’ambiente, creando oggetti quotidiani moderni e sofisticati. Trasformiamo ciò che rimane della società dei consumi in prodotti di eccezionale qualità dallo stile senza tempo. Per fare del mondo un posto migliore, e più bello”. 

Così leggo alla voce “chi siamo” sul sito di Regenesi

Proprio in questo momento, in cui trascrivo, a distanza di giorni, il nostro TEDAME capisco che come a volte gli animali da compagnia assomigliano ai propri padroni, così l’azienda Regenesi assomiglia a Maria Silvia e viceversa: lei stessa è una fonte rinnovabile, rigenera le sue energie per farne qualcosa di nuovo, bello e stiloso. Sì, è proprio così.

La sua strada forse si può intravedere all’atto della scelta degli studi:

«mi sono iscritta ad economia con l’architettura nel cuore, ma all’epoca l’idea generale e comune era che con una laurea in economia il percorso professionale potesse essere più sicuro»

Quindi la tensione verso la bellezza, la progettazione, l’organizzazione e ideazione degli spazi abitati dalle persone è qualcosa che risuona in Maria Silvia da sempre credo.
Nei primi anni 2000 inizia ad occuparsi, anche qui pioniera, di innovazione e reti di imprese, lavorando con CNA ed Ecipar ovvero la struttura per la formazione, lo sviluppo e la diffusione dei “saperi” utili alle piccole e medie imprese (PMI) che da anni offre servizi a sostegno della crescita delle capacità manageriali, tecniche e professionali delle imprese artigiane.

Maria Silvia Pazzi è in continuo movimento e dopo questa esperienza inizia a scorgere un percorso autonomo che inizia con un MBA, master in business administration, alla Bologna Business School.
Regenesi arriva nel 2008: a Bologna la sede legale, a Milano lo showroom e a Ravenna la sede operativa di Maria Silvia Pazzi.
Questo progetto raccoglie tutte le visioni che l’hanno ispirata: made in italy, condivisione dei saperi, economia circolare, filiera italiana e divulgazione sui temi che ruotano intorno a Regenesi e alla economia circolare.
Anche il modello organizzativo di Regenesi è innovativo e pioniero, basandosi sulla rete di collaborazioni esterne che ampliano enormemente le tipologie di materiali da rigenerare, le collaborazioni e soprattutto una squadra di designer che in Regenesi hanno trovato un contesto altamente produttivo e creativo dove operare e progettare.

Questa vita ad “alto tasso dinamico” è vissuta con totale naturalezza da Maria Silvia e anche la sua organizzazione familiare che contempla 4 figli e due cani segue questo “flow”.
Autonomia e collaborazione sono le parole d’ordine per la sua famiglia, ma anche una rete di servizi educativi, scolastici, sportivi ai quali potersi affidare per trovare i numerosi incastri necessari a lei e al suo compagno per far fluire tutto.
La vita “ravennate” di Maria Silvia, o meglio la partecipazione attiva alla dimensione pubblica della città, subisce un’accelerata dopo un convegno alla camera di commercio di Ravenna:

«fatto il mio intervento e finita la conferenza, mi si avvicina un signore e mi chiede: “lei è un’imprenditrice di Milano?”, risposi no, sono di Ravenna!»

«Lì mi resi conto che dovevo impegnarmi di più nel creare valore e riconoscimento anche sul mio territorio, partecipare maggiormente alla dimensione pubblica e sociale, per portare anche io il mio contributo»

Oggi Maria Silvia è socia attiva di Fidapa, la Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari e la storia della sezione ravennate nasce nel 1973, per volontà della dott.ssa cav. Patricia Brown Avantario, concertista, musicista, docente di canto.
Da allora Fidapa è impegnata sul nostro territorio per promuovere le donne, la loro storia passata e contemporanea, una cultura imprenditoriale femminile e la valorizzazione dei profili eccellenti che Ravenna può esprimere.

Ricordo allora una delle ultime conferenze di FIDAPA alla quale ho partecipato, ovvero:

“I personaggi femminili nella Divina Commedia” tenuta dalla Prof. Sebastiana Nobili, docente UNIBO di letteratura italiana insieme all’allora Presidente Patrizia Ravagli e Anna De Lutis.

Nel mio intervento tra le altre ricordai Piccarda Donati, erano i giorni in cui si parlava della scomparsa di Saman Abbas.
Piccarda è il primo personaggio che Dante incontra nel Paradiso, fatta uscire con la forza dal convento dell’Ordine delle Clarisse nel quale aveva scelto di rinchiudersi prendendo come sposo Cristo, fu costretta dal fratello Corso Donati, tra il 1283 e il 1293, a sposare un ricco rampollo, Rossellino della Tosa, uno dei Neri più facinorosi.
Ho allora ricordato Saman, giovane donna, scomparsa e probabilmente uccisa, perché ha rifiutato un matrimonio combinato.

“Piccarda Donati e Saman Abbas. Non cercate ragioni nelle culture o nelle religioni che considerate “altre”.

Cercate invece la radice comune ovvero il patriarcato” scrissi in un post al termine dell’incontro.

Un altro impegno che Maria Silvia ha portato a termine per Ravenna ha a che fare proprio con Dante.
Si tratta dell’opera d’arte collettiva “Un alloro per Dante” di Luisa Bocchietto, architetta e designer, ex presidente dell’Associazione per il Disegno Industriale e presidente di World Design Organization fino al 2019.
L’opera, posizionata ai giardini pensili della Provincia, è una corona di rame di due metri e mezzo di diametro, con 1423 fessure, il numero di endecasillabi della Divina Commedia, destinati a ospitare le foglie di turisti e cittadini che vorranno partecipare all’opera collettiva.
La foglia è parte di un portachiavi, firmato REGENESI, in pelle rigenerata, prodotto a mano da artigiani italiani e progettato anch’esso da Luisa Bocchietto, che racchiude all’interno la foglia di rame amovibile, acquistabile presso i bookshop della Fondazione RavennAntica del Museo Dante, del Museo Tamo Mosaico, della Domus dei Tappeti di Pietra, del Museo Nazionale di Ravenna, del Mausoleo di Teodorico e sul sito www.regenesi.it.

Altro progetto di cui mi parla Maria Silvia è REGENSTECH, ovvero la realizzazione di un materiale innovativo derivante dal riciclo di fibre tessili, pelle e affini (scarti di produzione e giacenze di magazzino e abbigliamento usato) e lo sviluppo di una linea produttiva basata sulla manifattura additiva, volta a realizzare una produzione flessibile, senza sprechi e altamente customizzata, partendo dagli scarti.
Anche qui il filo rosso del recupero degli scarti è la guida di Maria Silvia, che ha risposto in modo dinamico, strategico e lungimirante ai nuovi bisogni che nel comparto del recupero dei rifiuti tessili sta per stagliarsi, ovvero la Legge 116 del 2020, che stabilisce dal primo gennaio 2022 l’obbligo in Italia di recuperare e riciclare la frazione tessile dei rifiuti urbani e commerciali.

REGENSTECH si posiziona così su un comparto produttivo che le maggiori case di moda e del vestiario ricercheranno nei prossimi anni. Regestech ha recentemente vinto il bando di incubazione d’impresa Colabora, promosso dal Comune di Ravenna in collaborazione con la Fondazione Enrico Mattei.
Anche questo è un altro valore aggiunto che l’attività imprenditoriale e culturale di Maria Silvia ha portato a Ravenna. 

Grazie a questo TEDAME ho potuto scoprire il percorso di questa donna straordinaria che crea e innova a partire dagli scarti, dimostrando che di fatto tutto è rigenerabile e che il consumo è sostenibile che questa circolarità del pensiero e della materia diventa prassi, cultura diffusa e azione quotidiana.

Dopotutto ce lo avevano già detto no?
Lavoisier nel 1772 scopriva la legge naturale di conservazione della massa:
«Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma»

Antonella Bandoli è stata per me un incontro ispiratore, rivelatore e al contempo confermativo di quanti talenti femminili di caratura internazionale vanti una città come la nostra e quanto bisogno ci sia di raccontarli, darvi voce e visibilità perché possano essere “agitatori” di ulteriori talenti o aspirazioni.

Bandoli, come tutte le persone che lavorano sodo e con passione, “a testa bassa”, quando qualcuno le chiama per raccontare di loro e valorizzarle chiedono: «ma perché io? Perchè questo TEDAME?»
Nessuna esitazione nella mia risposta: «tu Antonella sei una ravennate dalle radici ben piantate, ma con uno sguardo ampio, largo sul mondo e sull’innovazione dei linguaggi e dei codici comunicativi. Di te mi ha colpito il dinamismo e la capacità di portare le idee, la tua competenza su tavoli internazionali e al contempo vivere appieno la realtà della nostra città»

Antonella è direttrice creativa dell’agenzia Matitegiovanotte, agenzia che nasce a Forlì nell’86 e nel nome c’è la sintesi della romagnolità delle terre che le hanno dato i natali e l’onda futurista che ispira Antonella e gli altri soci fondatori.
L’humus nel quale si forma Antonella è vocato alla “parola”, meglio se plurilingue.

«Le lingue sono la punta di un iceberg, sotto la quale si poggia la cultura di un popolo e attraverso la lingua si accede alla comprensione massima delle diversità e delle comunanze»
«Ero certa di quale fosse la mia passione, ovvero la parolo e il testo. Lingue e filologia»

Insomma come si legge nella definizione di Nietzche, “un’orafa della parola”, come lo sono i filologi.

«Una mattina in treno verso Bologna, leggendo Repubblica mi balza all’occhio la promozione di un nuovo corso prossimo a partire a Reggio Emilia: l’Università del Progetto(UDP) e lì cambio rotta nei miei studi, fino ad allora in lettere, decidendo di iscrivermi»

Mai scelta fu più saggia.
L’UDP viene fondata nel 1989 da Giulio Bizzarri, Paolo Bettini e Gian Franco Gasparini a Reggio Emilia. Una sperimentazione che venne sostenuta dall’Unione Europa e da una rete importante di aziende italiane.
L’UDP aveva come obiettivo quello di formare i professionisti e le professioniste del design, della grafica e della comunicazione.
Il tutto all’interno di un ambiente progettuale e creativo in fermento.
UDP collaborò con le più grandi aziende e realtà italiane e non, tra cui: Barilla, De Agostini, Mandarina Duck, Max Mara, Pavesi, Walt Disney Company, Zanichelli, Zucchi.

«C’erano lezioni di “fantascienza” ,i sulla comunicazione delle api, con docenti del calibro di Giorgio Celli, l’entomologo»

Un altro progetto di cui mi racconta sono “le poesie terapeutiche”, ovvero poesie progettate comprensive di packaging simile a quello dei farmaci. Quindi scatole che ricordavano l’aspirina, oppure antibiotici o similari che contenevano bugiardini che erano in realtà testi poetici.

Antonella lavora sulla poesia “anticoncezionale”: “Tanto gentile e tanto onesta pare” della casa farmaceutica Degli Alighieri di Firenze. Nel bugiardino con la poesia si trovavano ovviamente anche posologia e controindicazioni.

«Doveva tutto suonare plausibile, ma al contempo folle!»

Da allora il vortice creativo di Antonella non si è mai fermato e tra le idee e i progetti (davvero tanti) che  mi racconta c’è quella della “Rolling school- manutenzione del quotidiano” di cui è co-fondatrice e che nasce dopo la chiusura dell’UDP.

«Avevamo in animo di continuare a nutrire quell’ambiente creativo e farlo in forma “nomade”, ovvero portare formazione,network tra aziende , pensatori, persone ed esperienze fuori dal coro»

Approfondendo questo passaggio sul sito di “matitegiovanotte” incontro una definizione di un metodo che inconsapevolmente applico anche io, ovvero il dragon dreaming: immaginare, progettare, realizzare e celebrare!
In definitiva l’obiettivo è sempre creare progetti creativi, collaborativi e sostenibili.
Tra le azioni che il progetto ha messo in campo c’erano anche “pillole formative” fruibili anche in treno o comunque in movimento. E devo dire che nella Rolling school si possono cogliere alcune azioni che oggi ci risuonano familiari, come i podcast e le lezioni a distanza.
Spero vivamente che questo progetto possa riprendere, perchè la formazione continua, soprattutto nell’ambito della creatività e della comunicazione e del suo trasferimento alle aziende, è una pratica necessaria.
Dopo l’esperienza reggiana Antonella inizia il suo viaggio nel mondo della comunicazione e del copy partendo da Forlì, luogo di nascita di matitegiovanotte.
L’Agenzia in quegli anni cresce a ritmi sostenuti, confrontandosi con grandi marchi, tanto grandi che arriva NIKE Italia e con loro la crescita inizia ad essere davvero importante.
Mentre Nike Italia passa alla fine degli anni ‘90 da 10 a 500 dipendenti, anche Matitegiovanotte e Antonella imparano a tenere il passo e diventare per loro il punto di riferimento italiano per i successivi 13 anni.

Grazie alla collaborazione con Nike si aprono molte opportunità per Matite Giovanotte e per Antonella che inizia a collaborare con una delle agenzie più importanti al mondo, ovvero la Wieden+Kennedy, agenzia di Portland in Oregon e conosciuta per le più importanti campagne di Nike.

«Feci il colloquio per W+K in Olanda, dove hanno la sede europea. Un’emozione incredibile e una soddisfazione grande»

Antonella ha adattato al mercato italiano le campagne americane, lavorando sulla parola e sulla cultura, che non vuole dire tradurre a livello linguistico una campagna, ma studiare il contesto in cui la si divulga, i codici, le sensibilità che variano di Paese in Paese.
Nel curriculum di Antonella si aggiungono la FCB Inferno e la Hogarth, agenzie inglesi di caratura internazionale per le quali Antonella è consulente preziosa e ricercata. Per loro ha “tradotto” le campagne di Mattel, DZN e Rolex per citarne solo alcune.

Per mantenere una mente creativa anche il corpo deve contribuire in qualche modo e per Antonella il mix perfetto è coniugare viaggi e sport, in particolare la subacquea che scopro essere tra le sue più grandi passioni.

«Sento il bisogno di tenere mente e corpo in continuo movimento»

Per fare questo si sveglia all’alba, corre o fa pilates.

Un altro capitolo importante della vita di Antonella è il suo impegno per la promozione dell’imprenditoria femminile e nel ricercare modalità e linguaggi per ispirare giovani che possano creare il loro percorso di autodeterminazione. Grazie al comitato impresa donna di CNA ha aperto il suo sguardo di genere sulle tematiche imprenditoriali e su quanto il contributo di tutte, a partire dal suo, fosse necessario per radicare e rafforzare l’empowerment femminile, la leadership delle donne e aprire l’immaginario delle ragazze e delle bambine.

«Dobbiamo lavorare perchè le ragazze riconoscano i loro sogni e possano immaginarsi in tutti gli ambiti senza essere scoraggiate da stereotipi o mancanza di role-model ai quali fare riferimento»

Sono molto d’accordo con Antonella e questo tema delle auto-rappresentazioni delle giovani è uno dei problemi alla base del perpetrarsi di stereotipi e canalizzazioni formative che portano le studentesse a prediligere percorsi universitari a discapito di altri tradizionalmente maschili, oppure la tendenza ad auto proiettarsi maggiormente nei lavori dipendenti e meno nell’imprenditoria.

Mi piacerebbe lavorare su questo con Antonella, mettendo in rete il mondo associativo, le imprenditrici e le scuole.

«Il ruolo della comunicazione è fondamentale, perché attraverso le immagini e le narrazioni che passano nelle campagne pubblicitarie si consolidano gli stereotipi o si de-costruiscono.

L’attenzione è alta in questo momento e per questo le grandi aziende sono parte attiva nella promozione di campagne impegnate sul fronte dei diritti delle donne.
Si vedono ancora però pubblicità imbarazzanti, dove le donne puliscono sorridendo o interpretando solo e solamente il ruolo di madre devota»

Su questo la nostra città ha molto lavorato, penso al protocollo con AIAP promosso nel 2015 dall’allora Assessora Piaia, così come il festival Sottosopra che abbiamo sperimentato nel 2018 insieme ad UDI sul tema della comunicazione e che spero possa trovare continuità e fornire stimoli per una cultura alternativa delle immagini e delle rappresentazioni delle donne e di tutte le diversità.

«Antonella e Ravenna?»
«Ravenna deve coltivare il dinamismo, valorizzare il sottobosco di talenti che questa città esprime e dare loro fiducia e spazio per allargare lo sguardo sul futuro»

Scherzando Antonella dice che ogni tanto noi ravennati siamo incantati dai nostri mosaici e rimaniamo “impallati” a fissarli, mentre tutto il resto scorre veloce.
Ecco, credo anche io che l’incanto dato dalla bellezza e dal patrimonio che abbiamo in dote sia il miglior stimolo per restare in movimento.

«Questo movimento e dinamismo lo vedo nello sviluppo della Darsena, quartiere europeo e contemporaneo che sta cambiando e diventando una nuova piazza per i ravennati»

Sì la Darsena è un distretto creativo e culturale in continua evoluzione e credo che grazie al suo respiro internazionale e allo sguardo verso il mare che ha fatto riscoprire a noi ravennati, possa essere un bacino di ispirazione continua.
Antonella mi porta in dono una pubblicazione importantissima della quale è autrice e curatrice: The Meaning Underground, a visual trip into the Art of Copywriting.

Per la Red Publishing. Antonella ci accompagna in un viaggio in metropolitana nel miglior copywriting tra il 2006 e il 2009 prodotto in tutto il mondo:

“La parola, come il treno, è viva, mobile, curiosa, influenzabile e influente. Esplora e sperimenta i diversi aspetti della società e ne solletica la conoscenza. Sfogliare il libro sarà come partire per un viaggio, saltare da una stazione ad un’altra, scoprire le diverse tappe non obbligate, che insieme coesistono in uno schema lineare obbligatoriamente imposto, ma che possono essere in qualsiasi momento vissute separatamente, saltate, messe a confronto.
La meta è in superficie; i percorsi sotterranei per raggiungerla possono essere emozionanti, avventurosi, istruttivi e terapeutici”.

Non mi resta che ringraziare Antonella per avermi raccontato il suo grande sguardo sul mondo, la sua vita in movimento e l’impegno immancabile per la sua città.

“Benvenuto Oliviero. Sarei lieta se avesse la gentilezza di venire da me a prendere un thè”

Grazia è una di quelle creature che ti rimangono impresse per forza di cose, Grazia è allo stato puro, sempre. Si manifesta nella sua sensibilità, nella sua gentilezza. Grazia è una storia tosta da raccontare, perché in lei la gentilezza si abbina a un percorso di vita da cui la maggioranza delle persone probabilmente ne sarebbe uscita con scudi e spade tratte, pronte all’uso, per difendersi.
In lei ho scorto invece quella umanità che depone le armi e accoglie la vita così come viene, impegnandosi a difendere i suoi luoghi dell’anima, molto più delle cose o degli spazi.
Una territorialità interna, solida e per questo pura.
Grazia è una nuova ravennate, una cittadina di questa città per scelta e perché qui, pei lei, è innanzitutto un luogo dell’anima.
Grazia arriva per il tè portando in dono una pianta, ovviamente, e un libretto di racconti tra i quali c’è anche il suo, recentemente premiato.

Ma proviamo a ricomporre i pezzi.

Tutte le persone che ho incontrato durante i TEDAME mi hanno chiesto perchè le abbia invitate, se ci fosse o meno un motivo particolare.
La risposta è che c’è sempre un motivo particolare, ma non un pattern. Alcune sono storie che sono rimaste impresse nella mia memoria, altre sono storie che non conoscevo per niente e che avevo voglia di ascoltare o ancora, come nel caso di Grazia, storie delle quali conoscevo solo un aneddoto, un frammento e volevo ricomporle per farne riflessione condivisa.
Da ognuna di queste storie stanno emergendo “le cose che abbiamo in comune” e spero che anche chi vorrà leggerle potrà ritrovarsi, avvicinarsi e comprendere il senso della condivisione dei vissuti per capire quanto ciascuna e ciascuno sia importante per costruire comunità più accoglienti e giuste.
Ecco, di Grazia sapevo qualcosa, ma non abbastanza, intuivo però che nel suo percorso di vita ci fossero punti che se avesse voluto condividere con me, sarebbero stati la base per ragionamenti e approcci utili a tanti e tante, da me per prima.

«Sono EMOTIVAMENTE INCONTINENTE».

Questa è la prima cosa che mi dice, ovvero che a stento riusciva a trattenere la commozione perchè non credeva che la sua storia potesse essere interessante per qualcuno.
Credo che già questo necessiti di una riflessione condivisa ovvero che nessuna, nessuno, dovrebbe pensare di non essere importante, le strutture sociali devono mandarci messaggi contrari a questo: i luoghi di lavoro, i luoghi dell’educazione, della socialità, le città, devono essere luoghi dove le persone si sentano importanti, no? Prima di tutto il resto.


Grazia è di Sesto San Giovanni, “la Stalingrado d’Italia”, città delle fabbriche e delle tute blu, dell’industrializzazione massiccia, dell’acciaieria Falck.
Leggo nei vari articoli che sfoglio online sulla “Stalingrado d’Italia”, che un terzo della superficie della città è occupata da quel che resta degli impianti dell’acciaieria Falck e degli altri impianti in disuso. 5000 operai vi lavoravano negli anni cinquanta, per poi scendere a 3000 negli anni settanta con la crisi siderurgica.
E nel leggere di Sesto colgo quanto anche questa città “abbia in comune” con la nostra Ravenna sulla sua tradizione industriale, operaia, la sua medaglia d’oro alla Resistenza, un patrimonio di archeologia industriale da riconvertire, un dibattito cocente sulla costruzione della Moschea e questi sono solo alcuni dei punti che scorgo.
Il 2017 ha consegnato la città alla destra e per citare il buon vecchio Calcutta “Police in helicopter su Sesto San Giovanni”. Turururu

«Ho lasciato Sesto l’anno in cui ha vinto la destra. Quando sono tornata per andare a trovare la mia cara zia 86enne ho ritrovato una città cambiata. La “balera” dell’Anpi a Villa Zorn chiusa perchè non sono state confermate dal Comune le convenzioni. E tanto altro non mi ha fatto sentire più quel luogo come casa»

La sua attività principale a Sesto era il teatro, che ha praticato per 10 anni, sul palco, con la sua compagnia, ma soprattutto con i bambini e i giovani nelle scuole e nei laboratori civici.
Questo capitolo della sua vita si chiude quando sente che non è più il suo posto e che vuole ritrovare il contatto con la terra e la natura che la richiama a sé prepotentemente.
Impacchetta tutto e comincia un periodo altamente mobile della sua vita facendo la woofer.
Non sapevo esattamente cosa volesse dire, ne avevo sentito parlare, ma Grazia mi spiega meglio. Innanzitutto è un movimento mondiale e l’acronimo sta per: world wide opportunities on organic farms.

È un movimento che mette in contatto volontari da tutto il mondo e fattorie biologiche dove chi aderisce offre il proprio aiuto temporaneo in cambio di vitto, alloggio e tutoraggio nel lavoro agricolo. Dal sito apprendo che le fattorie in Italia aderenti a questo progetto sono ben 850.
Insomma Grazia parte e lascia Sesto alla volta del Lazio, dell’Umbria, della Toscana. Tante tappe, conoscenze con persone da tutto il mondo; qui ha imparato i segreti della terra e della sua cura.
Dopo questo periodo itinerante tenta di stabilizzarsi in provincia di Forlì-Cesena vicino a Sogliano, ma la vita solitaria è onerosa e decide suo malgrado di rientrare a Sesto per rimettere insieme le forze, le idee e qualche soldo in più.
Arrivata qui vuole consolidare quanto imparato nel periodo da Woofer e si iscrive alla scuola Agraria del Parco di Monza dove scopre e integra alle sue conoscenze anche l’Ortoterapia.

Natura e giardinaggio come strumenti per la riabilitazione e l’inclusione di persone con bisogni complessi e fragilità.
Periodo tosto questo che la vede impegnata in tre lavori per contribuire alle spese familiari.
Famiglia per Grazia è un luogo ben preciso nell’anima, anzi un volto, ovvero quello di suo padre che ha perso a soli 15 anni, all’improvviso.

«Mio papà è colui che più di tutti mi ha dato amore. Lui ci leggeva le poesie di Pascoli piangendo. Parlava poco e solo quando aveva qualcosa da dire. Giocavamo tanto insieme. Perderlo ha significato per me un vuoto d’amore incolmabile».

In questo tanto vagare in cerca di un cammino definitivo per Grazia, nel 2015 arriva la linea di demarcazione che segna un prima e un dopo nella sua esistenza.
Visita medica, apre il foglio con l’esito e legge “maligno”. Un tumore al seno piomba nella sua vita come un ordigno bellico che deflagra senza preavviso alcuno.

«Ho vissuto i 3 giorni seguenti immobilizzata dalla paura. Il quarto giorno mi sono rimessa in moto dicendomi che dovevo affrontare questo male, almeno tentare di sconfiggerlo»

«La chemio è tosta. ti debilita lentamente e inesorabilmente. Ad un certo punto, per rendermi conto, ho dovuto cronometrare quanto ci mettessi per vestirmi la mattina: 45 minuti per infilarmi i vestiti. Lentezza e spossatezza continue. Continuavo a lavorare mentre ero in chemio e avevo imparato a centellinare le energie, quindi la mattina facevo le pulizie poi riposavo. Il pomeriggio facevo la dogsitter e non appena rientrata riposavo. La sera in piadineria e poi crollavo definitivamente»

Che fatica ingiusta, penso.
E a proposito dell’importanza della persone Grazia mi fa una domanda delle sue, quelle che scoperchiano :

«quanto valore hanno le persone che vivono quella fatica, quella lentezza e spossatezza come condizione esistenziale perenne?»

Viviamo in un paese che certamente permette cure gratuite, agevolazioni, indennità, ma i dati che leggo sulla vulnerabilità economica, psicologica, deve vedere attive istituzioni che facciano da rete alle persone che si trovano sole o senza sostegno, in questi momenti tragici nella vita di un essere umano. Territorialità, domiciliarità, rete di mutuo aiuto nei quartieri per combattere insieme uno dei primi fattori di rischio che è la solitudine.
Io penso che la solitudine non sia un fatto privato, no, la solitudine ha una dimensione pubblica, sociale e quindi politica. 
Pensare le politiche sociali oggi vuol dire pensare agli strumenti con cui si contrastano la solitudine, l’isolamento sociale, la perdita dell’autosufficienza, la rarefazione delle reti familiari, le diverse forme di povertà e marginalità.
Grazia mi conferma, entrando sempre di più nel suo vissuto, la portata e potenzialità politica e collettiva di un racconto personale.

«Negli anni ho elaborato tanti aspetti di quello che ho vissuto lottando contro il cancro e tra questi ho ragionato tanto sulla parte del corpo in cui questo male mi ha colpita.

Il seno, la parte del corpo che protegge il cuore, che sprigiona emotività e che nutre.
Dovevo lasciare andare papà e cercare il mio posto felice, sono giunta a questa conclusione».

«dove vuoi vivere per essere felice?» si chiede Grazia e la risposta arriva dopo un week-end a Punta Marina, altro luogo dell’anima dove ha trascorso molte estati con la sua famiglia.

Qui ha ritrovato lo stabilimento balneare di quando era bambina:

«Tu sei la figlia del Sam?» le chiede uno storico cliente di quello stabilimento e che la riconosce nonostante gli anni passati.

Grazia ha deciso di tornare a Punta Marina e di fare di quel luogo il punto dal quale rinascere.

«dove vuoi vivere per essere felice?» La risposta è: «qui».

Dal suo arrivo a Punta Marina, Grazia ha fatto tantissime cose, oltre a trovarsi un lavoro sempre nell’ambito del giardinaggio e della cura delle piante: teatro, orto urbano, corsi di scrittura, corsi sulla comunicazione e su come gestire e avviare un podcast.

Scarriolando, Pensieri di terra, ascoltabile su spotify. Ascoltatelo e diffondete!

Se ascoltate la voce di Grazia coglierete le sue tre parole d’ordine che la guidano da sempre: garbo, buona educazione ed etica del linguaggio.
Ci guida tra bulbi, erbacce, il giardino segreto, la terra e il riposo e una volta al mese libri, solo per citare alcuni dei capitoli e temi del suo podcast.
Io sono partita dall’ultimo, pubblicato pochi giorni fa su l’estivazione.

Estivazione: è il fenomeno che rientra in quel complesso di reazioni e di adattamenti, che a molti animali consentono di sottrarsi, attraverso un più o meno profondo torpore delle attività vitali, all’azione sfavorevole delle condizioni ambientali – temperatura, umidità, assenza di cibo, ecc. – legate all’alterna vicenda stagionale. Si verifica presso quelle forme che, per il loro habitat, sono abitualmente esposte a oscillazioni che sorpassano i limiti di resistenza consentiti dalle condizioni di normale attività né possono con la migrazione ricercare nuove zone di esistenza.


Il primo podcast di Grazia è stato pubblicato il 21 marzo, primo giorno di primavera.
Tra i sogni e i progetti di Grazia c’è anche la visione di un luogo, la casa degli artisti,dove le piacerebbe promuovere residenze e potersi occupare di ortoterapia, teatro, scrittura.
Una guerriera come lei potrebbe anche riuscire nell’impresa.
A due condizioni però: «Io per andare avanti ho bisogno di due cose: gentilezza e un po’ di follia».

La frase con cui inizio questo racconto è un passaggio del racconto di Grazia che trovo nel libro che mi lascia in dono: “stagioni di carta”. Un altro dei suoi racconti è stato premiato a Ravenna recentemente nell’ambito del progetto Urban Fabrica e curato da Eraldo Baldini.
Un testo in cui in 30 parole si doveva descrivere “il vuoto”:

“Noi resistenti e fragili come bottiglie di vetro possiamo disintegrarci in mille pezzi o diventare vuoti a rendere per riempirci ancora di altre visioni della vita”.

Anche lei, come Oliviero, è stata invitata da me a prendere un tè, non posso dirvi come finisce per il protagonista del racconto, ma posso invece dire che la storia di Grazia ha aperto in me tante riflessioni, domande, voglia di approfondire la storia di Sesto e i punti in comune con Ravenna.

Quali sono le politiche attive e i budget oggi investiti nel contrasto alle solitudini, di sostegno a chi attraversa momenti di malattia così debilitanti e invalidanti. Come sostenere le persone che affrontano in modo proattivo la vita, come fa Grazia, continuando a investire su sé stesse, attraverso la formazione continua, la creatività, l’associazionismo, la cittadinanza attiva.

Grazia è una nuova ravennate, emotivamente incontinente che ama il jazz e il blues.
Le cose che abbiamo in comune? Tutte queste e tanto altro.

«Buongiorno, se non ho segnato male oggi alle 18:00 giusto?»
«Eccoti, ti stavo per scrivere su fb. Sì!»
«Ottimo 👍🏼 alle 18:00 sono lì, grazie!»

Quando ho pensato ad Enrico per questo TEDAME l’ho fatto perchè credo che tra i mestieri da valorizzare, conoscere e promuovere in questo particolare momento storico, ci sia anche quello di chi vive grazie alle risate della gente. Anzi chi vive facendo ridere le persone, a partire dai bambini e per farlo riunisce le famiglie e offre loro momenti di benessere e condivisione. A questo credo vada reso merito e tanta, tanta riconoscenza.
Enrico è ravennate, nato e cresciuto a Ravenna e qui insieme alla moglie Cristina, milanese, ballerina con un trascorso alla Scala,ha deciso di riportare quanto ha imparato in giro per l’Italia e per il mondo sulla nobile arte clownesca.

Ma partiamo dal principio e dal luogo in cui Enrico incontra il circo e da dove la folgorazione si trasforma in studio, ricerca e tanto esercizio.

«Sono cresciuto nel quartiere Darsena, più precisamente via Trieste e all’epoca per andare a scuola era presente un servizio di scuolabus di quartiere che serviva i plessi del circondario in particolare l’elementare Pasini, la mia scuola, e la media Montanari.
In quegli anni il circo veniva ospitato in Piazza Medaglie d’Oro e con la mia famiglia andammo ad una delle serate e ne rimasi affascinato».
«Avevo 7 anni e il giorno dopo, con ancora l’incanto nel cuore, sul tragitto da scuola al pullmino, ripassai davanti a Piazza Medaglie d’Oro. Davanti al circo, a riposo durante il giorno, mi si avvicinò un uomo, ai miei occhi di bambino, anziano, al quale dissi che ero stato lì la sera prima e mi chiese: “ cosa ti è piaciuto”? ed io senza esitare risposi: “il clown!”, lui mi guardò e rispose:”quindi io!”»
Il piccolo Enrico è felicissimo di stare parlando proprio con il clown della sera prima, che tanto lo aveva fatto divertire ed era sorpreso che in realtà fosse un uomo così distinto, mite, che mai avrebbe pensato che potesse trasformarsi così tanto. La conversazione si conclude con un gradito invito alle prove dei giorni seguenti.

Al rientro a casa Enrico travolge i suoi genitori con l’entusiasmo che solo un bambino può avere nel dare la notizia a mamma e papà che il clown in persona, sì proprio lui, lo aveva invitato a partecipare alle prove e li aveva dato la possibilità di sbirciare come si crea la magia che tanto lo aveva incantato e affascinato.
I genitori accompagnano Enrico ed eccolo lì seduto sulle gradinate del circo con il grande privilegio di avere il suo nuovo amico clown come guida nell’osservare il brulicare di giocolieri, trapezisti, acrobati che si allenano e provano i numeri per le serate in programma.

«Ma perchè tu sei seduto qui e non fai nessuna prova?» chiede Enrico al clown.
«Io so fare tutto, il clown deve saper fare tutto, conoscere tutte le arti circensi»

IL CLOWN DEVE SAPER FARE TUTTO.

Questa frase risuona ancora nella testa di Enrico ed è il motivo per cui prima di dedicarsi alla clowneria ha voluto sperimentare un po’ tutto dell’arte circense.
Il papà gli regala un set di 3 palline da giocoleria, accompagnate da un libretto con consigli e trick,  con le quali si esercita e che in qualche modo iniziano a dare forma alla passione di Enrico per il Circo.

«La mia prima volta a Bologna da solo fu per comprare le mie prime clavette, ricordo ancora la via, Via Sant’Isaia!»

Per Enrico il circo e la giocoleria sono cosa seria e se la scuola non è esattamente il percorso al quale dedica il suo tempo di adolescente, lo è certamente l’allenamento costante, il perfezionamento, la conoscenza.

Il caso gioca ruoli fondamentali nel corso della nostra vita e a volte sembra proprio suggerire che siamo sulla via giusta e che dobbiamo perseverare in quello che stiamo facendo. Il caso porta sulla strada di Enrico una compagnia brasiliana di giocolieri che incontra un’estate a Mirabilandia. Loro arrivano direttamente dall’Accademia delle arti circensi di Rio de Janeiro!
Enrico è un abbonato di Mirabilandia, quindi quando può prende l’Adriatica e corre al Parco, qui i ragazzi brasiliani lo accolgono nel loro tempo libero, tra gli allenamenti e gli spettacoli e si allenano con lui, lo aiutano a perfezionare i numeri e i movimenti.
I ragazzi a fine stagione ripartono per il Brasile ed Enrico rimane con questo appetito insaziabile di 17enne voglioso di imparare; prova ad entrare all’Accademia nazionale delle arti circensi, all’epoca a Cesenatico, ma nulla da fare, la priorità era data ai figli d’arte e per lui era rimasto posto nel corso serale per artisti di strada.

«L’arte di strada non era il mio percorso, quindi continuai da autodidatta e nel mentre iniziai a lavorare in un’officina meccanica»

Devono essere stati mesi lunghi, ma non appena i brasiliani tornano, Enrico riprende gli allenamenti con loro, assiduamente come l’estate prima e alla fine della stagione, questa volta, gli chiedono di unirsi a loro per qualche settimana direttamente a Rio! Avrebbe avuto libero accesso agli spazi dell’Accademia grazie alla loro mediazione e si sarebbe potuto allenare e sperimentare cose nuove.

Immagino che Enrico abbia provato qualcosa di simile a quello provato dal piccolo Enrico quando il clown lo invitò alle prove al circo di Piazza Medaglie d’Oro, o forse ancora di più.
Parte, e nei due mesi che trascorre con loro, riesce a montare la sua prima esibizione da giocoliere e la porterà in scena per la chiusura dell’anno accademico al quale gli amici di Rio lo invitano e per la quale rivola in Brasile per la seconda volta in pochi mesi.
L’estate e l’avvicinarsi dell’apertura del Parco divertimenti di Mirabilandia portano una buona nuova per Enrico, ovvero la possibilità di lavorare come giocoliere/acrobata e qualche numero clownesco.

IL CLOWN DEVE SAPER FARE TUTTO, no? 

Enrico vivrà a Mirabilandia le successive 8 stagioni e dal brasile ,si trova presto a volgere lo sguardo dall’altra parte del mondo, più a Est diciamo. Negli anni impara a conoscere Yuri, clown russo, tradizione clownesca altrettanto russa . Devoto alla sua arte in modo viscerale, metodico e inquadrato prende in simpatia Enrico e concorda con lui la sua sostituzione nel suo giorno libero della settimana.
La performance nella quale deve sostituirlo è importante: i 15 minuti che precedono lo spettacolo “Scuola di Polizia”, mai sotto le 3000 presenze ogni replica. Il numero consiste nell’intrattenere le 1000 persone già sedute e le 2000 che piano piano raggiungono il posto assegnato.

«Billo nasce così, sotto la tribuna di Scuola di Polizia di Mira, tenendo alta l’attenzione in attesa dello stunt show con automobili che compiono evoluzioni adrenaliniche.»
«Il nome di Billo, come nasce invece?»
«Nasce da un tenero tributo all’attore che interpreta Lillo in Johnny Stecchino e che mi ha fatto un sacco ridere con Benigni. Billo è il doppio di Lillo e diciamo che è un auspicio perché il progetto continui a crescere e far ridere come Lillo e Benigni»

Al quarto anno di Enrico, Yuri non rientra dopo la pausa invernale ed Enrico diventa di diritto primo clown del Parco. In quei primi anni conosce una tuffatrice ucraina con la quale inizia una relazione e che lo convince a inviare qualche suo DVD per tentare un piccolo tour nei circhi ucraini nella stagione invernale, mentre il Parco è chiuso. Dopo un mesetto dall’invio del DVD arriva la chiamata da un circo che cercava giustappunto un clown per la tourneè invernare.

я тут (ya tut)

Come sopra traduce Google dall’Italiano all’ucraino: “ECCOMI!”
Enrico arriva in Ucraina in bermuda e havaianas accaldato dalla stagione ancora buona della Romagna, per fortuna la tuffatrice lo accoglie con qualcosa di caldo che lo aiuta a prendere confidenza con le temperature decisamente frizzanti dell’Ucraina in autunno.
I circhi della scuola sovietica che ricorda Enrico in quegli anni sono realtà povere materialmente, con tendoni consumati dal tempo, privi delle luminarie tipiche che richiamano l’attenzione sull’arrivo del Circo in città , ma con interni curati che mandano il messaggio: “non mi interessa che tu scelga questo posto in base a come appare da fuori, ma per quello che vi troverai al suo interno”.

«A volte in Italia ho trovato il messaggio contrario, ovvero luci e festoni in pompa magna per attirare gli spettatori e povertà di offerta artistica all’interno. Dovremmo ritrovare tutti il piacere di “fare il circo” divertendosi di più e guadagnando un po’ meno»
«Quindi insomma avevo in testa il circo Medrano e mi sono ritrovato in un paese con le lettere scritte al contrario e un profilo decisamente basso lato allestimenti circensi»

E il primo giorno di tour resta memorabile:

«viaggiavamo 100 km al giorno per raggiungere i vari luoghi e tutto in treno, caricando e scaricando il tendone e tutto il materiale del circo. Il primo giorno mi siedo sopra una cassa di legno e seguo, senza capire nulla, a parte qualche traduzione della compagna di allora, delle conversazioni dei miei compagni di circo e di viaggio.
Il primo viaggio termina a Vinnycja nell’Ucraina centrale e iniziamo a scaricare il vagone.
In lontananza vedo un ragazzo con una cresta punk giallo canarino e un gilet di pelle arrivare con passo deciso verso di me. Ero convinto mi volesse dare una sonora pizza, ma in realtà mi scansa con il solo gesto della mano. Puntava la cassa di legno sulla quale avevo viaggiato per tutto il tragitto. La apre e dentro scorgo un tripudio di serpenti vivi e la mia reazione da buon ofidiofobo, ovvero la paura irrazionale che ho verso tutto ciò che striscia, è una sola. Svenire»

Un ottimo inizio direi Billo, no?

Sono stati 3 mesi importanti che portano Enrico a stringere nuove relazioni umane ed artistiche che lo porteranno i successivi mesi in Russia e di nuovo in Ucraina. Qui incontra la scuola russa che aveva assaggiato con Yuri a Mirabilandia ed è di nuovo occasione di crescita e incontri oltre che conferme dell’apprezzamento del suo lavoro.
Altro capitolo del quale mi parla Enrico è certamente la sfida del Guinness World Record che detiene ormai dal 2010. 

«Mi chiamò un produttore di GWR chiedendomi la disponibilità di provare un record, ancora intentato, tanto bizzarro quanto sfidante: un numero di giocoleria con 3 palline, e fin qui nulla di strano. Il numero era da svolgersi interamente sott’acqua! »
Enrico accetta e alza l’asticella a 4 palline.
Si allena per settimane a Marina di Ravenna grazie alla Sub Delphinus fino a stringere una speciale amicizia con il Principio di Archimede.
La pallina perfetta è quella del gioco delle bocce e dopo 3 mesi è pronto alla sfida e alla registrazione in trasmissione.
Ed è record! 2 minuti sott’acqua facendo roteare 4 palline.

«Il record è ancora imbattuto, ci provò un cinese qualche tempo fa,ma non è riuscito a battermi!»

Nel frattempo nella vita di Enrico entra Cristina con la quale costruisce la sua famiglia, arriva una bimba e progetta il loro futuro artistico, entrambi in uscita dall’esperienza a Mirabilandia.
Dopo qualche esperienza nei circhi italiani decidono di costruire il loro spettacolo, la loro idea di circo itinerante fatto a loro misura e accogliendo in esso le loro esperienze, i loro vissuti, la loro idea di divertimento e famiglia.

«Cristina è molto più brava di me, lei è il vero motore dello spettacolo e ci guidiamo a vicenda. Insieme abbiamo deciso di puntare sulla dimensione locale e investire sul territorio nel quale abitiamo»
Inizialmente il progetto si chiama “crazy circus”, ma negli anni diventa “Billo circus” per renderlo più riconoscibile e puntare a una fidelizzazione del pubblico al personaggio che porta in scena Enrico.
I ravennati, seppur esigenti come pubblico, hanno imparato a conoscerci grazie alla presenza nelle piazze durante il Natale e in giro per i lidi nel periodo estivo.

«Si è anche creato un inedito fenomeno di aggregazione spontanea di comitive di genitori che si sono conosciuti seguendo Billo e che spesso mangiano insieme prima degli spettacoli»

In questa stagione abbiamo visto crescere il nostro pubblico di sera in sera, con la gradualità che piace a noi, basata sulla costruzione della fiducia e del passa parola. Dalle iniziali 30 persone a spettacolo siamo ormai a 130 persone a sera, con ritorni che ci riempiono di gioia e voglia di continuare a lavorare per la nostra città.

«Ravenna? la mia città mi appassiona nel vero senso della parola. Una volta all’anno rifacciamo il giro dei monumenti e delle sue bellezze per goderne e non darle per scontate. Ne amo anche i difetti e il suo essere città faticosamente espugnabile, a volte resistente al cambiamento. Ma la vedo più matura, meno provinciale e più aperta alla dimensione globale»

«E Billo cosa farà da grande?»

«Mi piacerebbe creare un progetto di insegnamento, una piccola scuola sulle arti circensi nella quale accogliere chi ha maggiori difficoltà, a partire gli adolescenti che come me allora, cercavano una loro strada espressiva.
Avere un luogo dove mostrare ai più giovani cosa faccio e fare loro capire quanto fa bene fare ridere gli altri»

E soprattutto dire loro che UN CLOWN DEVE SAPER FARE TUTTO!

«A più tardi allora!»
«Sperimentiamo il TEDAME al chiuso visto il maltempo!»
«ok! A più tardi»

Shani è una sperimentatrice. Sperimenta con il corpo, con le mani, con la propria vita in qualche modo, lanciandosi nelle esperienze con solarità e tenacia.

Ho pensato a Shani per un TEDAME dopo averle parlato un pomeriggio in Accademia, Shani è una ex allieva dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna ed entrambe eravamo lì qualche mese fa per ricordare una docente che ci ha lasciato prematuramente, Ilaria Ciardi, professoressa di Incisione, alla quale l’Accademia ha dedicato un premio sulle tecniche grafiche nel maggio scorso.
In quella breve conversazione mi colpì la determinazione con la quale stava affrontando quel momento della sua vita e il suo modo garbato, ma deciso, nel dirmi quanto i giovani e le giovani che escono da percorsi formativi legati all’arte e alla creatività si sentano soli una volta lasciato il percorso di studi: sperimentare? fare auto-impresa? Questo tema mi risuona tuttora come un campo nel quale investire pensiero e proposte concrete.

Il TEDAME con Shani capita in una giornata piovosa, quindi il luogo raccolto del cortiletto viene sostituito dal Té indoor, con la gatta, legittima proprietaria del divano e il vociare giocoso di mio figlio. Ma il tè e il nostro conversare scorrono ugualmente a fiumi.
Shani mi racconta di sé partendo dagli anni del liceo e della ginnastica ritmica che per lei ha significato anni di allenamenti intensi, incastri di orari impossibili, ma che l’ha accompagnata in tutta la sua crescita, fino alla ricerca e alla sperimentazione artistica.
Dopo il liceo artistico decide di iscriversi all’Accademia di Belle Arti ispirata inizialmente dalla passione del padre per l’oreficeria, ma questa verrà in realtà accresciuta dalla sperimentazione dei diversi linguaggi che nel percorso triennale ha l’opportunità di approcciare e l’incontro con l’incisione grazie alla professoressa Ciardi.

Ma i momenti su cui il racconto di Shani si fa denso è su tutto ciò che inizia dopo la sua partenza per l’Erasmus, direzione Bilbao. Il Campus di Bilbao ha un’offerta ampissima di facoltà e di servizi per gli studenti e il personale, dall’asilo nido, alla palestra, due mense e laboratori nei quali lavorare h24.
In uno di questi laboratori, che entrano a far parte del suo percorso didattico a Bilbao, c’è quello sulla performance artistica ed è proprio qui che il mondo della ginnastica ritmica che Shani aveva appena salutato a Ravenna con la sua ultima gara, fa capolino di nuovo.
Inizia a lavorare su un progetto di installazione performativa, tema generale “la casa” e parte dal lavoro del pittore Giacomo Balla, futurista del dinamismo e degli effetti di luce. “La ginnasta in salto” è l’opera che influenza il suo lavoro e che funge da ponte verso la sua creazione.

La ginnastica e l’arte sono “la casa” di Shani e questo vuole esprimere attraverso il suo lavoro.

Grazie alla sua tutor di spagnolo tutto prende forma e dato che il caso vuole che anche la figlia dell’insegnante di spagnolo fosse una ginnasta, le offre ospitalità in palestra per allenarsi e costruire la performance in vista dell’esame.
In cambio le chiedono qualche lezione alle giovani atlete spagnole e così è stato, Shani si trova davanti la squadra di giovanissime ginnaste da allenare e guidare.
Uno spagnolo diciamo “in via di consolidamento” è motivo di memorabili gaffes che credo le allora piccole ricorderanno ancora.

«Estirad las gambas chicas!»
«le bambine iniziano a ridere…gambas in spagnolo significa gamberetti..»
«Estirad las piernas, chicas!!»

Il finale è molto bello, la performance di Shani viene apprezzata e applaudita e dal microfono la tutor entusiasta le grida in spagnolo:

« Mai come adesso sei a casa Shani!»

Arriva il biennio e anche in questo passaggio torna a farsi sentire la voglia di Erasmus, di continuare ad esplorare l’altrove e questa volta la destinazione è Barcellona.
Ma prima della partenza, la danza contemporanea che riscopre in Spagna, la porterà a Ravenna a partecipare ad Ammutinamenti, il festival di danza contemporanea che nella nostra città ha portato compagnie e danzatori da tutto il mondo e a Ram, biennale dei giovani artisti della Romagna.
Nel giugno 2017 presenta al Premio la performance “gabbie” che vince l’edizione e che la porta in mostra a settembre poco prima della nuova partenza.
La destinazione è l’Escola Massana di Barcellona, centro municipale delle arti visuali, applicate e del disegno fondata nel 1929, esattamente un secolo dopo quella di Ravenna.
Qui, inizialmente viene attratta dalle arti murali, ma il contatto con differenti tecniche porta Shani in sperimentazioni nuove: vetrofusione, ceramica, smalto su metallo, legatura a piombo, lacca giapponese.
La lacca giapponese è sicuramente l’incontro più insolito che fa e che la porta ad approfondire questa tecnica che scopro essere millenaria e che trae il suo nome, Urushi, dalla linfa elaborata dalla pianta omonima da cui si ricava la lacca.
In Giappone i primi oggetti laccati sono stati rinvenuti 5.500 anni fa e da allora questa tradizione ha valicato epoche e confini.

Nuovo Erasmus, nuova esperienza di danza e qui trova un’insegnante catalana che l’accoglie nella sua palestra così da poter continuare il suo nuovo percorso nella danza contemporanea, questa volta in catalano e incastrando nelle sue lunghe giornate, l’Accademia, la danza, la pratica della lacca giapponese che coltivava a casa per continuare ad accumulare strati su strati. 

«sono arrivata a 70 strati di lacca, un procedimento lentissimo, tra applicazione, cottura, lucidatura».

Torna in Italia e il tempo in Accademia è quello che la separa dalla conclusione del biennio specialistico. Questo tempo lo investe costruendo la sua tesi, facendo ricerca e catalogazione sugli smalti e le sue applicazioni.
A Barcellona nasce l’opera sorella di “fluttuazioni”, opera che espone l’anno prima ad urbino per il Premio Nazionale delle Arti. Si intitola “Bisanzio di terracotta” e vede come tecnica usata il Mosaico smaltato, tesserine smaltate una ad una con minuzia e precisione.
A fine febbraio del 2020 Shani si laurea con una tesi dal titolo: “l’evoluzione della tecnica dello smalto da arte applicata a linguaggio contemporaneo”.

La pandemia è un capitolo doloroso della vita di Shani e in questo dolore, che si abbina alla perdita dei due lavori con i quali si mantiene nel periodo degli studi, entrambi nei settori che la pandemia interrompe bruscamente, ristorazione e parchi divertimenti, cerca la forza per guardare al futuro e curare la sua passione per l’arte e la sperimentazione.
Due cose prendono il via nella vita di Shani durante la pandemia: aprire una linea di sue creazioni e un piccolo commercio on-line e l’insegnamento a scuola, dove viene chiamata per alcune supplenze, al Liceo Artistico, la sua scuola, e due sostituzioni questa volta con i ragazzi e le ragazze di due scuole medie della città.

«La ginnastica ritmica è tornata in qualche modo anche qui, perchè i valori sui quali poggia tutto il resto sono gli stessi che ho ritrovato in pedana, ovvero coerenza e responsabilità, disciplina, fatica e sacrificio, organizzazione del tempo, rispetto per le altre persone»

«e certamente empatizzare con i ragazzi, che in questi due anni di pandemia hanno perso tanto delle tappe di sviluppo che sono proprie della loro età. È ingiusto liquidare con un “non si tengono”.»

Anche nel progetto “le mani di Shani” è tutto in costruzione e piena sperimentazione. 

«Creo oggetti di uso quotidiano usando il mosaico, ma non solo».
«Devo trovare il modo migliore per raccontare i miei lavori, familiarizzare con i social media e certamente trovare il modo di fare anche ricerca artistica e farla emergere in quello che faccio. Ma procedo per passi»
«Ho trent’anni ed è questo il tempo per capire COSA MI CHIEDE IL MONDO!»

Questa frase la trovo potentissima, l’idea di poter conciliare l’idea di sé e dei propri sogni con quella che è l’aspettativa che ha l’Universo sulla tua esistenza.
Ha un che di generoso questa immagine, ovvero la possibilità che rimanendo in ascolto con il mondo si possa trovare un equilibrio esistenziale che non dipende solo dall’IO, ma che si confronta con tutto ciò che c’è intorno a noi.
Shani sta cercando di rimanere aggrappata mani e piedi ai suoi sogni e alle sue vocazioni, in equilibrio con il mondo sì, ma un mondo che vorrebbe più vicino a quello che le piace fare.

In campo artistico sicuramente non si può pensare che giovani in uscita da percorsi dell’alta formazione artistica e musicale non abbiano una qualche forma di supporto che ne agevoli lo sviluppo artistico o imprenditoriale. 
Le risorse pubbliche investite nella formazione devono essere seguite da risorse che mirino a supportare in campo artistico i/le neo-diplomati in campo AFAM.
Orientamento all’impresa, formazione sui temi della comunicazione e della promozione, orientare su quanto esiste in termini di bandi e sovvenzioni che la Regione e gli enti locali promuovono.

Per Shani la crescita dei giovani sottende sempre a un patto intergenerazionale, nel quale chi ha maggiori competenze ed esperienza sia una guida per chi si affaccia al mondo complesso e intricato della produzione artistica e culturale.

«Ravenna?»
«Ravenna la vedo in fase di apertura, mi piacerebbe che investisse ancora di più sulla sua parte di cittadinanza più giovane e che facesse di questa parte di popolo un acceleratore dei processi di sviluppo economico e culturale della città»

Shani mi porta una della sue creazioni, un portachiavi con l’iniziale del mio cognome. La parte colorata è in mosaico, azzurro,  su un supporto in legno. Bellissimo! 

Grazie Shani per aver condiviso con me quello che ho scritto, ma anche tutto ciò che abbiamo lasciato fuori da questo racconto e di cui mi hai fatto dono.
Sei una giovane donna coraggiosa, esploratrice coraggiosa di linguaggi, luoghi del mondo e dell’anima che fanno delle tue mani, le mani di Shani, il ponte attraverso il quale tu conosci  l’inesplorato e avvicini le persone.

O: «Damigela, ci vediamo stasera, ti aspetto »
D: «Ti stavo giusto scrivendo per l’indirizzo»
D: «Sono qui!»

Damigela, anzi meglio Prof. Hoxha, oggi ricercatrice senior, ha all’attivo 17 pubblicazioni, docente presso il Campus di Ravenna, Dipartimento di scienze giuridiche, settore disciplinare: Storia del diritto medievale e moderno. Titolare di un modulo nell’ambito dell’insegnamento di Storia del diritto moderno e contemporaneo nel corso di laurea Magistrale di Giurisprudenza, sede di Ravenna e titolare dell’insegnamento di Storia delle codificazioni moderne nel corso di laurea triennale in Giurista d’impresa, sede di Ravenna.

Potrei quasi chiudere qui il racconto, alla sola lettura del curriculum vitae e della produzione accademica che ha segnato il percorso di Damigela, ma come ci siamo dette durante questo TEDAME:

ABBIAMO BISOGNO DI CAMBIARE IL REGISTRO DI NARRAZIONE, o meglio, raccontare delle cittadine e cittadini con background migratorio che lavorano, studiano nella mia città, Ravenna, o in questo Paese. Rendere noti i vissuti, le identità plurali che si portano dietro ad ogni tappa della propria vita ed essere esempio per i tanti bambini e bambine con vissuti simili cha hanno bisogno di modelli positivi, emancipati dagli stereotipi che annientano aspirazioni e costruzioni positive di sé.

D: «da dove partiamo?»
O: «da un luogo?»
D: «Scegliere un luogo per me è faticoso perché ogni luogo ha significato una “rinascita” e una nuova “casa”»

Tirana, Feltre, Bologna, Ravenna sono tutte città che tracciano una mappa emotiva, culturale e professionale per Damigela, sulla quale ha posato la realizzazione di sé e l’elaborazione di quanto ha vissuto nella tappe, alcune dolorose, della sua esistenza.

1994-1997-2001 sono tre anni importanti per la famiglia di Damigela, il ‘94 è l’anno in cui il padre di Damigela, genetista zootecnico, parte per l’Italia per un dottorato di ricerca presso l’Università di Bologna; il ‘97 coincide con il ritorno del padre in Albania e lo scoppio del conflitto civile albanese noto come “anarchia albanese” e il 2001, anno di arrivo di Damigela e il resto della sua famiglia in Italia, anche per loro storie di “ordinari” ricongiungimenti familiari.
Ma torniamo al 97, gli anni che Damigela descrive come gli “anni della guerra”, che non vedono per strada eserciti di schieramenti opposti, ma scene di guerriglia urbana tra cittadini, bande e una scia di sangue che mieterà migliaia di vittime.

Siamo nel gennaio del 97 quando le piramidi finanziarie in Albania, nelle quali due terzi della popolazione investono risparmi e rimesse, deflagrano facendo perdere a milioni di famiglie tutti i loro risparmi. 
In Albania divampa quindi la protesta che si sviluppa in tutto il Paese, le armerie vengono saccheggiate da comuni cittadine e bande criminali, che nel giro di poco inondano le strade di armi e violenza.

L’osservatorio su tutto ciò che mi restituisce Damigela, sono i ricordi di una bambina, all’epoca 10 anni.
Fino a quel momento Damigela vive in un contesto di amore, di famiglia allargata con nonna e bisnonna, con due genitori che grazie al lavoro, nell’ambito della pubblica amministrazione la madre, genetista zootecnico il padre, non hanno preoccupazioni di natura economica.
La guerra stravolge tutto e tutti: il padre fugge a Durazzo per non rappresentare una minaccia per la sua famiglia, essendo lui possibile bersaglio, come tutti gli uomini, di bande armate e criminali, lasciando figlie, moglie, nonna e bisnonna nella capitale Tirana.

L’immagine, tra le più forti, che mi lascia Damigela è quella di sua madre che, nell’intento di proteggere la sua famiglia, presidia la casa, spalle alla porta imbracciando un Kalashnikov e ascoltando dal citofono possibili rumori o passi.
Un altro ricordo di Damigela è il grembiule colmo di caramelle della bisnonna e la trovata che aveva ideato per tenere giù, quanto più possibile vicino al pavimento, la sorella di Damigela, all’epoca 4 anni, che non comprendeva la pericolosità, in alcuni momenti della giornata, nel giocare o correre per casa vista l’eventualità di proiettili vaganti in arrivo dalle strade messe a ferro e fuoco.
«Buttava la sua fede nuziale per terra e chiedeva a me e mia sorella di trovarla così da avere come ricompensa le caramelle che custodiva nel suo grembiule»

L’amore e l’ingegno per preservare l’infanzia e proteggerla dalla violenza e dalla paura.

Tra tutto questo e l’arrivo in Italia di Damigela c’è la fine del conflitto, la partenza del padre per l’Italia e la ricerca della situazione ideale per rispondere ai requisiti del ricongiungimento familiare.
È quindi nel 2001 che Damigela, sorella e mamma raggiungono il papà in un paesino di 2000 anime, Alano di Piave, nella provincia di Belluno.
Questo passaggio mi ricorda la storia di Nawal, uno dei primi TEDAME, che con Damigela ha in comune gli anni dell’arrivo in Italia, la fatica dei padri di rispondere ai requisiti necessari per ricongiungersi con la propria famiglia, ma anche l’inizio della scuola e quella sensazione di essere arrivate in un contesto che costerà fatica, tanta, rendere accogliente e familiare.
14 anni, piena adolescenza, sradicata dal contesto di origine, media eccellente a scuola, questa è Damigela al suo arrivo ad Alano di Piave.
Inizia la prima al liceo scientifico e dopo i primi voti bassi che fatica ad accettare è un momento preciso che segna il percorso liceale di Damigela e le dà la spinta motivazionale necessaria per ripartire:
«interrogazione di scienze della terra, una prof. esigente, ma che comprende che il mio limite non è lo studio, ma la lingua (nessuna mediazione linguistica o culturale era fornita a Damigela in quegli anni a Valdobbiadene) e mi permette di sostenere la prova in lingua inglese. Prendo un bel 10 e da quel momento non sono più scesa sotto il 9, tanta era la soddisfazione e la voglia di provare, a me stessa e alla mia famiglia, che potevo farcela! »

La scelta dell’Università la porta a Udine, dove inizia Giurisprudenza.

A volte guardandosi indietro e rileggendo i contesti nei quali si è cresciute si capisce molto del proprio presente e voltandosi indietro Damigela vede la nonna che ha vissuto con loro in Italia e che di nome fa Libera, una donna sorridente che “ai suoi tempi”, in Albania, si laurea in ingegneria chimica e diventa insegnante, c’è il dottorato di suo padre che sceglie Bologna, che è cresciuto in una scuola italiana in Albania e che sa suonare alla chitarra Gaber, Battisti e de Andrè.

Il percorso accademico la porta a Bologna prima e poi Ravenna, passando per Milano e Udine dove si laurea con una tesi in Storia del Diritto Moderno e Contemporaneo dal titolo “la giustizia criminale in Albania durante l’occupazione fascista. Ricerche archivistiche e storico-giuridiche”, relatore prof. Marco Cavina.
Per la ricerca di tesi vola in Albania, più precisamente presso gli archivi di Stato a cercare parole, immagini e voci che diano altre angolature della questione, lenti che vanno quantomeno ripulite per vedere nitidamente.

Il passo successivo è il bando per un dottorato di ricerca e qui la vita di Damigela prende velocità e ritmo sostenuto, iniziando a contemplare il percorso accademico e nutrire una crescente passione per la Storia del Diritto.
Nel 2017 diventa ricercatrice in Storia del Diritto medievale e moderno per l’Università di Bologna vincendo il concorso e avviando di fatto il percorso che l’ha portata oggi a Ravenna.
La squadra di ricercatori che affianca il prof. Cavina si occupa di ampi campi del diritto e che toccano la storia del patriarcato, la storia dei maltrattamenti nei contesti familiari, gli studi di genere, il fine vita, il diritto tradizionale africano.
Ognuno di questi tocca ambiti fortemente contemporanei e che interrogano società e decisori politici ad ogni livello, a partire da quello locale.

«E ora Damigela su cosa stai lavorando?»
«sul fenomeno della mascolinizzazione della donna nel diritto»
Un vero e proprio travestimento sociale che investe le donne per accedere a diritti o spazi sociali, a partire dal diritto all’accesso all’eredità familiare.
Sono le vergini giurate, burrneshe, in Albania, oppure le masculiate a Napoli nel 700, ovvero le ragazze che non erano state date in moglie entro i 16 anni.
Una ricerca che varrà certamente la pena leggere e divulgare per conoscere le origini e le dinamiche patriarcali.

Questo approccio, “caleidoscopico”, come lo definisce Damigela, è vitale per la pratica dell’insegnamento. Trasferire quante più angolazioni, punti di osservazione, sfumature ai/alle giovani è quanto di più utile si possa dare loro per stimolarli alla ricerca, alla comprensione critica e proattiva del mondo.

«Studentesse e studenti sempre di più stanno comprendendo l’importanza dello sguardo di genere nella Storia e nel Diritto».
Certamente, senza questo sguardo, si perde di vista la metà del mondo.

Sguardi plurali sul mondo, senso di responsabilità e voglia di restituzione alla comunità di accoglienza sono gli elementi che hanno guidato poi Damigela a incastrare in mezzo allo studio, alla ricerca e all’insegnamento, anche la Politica.

Nel 2016 si candida e viene eletta Consigliera Comunale di Feltre, per lei esperienza «fondamentale!», attraverso la quale acquisisce un altro strumento di lettura delle dinamiche complesse dello sviluppo locale e soprattutto comprende quanto le voci di chi ha vissuti che originano nella migrazioni, nell’appartenenza a comunità religiose di minoranza, diversità e identità “complesse” sono fondamentali per costruire Istituzioni che siano realmente rappresentative e democratiche.


Anche Damigela mi porta un dono e insieme a questo anche una promessa.
Sono due pubblicazioni, la prima: il suo dottorato sulla “giustizia criminale napoleonica. A Bologna fra prassi e insegnamento universitario” e la seconda dal titolo: “ le donne e la giustizia, fra medioevo ed età moderna” alla quale ha collaborato e che è a cura del prof. Cavina e del prof. Ribémont. Grazie!
La promessa invece è che mi porterà il tè della montagna, un infuso tipico delle vette albanesi e che non vedo l’ora di assaggiare! 

«E Ravenna?»

«Ravenna è materna
La misura giusta tra Feltre e Bologna, avvolgente.
Quando ti siedi in un bar senti di essere sempre nel posto giusto».
«A Ravenna mi sono ritrovata. È casa, di nuovo»

«È confermato per oggi?»
«Sì certo Mauro, ci vediamo da me alle 18».
«Vengo in bici perché abito a un soffio».

Mauro Marino è una di quelle persone che trasmettono grandezza umana, quella grandezza che si incarna combinando magistralmente : la conoscenza che trasmette una vita densa, il sapere dello studio e della ricerca, la passione per la condivisione di quel sapere con quante più persone possibile.

Mauro mi osserva mentre preparo il tè: 
«ti guardo per studiare i vari passaggi.Sono stato molte volte nei paesi del Maghreb, ma ancora non ho memorizzato tutti i passaggi.Il tè lo trovi qui o arriva dal Marocco?»
«Lo compro da Aladin, l’alimentari che si trova in via Sant’Alberto, da loro trovo tutto: tè verde, zollette di zucchero, menta sempre fresca»
«Anche io ho un negozio di fiducia quando cerco ingredienti particolari per prepare i piatti Venezuelani, quello in via Carducci»

Aspetta Mauro! Fammi sedere e prendere appunti, non vorrei dimenticarmi nulla della tua storia e delle curve o strettoie che ti hanno portato fin qui, fin dove sei nella tua vita, perchè tra le tante cose che sto imparando e riscoprendo da questi incontri tre sono ricorrenti: ogni persona ha una storia che vale la pena raccontare, in ognuna di queste storie troviamo un po’ di Ravenna e nell’incontro ritroviamo sempre un po’ di noi stessi e # le cose che abbiamo in comune.

«La mia storia è disarticolata, costellata di cambi di rotta e direzione quindi..da dove partiamo?»

Mauro è nato a Ravenna ed è cresciuto tra i vicoli del borgo San Biagio giocando tra le stradine della “Kasbah” di Ravenna, nella strada parallela a dove vivo, ma il destino e soprattutto le scelte di suo padre lo hanno portato per un periodo della sua vita, precisamente dagli 8 ai 13 anni, fino in Venezuela.
Perchè il Venezuela? 
Proviamo allora a prendere in mano questa lunga pellicola fotografica, sorseggiamo il tè e mettiamola controluce per vederne i fotogrammi, pezzi di vita, il cui ordine lo darà la prospettiva molto più che l’ordine cronologico.

“Mio nonno era di Genova e la mia nonna, ravennate, una partigiana il cui nome di battaglia era per l’appunto “la genovese” e lavorava per la sede ravennate della TODT tedesca”.
La TODT era un’organizzazione nata in Germania alla fine degli anni trenta per la costruzione di grandi opere infrastrutturali e che nei paesi occupati reclutava forza lavoro principalmete tra i prigionieri di guerra per la costruzione di infrastrutture e installazioni militari strategiche per l’invasione nazista.
“La genovese”, vista da molti come traditrice che lavorava presso l’invasore, in realtà fu una figura fondamentale per la lotta partigiana.
Negli uffici della TODT trascriveva mappe e documenti che quindi sottraeva e nascondeva sotto la gonna per poi consegnarli a qualche partigiano nascosto sulla via Ravegnana al rientro a casa.

Storie di ordinaria-straordinaria Resistenza antifascista. Femminile.

«Mio nonno era convinto che molte delle cose che ci succedono nella vita siano l’esito di piccole casualità, come prendere una strada piuttosto che un’altra per tornare a casa. Scegliere di andare a destra o sinistra può cambiare il corso delle cose».
Mi viene in mente “Sliding Doors”, commedia del 97 dove una giovanissima Gwyneth Paltrow vive due vite, uno sdoppiamento del destino che cambia inesorabilmente il corso della vita della protagonista a partire da un treno perso o preso. 
Oppure “Remoria” di Valerio Mattioli, che prende il nome dal cambio di finale nella lotta fratricida che porta alla fondazione della capitale, ovvero la morte di Romolo e non di Remo.

Ma torniamo al nonno di Mauro.

Questo mantra che guida il nonno lo porta una sera, all’atto di uscire di casa, a misurarsi proprio con il fato e sull’uscio, dalla tasca, cade un gruzzolo di monete che inizia a rotolare giù dalle note discese genovesi prendendo una chiara direzione.
“Ok si va a sinistra stasera!” deve aver pensato nonno Nino rincorrendo le monetine.

Nel Bar che si trova prendendo “la strada che va a sinistra” il nonno di Mauro incontra un vecchio amico. I due iniziano a parlare e viene fuori che in quel momento in Venezuela si sta bene, ci sono buoni margini per trovare un buon lavoro, guadagnare bene.
Il nonno di Mauro all’epoca, gli anni 50, era ragioniere nell’Italia del dopoguerra e spinto più da una fame di scoperta che di fortuna decide di partire per il Venezuela e iniziare una nuova vita. 
Il Venezuela negli anni 50, sotto il generale Jiménez, diventa meta di migrazioni di massa dall’Europa, e in particolare dall’Italia arrivarono 300.000 persone che comporranno secondo il censimento del 1961 la comunità straniera più numerosa del Venezuela.
Una scelta che anche il padre di Mauro, che all’epoca aveva 8 anni, intraprende vent’anni dopo e vola fino in Venezuela, nella città di Valencia, con la sua famiglia.
In questo paese lontano Mauro inizia la terza elementare in una scuola italo-venezuelana, imparando la lingua in soli 3 mesi. La quarta elementare invece la frequenta in una scuola privata popolata di bambini e bambine di tutto il mondo.

«Era possibile che in una settimana mi capitasse di andare una volta a casa di un amico americano, il giorno dopo venezuelano, quello dopo asiatico e quello dopo ancora ospitare a casa un’amica di qualche paese africano. Una scoperta continua che mi ha arricchito enormemente e soprattutto reso il contesto internazionale, plurilingue, multiculturale, multireligioso una normalità»

Avere “il mondo intero” come contesto educativo, familiare, sociale quotidiano nel quale crescere e formarsi dagli 8 ai 13 anni sicuramente è l’inestimabile fortuna che il fato ha riservato a Mauro e che lui ha saputo mettere a frutto.

Questo frammento di pellicola ci serve per ricostruire l’incipit a tutto quello che verrà dopo e che sta nella maestria di Mauro nel costruire un progetto di vita a Ravenna che provasse a far entrare il “grande” nel “piccolo” e che rispondesse a queste domande:
come si può continuare a nutrire l’appetito di un viaggiatore, di un giovane esploratore, di un bambino abituato a vivere in mezzo a persone di ogni provenienza e cultura a Ravenna, stretto tra l’Adriatico e l’Appennino?
Come fanno i viaggiatori a impacchettare nella valigia del “ritorno” quello che si sono portati all’andata, più tutto quello che hanno trovato, incontrato, cercato, ascoltato? Come si fa stare tutto in valigia?

La risposta che colgo dai racconti di Mauro è che uno dei segreti è certamente quello di fare più cose contemporaneamente, vivere più vite in una, ancora il “grande” nel “piccolo” e così dopo gli studi alberghieri, in questo “piccolo” riesce a farci stare il lavoro nel forno-pasticceria di famiglia, le collaborazioni con la scuola di interpreti e traduttori vista la sua competenza con lo spagnolo, il percorso che si apre dopo l’incontro con sua moglie e che lo avvicina al mondo dei viaggi organizzati.
A metà degli anni 90 il suo primo viaggio nel ruolo di Accompagnatore turistico, figura chiave per i gruppi che si affidano a queste figure professionali che coordinano tutti gli aspetti logistici, relazionali e qualitativi dei servizi e introducono i viaggiatori alle destinazioni prescelte.

Questo passaggio è illuminante per Mauro e come le monetine del nonno che rotolano giù per la discesa, questa esperienza accende un’insegna luminosa che indica chiaramente una direzione e il passo successivo è l’abilitazione a guida turistica; ma non solo, nella stessa sessione Mauro tenta la tripletta, ovvero abilitarsi in tutti gli ambiti: accompagnatore turistico, guida turistica e interprete turistico.
120 candidature (solo per l’esame di guida turistica), in 60 si presentano all’esame, lo superano in 4 e tra questi 4 c’è Mauro che in aggiunta centra tutti e tre i bersagli.

Studiare si rivela non solo il mezzo con il quale ha conseguito il risultato, ma soprattutto un piacere che lo ricongiunge con la sua passione per l’arte e la ricerca.
A 30 anni si iscrive all’università e si laurea con il massimo dei voti in Conservazione dei beni culturali nella sede di Ravenna.
Un riscatto, così lo chiama Mauro, che viene dopo un percorso scolastico che ha ripreso e interrotto seguendo i ritmi del trasferimento in Venezuela prima e del ritorno in Italia poi e che aveva lasciato in lui lacune e fame di conoscenza.

Un altro fotogramma controluce. Attraversiamo rapidamente i 12 anni di gestione del bar della clinica Domus Nova, certamente anche questa deve essere stata una parentesi che ha un’infinità di sottocartelle da aprire, ma in realtà anche questo tornante lo porta sempre più vicino alla quadratura del cerchio, perchè questo lavoro gli permette di continuare a coltivare la sua vocazione verso le visita guidate, l’accompagnamento dei gruppi, i viaggi, lo studio.

Ancora “il grande” nel “piccolo”, più vite, più piani dove lanciare diverse trottole, tutte diverse, ma che non cessano di roteare per tenere tutto insieme e in movimento.

Il cammino di Mauro, il roteare delle trottole, il rotolare delle monetine lo avvicinano a un altro punto di svolta e anche alla ragione per cui ho pensato a Mauro per questo TE DA ME, ovvero il momento in cui inizia a pensare a come non solo il “grande” entra nel “piccolo”, ma a come il “piccolo” può farsi “grande”, a come una guida turistica può diventare guida non solo dei forestieri ma soprattutto dei cittadini che abitano la sua città, Ravenna.

Come riscoprire Ravenna, raccontarla da diverse prospettive?
«Volevo iniziare a pensare anche ai ravennati oltre che ai turisti. Come raccontare e fare loro riscoprire la città attraverso percorsi ed itinerari inediti»

Questo progetto nasce da un’altra sua esperienza da gestore di un bar, ovvero il “caffè letterario” di Piazzale Farini dal 2008 fino al 2014

“Una zona inquisita” la definisce Mauro. Certamente sono stati anni complessi per l’ordine pubblico quelli, ma anche anni in cui le amministrazioni locali che si sono succedute, forze dell’ordine, associazionismo, territorio, hanno vissuto anni di dibattito pubblico e politico su cosa volesse dire “sicurezza”, ordine pubblico – appunto –,  ma soprattutto su quali strumenti puntare per ottenere un risultato che non fosse solo l’esito di una repressione o militarizzazione delle città o porzioni di essa. Dibattito italiano, europeo, ravennate, che sulla zona degli Speyer ha prodotto politiche e strategie che oggi ci restituiscono una porzione di città certamente più vivibile, che lì vedrà sorgere lo studentato universitario, che ha aperto un presidio, cittAttiva, che promuove progetti di cittadinanza, partecipazione, animazione del parco, eventi culturali, socialità ritrovata.

Marino in quegli anni avvia il progetto “visite GuidaThè”, i primi itinerari di scoperta della città, ai partecipanti veniva offerto, prima della partenza, un thè.
«È anche per questo che ho accettato il tuo invito Ouidad, mi ha ricordato questo progetto che per me ha significato l’inizio del percorso degli itinerari dedicati ai cittadini e cittadine ravennati».

La costruzione degli itinerari originali che Mauro propone nascono dall’intersezione dei saperi di cui si è equipaggiato negli anni attraverso lo studio, la ricerca, ma soprattutto la capacità di saper guardare la città nella quale vive abitualmente con occhi sempre nuovi, rivelando le tracce millenarie nascoste nelle strade che percorriamo tutti i giorni, grattando lo smalto dal “noto” cercando lo stupore nelle storie o aneddoti che puntualmente aprono ad altro sapere, all’infinita curiosità che tutte e tutti noi custodiamo.

Una tensione umana.

«Ho raccontato la storia delle maestre del Borgo San Biagio, delle biografie meno note che riposano nel cimitero monumentale, delle chiese scomparse di Ravenna di cui scrive Corrado Ricci» .
«Ma anche i monumenti Unesco che conosciamo e amiamo possono raccontarci ad esempio dell’ipertiroidismo della corte di Teodora, osservando il collo gonfio delle donne che accompagnano l’Imperatrice».
Luoghi che Mauro sa far riapparire e scomparire attraverso i suoi racconti e i dettagli su cui porta l’attenzione di chi lo ascolta.

La Ravenna esoterica, la Ravenna della setta degli accoltellatori, la Ravenna erotica.

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Senz’altro un altro ambito che accende Mauro e accende anche me, sono i sincretismi culturali dei quali si nutre da quando è bambino e che è una lente immancabile attraverso la quale guarda il mondo e il suo lavoro.

Il sincretismo è l’incontro fra culture, identità, visioni diverse, all’apparenza inconciliabili e che danno origine a innovazioni, nuovi approcci e identità complesse e plurali.

Ravenna ha il sincretismo culturale nella sua identità e nelle sue origini romane, ostrogote e bizantine, la sua storia è caratterizzata da un flusso incessante di culture, lingue, religioni. 

«il nostro Porto è il primo segno di tutto questo, se si va al Museo Nazionale si possono osservare le lapidi dei classiari provenienti da tutto il Mediterraneo e in particolare ne vorrei ricordare una, la stele di Publio Longidienio.
Nella sua lapide ha apposto una scritto che recita in sintesi: “Publio Longidienio, fabbro navale” e dalle immagini si può evincere il benessere al quale è giunto grazie al suo lavoro a Classe».

Un uomo giunto da lontano, lingua diversa, costumi diversi, che qui ha costruito una vita per sè e per la sua famiglia grazie al lavoro e alle opportunità che offriva l’insediamento portuale della flotta imperiale a Classe. Vi ricorda niente?

Ravenna luogo di arrivo e stanziamento di popoli di lingue, culture, religioni differenti e dove anche Teodorico il Grande porta nella sua pratica di governo gli strumenti per far vivere insieme popoli con culture, religioni e costumi differenti.
«Teodorico istituisce di fatto tre tribunali per giudicare equamente i casi riguardanti romani e barbari:  i Presidi delle Province per i Romani; i Comites Ghotorum per i Barbari e per le cause miste, al Comes straniero l’assistenza di un Prudens romanus»
Ma è nei mosaici bizantini che ritroviamo «l’apoteosi del sincretismo culturale», ovvero la fusione tra l’approccio cristiano al sacro e quello mitologico più propriamente greco.
Questi ultimi infatti confinano nell’Olimpo le divinità “imperfette” che però risultano irraggiungibili per gli esseri umani  anche dopo la morte, mentre il cristianesimo rende perfette le figure sacre e le sue icone ma, diversamente dalla mitologia, l’essere umano si ricongiunge con Dio dopo la morte, perfetti quindi, ma raggiungibili.
Il mosaico bizantino è quindi la sintesi di questi due universi, essi sono infatti perfetti e irraggiungibili.

Ravenna Sincretica.

Nella vita di Mauro arriva anche la scuola e l’insegnamento. 
Iscritto alle graduatorie per le supplenze inizia il suo percorso o meglio il suo “ritorno” all’Istituto Alberghiero di Cervia dove insegna nel corso di cucina e dove da quest’anno sarà finalmente immesso in ruolo.
Dallo scorso anno sono state aggiunte anche ore di storia dell’arte e Mauro ha così trovato il fil rouge: la passione per l’insegnamento della cucina e delle tradizioni enogastronomiche, ma anche trasferire conoscenze sul patrimonio artistico e culturale ai ragazzi e alle ragazze che in futuro si occuperanno di accoglienza turistica e ospitalità.
La scuola porta con sè l’incontro con gli/le adolescenti e con il loro mondo aggrovigliato ad identità ancora in divenire e che Mauro ha saputo accogliere attraverso l’ascolto e la motivazione che ha trasmesso ai ragazzi.

«Il primo anno è stato, sotto il profilo emotivo, devastante. Non gli insegnavo solo a fare il ragù», no decisamente, visti i messaggi ricevuti dai ragazzi che mi mostra orgoglioso e commosso e nei quali si legge il grado di connessione che Mauro è riuscito negli anni ad instaurare con i gruppi classe con i quali ha lavorato.
Ma la riscoperta di Ravenna è sempre lì, nell’ideazione di nuovi itinerari, percorsi nuovi: recentemente ha scoperto Borgo Radisa.

Dal blog di Mauro Marino :

“Borgo Radisa:
c’è uno spicchio di terra là dove Ronco e Montone si uniscono e danno vita ai Fiumi Uniti di Ravenna. Questo triangolo scaleno di terra ha un nome: Borgo Radisa di Punta Galletta. Andiamo in ordine però. Borgo Radisa perché questo era il soprannome della famiglia Mercuriali proprietaria del fondo. Punta Galletti perché prima erano territori appartenuti alla ricca famiglia dei Galletti Abbiosi. Ma perché borgo? Nel fondo si sono sviluppate una serie di abitazioni e a partire dai primi anni del Novecento si è venuta a creare una considerevole comunità di braccianti che dall’entroterra si spostavano verso le campagne della città.”

In cantiere ci sono itinerari sui teatri della città, sul cinema e molto altro ancora.
«Quello che dobbiamo risvegliare in molti, molte ravennati è una lettura nuova della loro città, un approccio proattivo verso ciò che non ci piace e vogliamo migliorare. Accompagnare alla critica anche l’azione, la proposta e la conoscenza».
Ci viene allora in mente un’idea comune, che a me ha stimolato Mauro, ma che lui già custodiva in uno dei cassetti della mente:

Un PASSAPORTO ravennate nei quali registrare le esperienze che i cittadini e le cittadine fanno in questa città per conoscerla o riscoprirla: un altro modo di costruire cittadinanza e senso di appartenenza a un territorio che non conosciamo mai abbastanza e che dai lidi, al forese, al centro storico e i suoi borghi è tutto da scoprire a qualsiasi età.
Chiedo a Mauro quali timbri non possono mancare in questo Passaporto che ci immaginiamo:
«certamente le vie d’acqua perchè non si può comprendere Ravenna, i suoi movimenti, l’andamento delle sue strade se non si immaginano mentre la si percorre i letti dei fiumi e dei corsi che la attraversavano prima delle bonifiche e delle deviazioni dei fiumi.
La Ravenna esoterica, perchè anche questo approccio, quello che suggerisce l’etimologia della parola stessa, ovvero rivelare quello che non è visibile è una chiave fondamentale per comprendere questo territorio.
L’itinerario della Darsena che ci racconta la città marittima e lagunare che siamo, ma anche il laboratorio di rigenerazione che è diventato quel luogo di Ravenna»

La setta degli accoltellatori, i “Peaky Blinders” romagnoli verrebbe da dire, sono un altro capitolo della storia tardo-risorgimentale di Ravenna che Mauro metterebbe tra i “non sei di Ravenna se” che insieme ci immaginiamo. Una via Mentana, all’epoca via delle Melarance, piena di ex garibaldini brilli che dibattevano del nuovo assetto politico, delusi dalla neocostituita Italia unita e monarchica.
Una storia di delitti e terrorismo che ha visto su 80.000 abitanti(in città 50.000) la bellezza di 4000 avvisi di garanzia, un ravennate ogni 20 in qualche modo era connesso alle attività di questa setta che negli anni della sua “attività terroristica”, 1865 e 1871, ha causato 8 morti, 6 feriti, 207 pugnalate inferte. Un maxi processo per l’epoca che portò a l’incarcerazione di 23 “accoltellatori”.

Anche Mauro porta un dono, anche questo inaspettato e totalmente coerente sia con la nostra lunga chiacchierata che con tutto il percorso che sto facendo grazie a questi fortunati incontri: una clessidra in ottone.
«Nasce per calcolare i tempi giusti di infusione del thè, ma soprattutto per rendere visibile lo scorrere del tempo»

Il tempo e il fato che si rincorrono, le Parche che sghignazzano, filando e tessendo i nostri destini e noi che rincorriamo monetine che indicano infinite vie.

Federica: «Arrivooooo»
Ouidad: «Sììììì, sono qui»
Federica: «Ho trovato parcheggio in via R., incredibile!»

Io e Federica ci conosciamo dai tempi delle stagioni al Bagno Paradiso a Marina di Ravenna, cameriere da giovanissime, esperienza che ci ha insegnato a stare con le persone, lavorare a ritmi sostenuti e che ci ha ripagato con un po’ di indipendenza economica che da neo-maggiorenni aiuta a dare valore al denaro, permettersi qualche viaggetto e per me ha significato pagarmi gli studi. 

Anche Federica porta un dono ed è una calamita fatta a mano da una donna palestinese che a causa della pandemia ha perso il suo lavoro di insegnante di infanzia e che sbarca il lunario producendo piccoli pezzi di artigianato locale.
Chissà se sa che ora, uno di questi pezzi, ha trovato casa in una città lontana in Italia, su un frigo tra i post-it che mi ricordano cose fondamentalmente inutili.

Preparo anche a Federica il té alla menta, bevanda che anche in Palestina è diffusa insieme alla variante alla salvia.
Il rituale ormai è consolidato, té nero, acqua, menta e zucchero.
Un sorso e iniziano a sgorgare racconti, stati d’animo, ricordi.

Federica vive ormai fuori da Ravenna da qualche anno e questo slancio verso il mondo lo ha maturato e assecondato a partire dagli anni universitari e oggi l’ha portata fino in Palestina dove ormai dal 2019 vive e lavora per il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), in particolare per il Programma PAPP, “Programme of Assistance to the Palestinian People”.

È ricercatrice e progettista, vive a Ramallah e lavora nel quartiere di Sheikh Jarrah.

Sheikh Jarrah è divenuto tristemente noto per gli scontri degli ultimi mesi che vedono ancora una volta famiglie palestinesi destinatarie di avvisi di sfratto, o ancora meglio, una vera e propria “espropriazione forzata”, conseguenza delle azioni legali intraprese dall’organizzazione di coloni Nahalat Shimon sulla proprietà dei terreni sui quali dagli anni ’50 vivono i palestinesi.
I palestinesi a loro volta rivendicano il diritto di “abitare” quelle terre perché sono lì a causa di un altro “forced displacement” ovvero la “Nakba”, la progressiva perdita di territori da parte del popolo palestinese, passati sotto lo Stato d’Israele, come conseguenza dei conflitti che si susseguono dal 1948.

Spulciando su internet scopro che questo quartiere porta un nome che oggi diventa in qualche modo evocativo di una radice resistente e di un territorio che da secoli è conteso e oggetto di conflitti tra mondi e “civiltà”:
Il quartiere deve il suo nome al medico personale di Saladino, condottiero curdo e sultano d’Egitto che ha combattuto le crociate europee nel Levante. 
Il medico si chiamava Hussam al Din, noto come Jarrah, in arabo, “guaritore”.

Federica tutte le mattine prende il bus che UNDP mette a disposizione del proprio personale e attraversa il checkpoint riservato al personale diplomatico e umanitario.

«Da maggio in quartiere si percepisce la tensione» e mi parla di una delle armi che le forze israeliane utilizzano per reprimere le contestazioni e costringere le persone a stare presso le loro abitazioni:
«le strade sono invase da “skunk water” (acqua puzzolente) che ha un odore indescrivibile, insopportabile e che sulla pelle rimane per giorni».

Non conoscevo questo mezzo impiegato dalle forze israeliane e penso che, dopo le vite perse e il più noto utilizzo di proiettili di gomma, gas lacrimogeni, cariche, arrivare a concepire un’arma del genere è fuori dalla mia portata, non lo comprendo proprio.
Una compagnia israeliana, l’Odortec (fonte Al Jazeera) modifica chimicamente la composizione dell’acqua per conferirvi questo odore che causa nausea, irritazioni alla pelle, bruciore agli occhi e all’addome.
Questa skunk water non viene impiegata solo per sedare le proteste e disperdere le folle, ma viene impiegata per “punizioni collettive”, spruzzate sulle case e sui negozi dei quartieri che hanno preso parte alle proteste.

«Quando sono venuta a conoscenza di questo mezzo ho pensato due cose:
1- quale mente diabolica può concepire di modificare chimicamente l’acqua per renderla disgustosa  e nauseabonda utilizzandola contro le persone e le loro case?
2- come fanno queste famiglie a sopportare tutto questo? Questa ennesima umiliazione, disumanizzazione?»

Allora mi parla di Resistenza, quella palestinese però:

«Questo popolo lotta per non essere eliminato, lotta per non essere cancellato, per non essere dimenticato.
Un popolo che non ha mezzi paragonabili alla potenza dello Stato bellico che lo assedia, ma nonostante tutto resiste. Resiste contro le ordinarie e quotidiane ingiustizie e contro l’indifferenza del resto del mondo che ha permesso a uno Stato come Israele di fare quello che fa senza conseguenza alcuna».

I checkpoint sono l’altro punto drammatico, il luogo fisico ed ideale dove si perpetuano quotidiane ingiustizie verso donne e uomini che devono per forza attraversare quei confini odiosi per poter lavorare.

Mi parla di Kalandia, checkpoint che collega la Cisgiordania occidentale e Gerusalemme est, qui le file di persone iniziano a crearsi alle 4.30 del mattino, perché chi lavora non può permettersi che qualcosa vada storto al checkpoint. Migliaia di persone lo attraversano tutti i giorni ed è il simbolo di violazioni continue dei diritti dei palestinesi. Violazioni che hanno confermato tutte le corti possibili immaginabili, Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia e perfino la stessa Corte Suprema israeliana.

«Fede, come arriva il tuo lavoro a queste persone?»

L’Onu attraverso il PAPP lavora per il supporto alla resilienza e allo sviluppo socio-economico per la popolazione Palestinese attraverso interventi multisettoriali tra cui educazione, empowerment femminile, disoccupazione giovanile, supporto al sistema sanitario, progetti infrastrutturali.

«In particolare da Maggio, mese di inizio degli scontri nella striscia di Gaza, siamo in prima linea nel supporto umanitario. Dopo i bombardamenti israeliani avvenuti tra il 10 e il 21 maggio, ci occupiamo anche della rimozione dei detriti, del supporto alle famiglie sfollate alle quali diamo aiuti per ripristinare i danni alle loro abitazioni e se necessario anche “temporary cash assistance”, una sorta di reddito di emergenza».

Dall’inizio dell’ultima crisi ci sono più di 8220 persone sfollate. 
(fonte: https://www.ochaopt.org/content/response-escalation-opt-situation-report-no-8-8-28-july-2021)

La vita quotidiana di Federica a Ramallah è una quotidianità semplice che risuona anche a me che non abito certo in un territorio occupato, ma che immagino come una routine che aiuta Federica a rimanere centrata e non farsi travolgere da questo turbinio di tensione e frustrazione dovute alle ingiustizie alle quali quotidianamente assiste.

Si occupa dei suoi 3 gatti, oltre al gregge di randagi che le fa visita periodicamente per coccole e cibo, segue lezioni di arabo, che ricordo essere un suo sogno sin dai primi anni di università e il contesto immersivo che le dà la Palestina è un’ottima opportunità da cogliere, frequenta amici, colleghi e la comunità di cooperanti italiani che lì lavora.

A pochi mesi dal suo arrivo in Palestina è iniziata la pandemia e me la immagino a migliaia di chilometri ad elaborare tutto insieme: lockdown, un nuovo Paese nel quale vivere, un nuovo lavoro e ovviamente la “questione palestinese”.

Ma Federica è una donna gentilmente forte, un sorriso che spacca le montagne il suo e le chiedo come ha avuto inizio tutto questo.

Come ci è finita lì? Perché la Palestina? Quale scintilla ha brillato? Oppure è stato solo un concatenarsi di eventi e flussi?

La risposta sta nel dosaggio equilibrato tra vocazione, scelte coraggiose e spirito libero:

«sin dal liceo le questioni che riguardavano la Palestina mi hanno sempre interessata e certamente l’arrivo all’università mi ha aiutata a dare un nome a questi processi e capirli in un contesto storico e politico più approfondito di quello che mi portavo dal liceo».

Autodeterminazione dei popoli, diritti umani, diritto alla vita, queste sono le parole che guidano Federica.
Io le riassumo in : profondo senso di giustizia ed empatia.

Prima della Palestina c’è però Bruxelles, città che non riesce a lasciare dopo l’esperienza Erasmus e nella quale continua i suoi studi magistrali: laurea specialistica all’università francofona di Bruxelles in relazioni internazionali con focus su sicurezza, pace e conflitti.
Dopo una pausa di un anno a suon di stage non pagati, frequenti nell’ambito della cooperazione internazionale, inizia quindi un master all’Università fiamminga di Leuven in antropologia culturale e studi sullo sviluppo.

I corsi opzionali sull’agricoltura sostenibile e sicurezza alimentare la portano fino in Etiopia dove rimane 4 mesi in Tigray per seguire una ricerca etnografica nella zona rurale circostante Adigrat (cittadina del Tigray vicino al confine con l’Eritrea), focalizzata su tecniche innovative di allevamento e di piccola produzione casearia, ed il loro impatto sia dal punto di vista della sicurezza alimentare, ma anche e soprattutto dal punto di vista del graduale cambiamento sociale a livello di relazioni e ruoli di genere all’interno delle famiglie allevatrici/produttrici.

Purtroppo oggi il Tigray è una regione dell’Etiopia duramente colpita da un conflitto armato che si protrae ormai da mesi e dove l’emergenza umanitaria è ai massimi livelli.

Leggo dalla rivista on-line dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI) che nel suo briefing al Consiglio di sicurezza dell’ONU in aprile, Mark Lowcock, l’allora coordinatore dei soccorsi di emergenza delle Nazioni Unite, ha dichiarato che “la violenza sessuale è usata in questo conflitto come arma di guerra, come mezzo per umiliare, terrorizzare e traumatizzare un’intera popolazione”.

Federica vorrebbe tornare un giorno in Etiopia, ma ora non è tempo.

In Palestina rimarrà quasi sicuramente un altro anno, il terzo, e questo la aiuterà ad acquisire ancora conoscenza e competenze sul campo oltre che a portare a termini progettazioni e ricerca.

«Ma non credo riuscirò ad andare oltre questo tempo. Inizio a sentire forte la frustrazione e a giorni la rabbia per quello che sta succedendo in questo pezzo di mondo e a questo popolo, sostanzialmente nell’indifferenza internazionale».

«Inizio a sentire addosso tutta la pena per un popolo e per generazioni che ormai nelle ingiustizie e nelle prevaricazioni quotidiane ci sono nate e cresciute».

E mi racconta un episodio emblematico che le è capitato poco prima del suo ritorno in Italia per questa breve pausa estiva.

«Di ritorno da una commissione ci troviamo al checkpoint di Al-Jib che solitamente in entrata verso Ramallah è aperto e usato dal transito dei palestinesi che lavorano in territorio israeliano.
Ci mettiamo in fila dietro a tutte le altre macchine e intravediamo la sbarra chiusa.
A un certo punto vediamo un sacco di automobili fare inversione e tornare indietro.
Scendo dall’auto e mi avvicino ai soldati che si limitano a dirmi “questo checkpoint è chiuso dovete andare a quello di Kalandia!”.
Allora chiedo maggiori informazioni, ma ricevo solo risposte lapidarie: “è chiuso, perché è chiuso”».

Per il personale internazionale delle Nazioni Unite è attivo un servizio telefonico che si chiama “ UN access coordination unit” che presta assistenza negli accessi e nei transiti.

«Pronto, vi risultano problemi al checkpoint di  Al-Jib?»
«Mi faccia controllare… No, non mi risultano problemi, è aperto regolarmente!»

Allora Federica torna alla carica:

«non risultano problemi a questo checkpoint! Fateci passare!»
«siete nella VIP list?»
«Quale VIP list?»
«Solo coloro sulla lista VIP possono passare!»
«Ho parlato con “UN Access” e non risultano VIP list o problemi a questo checkpoint!»

Una telefonata dell’ “access coordination unit” deve essere arrivata da qualche parte, perché a un certo punto il soldato fa segno a Federica che sì, possono passare.

«Non solo noi però, tutti! Tutta questa gente che state tenendo ferma qui senza ragione alcuna!»

Federica è così, non molla mai! E soprattutto non lo fa solo per sé stessa: o la risoluzione del problema è per tutti o non è!
Anche qui la frustrazione di cui mi parlava prima è chiara e forte!

«Perché rendere ancora più complicata la vita di una popolazione già sotto occupazione con questi piccoli quotidiani abusi di potere?Perché non vengono rispettate e applicate le procedure che regolano il transito da una parte all’altra ( a checkpoint che tra l’altro non dovrebbero nemmeno esistere!)?».

Federica ha le sue radici qui a Ravenna, anche se la sua famiglia ha origini che vanno da Napoli a Pisa, e qui per lei è casa e questi tanti anni fuori le danno il privilegio di tornarvi quasi da turista e godere di quel rinnovato stupore che è  privilegio solo di coloro che nella propria città natale vi tornano dopo lunghi periodi all’estero.
I suoi occhi rigenerati attraversano la città e la scrutano ritrovandola ogni volta nuova, notando colori, percorsi che seppur fatti e rifatti nell’adolescenza si mescolano nella mente a tutte le altre strade che in questi anni ha percorso in giro per il mondo e ne fanno esperienze inedite.
Ma un punto resta fermo e sono la famiglia e le relazioni: «Ravenna è per me le persone che la abitano, gli affetti che resistono e che ritrovo qui tali e quali ad ogni ritorno».
Per ora l’aspirazione di Federica è ancora la cittadinanza globale che è per lei stile di vita.

A WOMAN’S PLACE IS IN THE REVOLUTION – questa frase rivoluzionaria Federica ce l’ha tatuata sull’avambraccio.

«è un promemoria per me stessa: non mollare mai e non arrendersi di fronte alle ingiustizie, che il cambiamento è possibile e la giustizia sociale non può essere utopia!».

Ben detto Fede, questo sì che è un promemoria degno di nota, da scrivere bello in grande su un post-it da mettere in evidenza su quel frigo pieno zeppo di cose inutili!

O: Pronto Airin, ciao, dove sei?
A: Ciao, sono in via Portoncino!
O: ti vengo incontro, arrivo!

Airin entra nel mio salotto e da professionista dell’ospitalità quale è, si toglie le scarpe e fa le feste al piccolo padrone di casa e alla gatta Enni-Menni. Lo stile di Airin è inconfondibile, il suo marchio Airin Tribal, ancor prima di indossarlo lo manifesta. Il Kenya è la sua terra di origine e la Romagna terra di conquista e affermazione. Anche Airin mi porta un dono non richiesto, un pezzo unico della sua ultima collezione: una collana colorata, pietre selezionate una ad una dalle sue artigiane e dai suoi artigiani locali che lei guida e ispira con le sue creazioni.

Ma prima il tè.

Anche il tè marocchino è un pezzo unico, ogni infuso ha un sapore diverso e più passa il tempo e gradualmente cambia il sapore, le foglie di tè rilasciano e si concentrano, la dolcezza si stabilizza, la menta diventa intensa.
Il turismo è il suo settore e proprio in Kenya inizia la sua carriera professionale che la porterà, giovanissima ad essere guest relations manager per una grande catena di Hotel e resort di lusso.
Grazie ai bonus di viaggio che l’albergo elargisce ai propri dipendenti, Airin ha la fortuna di poter viaggiare e accumulare esperienze, incontri e poter visitare molti dei paesi di origine dei suoi ospiti e affinare un’arte dell’accoglienza e dell’ospitalità, calibrata sulle loro differenze, culture, preferenze ed inclinazioni.

«Non sognavo l’Europa all’epoca e certamente non era il progetto di vita dal quale dipendeva la sopravvivenza mia o della mia famiglia», ma i bonus le danno la possibilità di entrare in Europa e la curiosità è tanta per una giovane keniana che sogna, quello sì, di crescere professionalmente nell’hôtellerie.

La Germania è il primo paese europeo nel quale fa tappa e quello che doveva essere un soggiorno di 3 mesi si riduce drasticamente a 3 soli giorni, sufficienti per capire che quello non è il suo posto e Airin non si dilunga sulle ragioni, piuttosto mi racconta tra le risate un episodio che ancora la fa ridere, ovvero della telefonata che casualmente sua madre, che la sapeva a 10.000 km, fa a casa e alla quale risponde lei.

“Pronto”
“Pronto, chi parla?”
“sono io mamma”
“io chi?”
“Airin”
“Airin? ma come? non eri in Germania?”

Altro bonus, altro tentativo. Questa volta la destinazione è l’Italia e Airin sogna il Grand Tour alla ricerca delle tante persone che negli anni aveva conosciuto in Kenya nella sua carriera negli alberghi.
Tanti l’avevano salutata invitandola in Italia e lei di questi inviti ne aveva tenuto traccia nella sua piccola rubrica telefonica cartacea, come quelle che si usavano una volta, dove si raccoglievano numeri di telefono, nomi ed indirizzi.

Siamo agli inizi degli anni 90. La prima tappa è Milano, ma la famiglia che lei contatta non è in città in quei giorni .
«Insomma, primo appuntamento a Milano…Bounced!»
Airin riapre la sua agendina, scorre il dito ed eccoli qui, gli altri Italiani vivono a Roma.
Roma! E nell’immaginario di Airin Roma è il colosseo, lo splendore del Vaticano, turisti, alberghi, gente ovunque.

Questo frammento del racconto del grand tour italiano di Airin mi ha ricordato un film:
“Benvenuto a Marly-Gomont” è un film franco-belga del 2016 ispirato a una storia vera e che racconta del medico congolese Seyolo Zantoko che subito dopo la laurea a Lille, decide di trasferirsi in Francia. Della telefonata del dottore alla moglie per dirle che stanno per trasferirsi in Francia, in un paesino a nord di Parigi dove li hanno offerto di iniziare la pratica come medico di famiglia, la moglie capisce solo: Parigi. 
Potete quindi immaginare la moglie, con i due figli quando in realtà arrivano a Marly-Gomont, paese di 500 anime in mezzo alla Piccardia, sotto la pioggia, salutati da un: «Bienvenues à Marly-Gomont!». (Consigliatissimo)
Ecco, per Airin deve essere stato un po’ così, pensare di arrivare a Roma, fontana di Trevi in testa e invece trovarsi a Palombara Sabina e intendiamoci, siamo nelle colline romane, nella bassa Sabina e alle falde del Monte Gennaro, 1270 metri di altezza.
Un borgo antico che, leggo dal sito del Comune di Palombara, sorge molto probabilmente sui resti dell’antica Cameria che Tito Livio descrive come una delle più antiche città latine. Fu conquistata, o meglio distrutta, dai romani nel 492 a.c. dopo che la città si schierò con i Tarquini.
Insomma anche Palombara ha una grande storia da raccontare e soprattutto spulciando informazioni su questo comune della città metropolitana di Roma scopro due cose, ovvero che è ricompreso nell’area di produzione dell’Olio di Oliva Sabina (DOP), ma soprattutto che qui si svolge una sagra molto importante: la sagra delle cerase e che la Sabina è la terra della cerasa Ravenna di Palombara, una pregiata varietà di ciliegie.
Il nome dedicato a Ravenna molto probabilmente è dovuto a un innesto proveniente dalla Romagna, ma indagherò e soprattutto le assaggerò. Airin non sapeva all’epoca tutto questo e fatto sta che invece di piazza di Spagna si trova davanti un borgo antico, sicuramente bello, ma decisamente lontano dalle sue iniziali aspettative.
Le sue giornate le ricorda scandite da lunghe passeggiate e un aneddoto dei suoi primi giorni a Palombara vuole condividerlo.

«Come quasi tutti i giorni esco per una lunga passeggiata, ricordo che avevo bisogno costantemente di stare all’aperto, di aria, di conoscere questo nuovo posto attraversandolo a piedi, forse per renderlo meno sconosciuto,gradualmente familiare. Mi fermo su un ciglio e mi siedo per riposare e per guardare passare le automobili.  Non parlavo ancora italiano e mi aiutava in quella circostanza la conoscenza del francese che rendeva l’italiano per lo meno intuibile. Dopo poco tempo iniziano ad accostarsi le auto e a chiedermi cose che non capivo o almeno, mi sforzavo di carpire qualche parola, ma ero disorientata dal senso di quelle domande.

“quanto vuoi?” Voglio? Voglio cosa esattamente?»

«Rientro a casa dalla famiglia che mi mi ospitava e racconto di quanto mi era appena successo, loro provano a spiegarmi, ma continuo a non capire. Certo capisco che mi avevano scambiata per una prostituta, ma non capivo il motivo, il senso.»

Per farle capire chiaramente quello che le parole non riuscivano a rappresentarle, marito e moglie la portano a fare un giro in macchine nelle più note “piazze” della prostituzione e allora Airin capisce. Molte donne provenienti da paesi dell’Africa prevalentemente sub-sahariana finiscono nella rete della prostituzione e se sei una donna, nera, seduta sul ciglio di una strada per riposarti da una lunga passeggiata, chi passerà in automobile potrebbe scambiarti per una prostituta.
A Palombara Airin rimane 6 mesi e capisce che in quel contesto faticherà a trovare indipendenza economica e soprattutto a rientrare nel settore che lei conosce e che la appassiona: l’hotellerie e il turismo.

Prendi l’agendina Airin! 

Sfoglia e le ritornano in mente due persone che ha incontrato in Kenya e dai quali era arrivato l’ennesimo invito: una coppia di Gambettola. Treno regionale Roma-Cesena, check a ciascuna fermata per assicurarsi che non fosse quella giusta. 

«La domenica andavamo spesso a passeggiare a Milano Marittima» e spesso questa coppia di Gambettola diceva ad Airin che l’avrebbero proprio vista bene in uno di questi alberghi, a fare quello che faceva in Kenya e immaginarla di nuovo dietro al desk dove la trovavano ogni mattina e dal quale, da buona guest relations manager, li consigliava e orientava nel loro soggiorno turistico.

Eh sì, anche Airini si vedrebbe bene. MiMa era la cosa più simile a quello che aveva lasciato nel suo Paese vista sino a quel momento e lo sentiva che sarebbe stato il luogo della svolta. Esperienza, 5 lingue nel curriculum e tanta voglia di mettersi in gioco. Ma ancora il sentiero è tortuoso e il lavoro non è ancora quello dei suoi sogni. Ancora clandestina doveva adeguarsi a quello che le veniva offerto alle condizioni che le venivano date.

Il primo lavoro è in un pub di Milano Marittima, 7su7, dalle 17 alle 6:00 

«Non avevo il coraggio di dire a mia mamma che lavoro facevo, le avevo detto che andavo in Europa per fare un salto di carriera nell’hotellerie e ancora non mi sentivo pronta a dirle tutta la verità. Non ancora. Soprattutto alla luce del pregiudizio che esiste in Kenya sulle donne che lavorano nei locali notturni».
A Roma scambiata per prostituta perchè nera, in Kenya per norma sociale sui tipi di lavoro che è meglio che una donna non faccia. 

Nel ‘96 finalmente cessa il suo status di clandestina godendo di una sanatoria, cosa comune in quegli anni, grazie a un lavoro non stagionale in chiosco di piadina. 

«Ero piadinara, un lavoro annuale e grazie a questo ho ottenuto il permesso di soggiorno».

Questo le permette di fare il suo primo colloquio in un albergo dove rimane per i successivi tre anni.

«Sognavo il grand hotel di Cervia» e questa ambizione viene presto soddisfatta e viene convocata per un colloquio.

Questo colloquio ad Airin è rimasto vivido nei ricordi e tra le tante cose ricordate in particolare c’è una domanda che le viene rivolta:

«io non ho mai avuto una dipendente “di colore”. Se un cliente dovesse fare commenti sul colore della tua pelle, come reagiresti?» 

La risposta di Airin deve essergli arrivata dritta in mezzo alla fronte, come una ciabatta rotante:

«Ho notato che sono nera ora che me lo dice lei. Io ho esperienza. Parlo 5 lingue e ho lavorato in alberghi di categoria superiore a questo. 
Il colore lo noto nelle cose, negli abiti che porto, non nelle persone.
E se ci saranno clienti più complessi di altri li saprò gestire con professionalità».
Assunta. Reception – Capo ricevimento – Events Manager-direttrice.

La parabola di Airin al Grand Hotel di Cervia è questa.

12 anni dei quali 6 alla direzione.

«Ero sempre reperibile, con il telefono deviato sul mio per la vendita delle camere, ricordo che una volta risposi al telefono: “pronto, grand hotel di Cervia” ed ero in mezzo alla Savana»

Risate.

La storia del Grand Hotel di Cervia è una storia complessa e delicata, segnata da numerosi cambi di gestione e un fallimento che ne decreta la chiusura definitiva negli anni dieci del duemila. La storia del Grand Hotel di Cervia è una ferita aperta nella comunità cervese e per questo non credo siano queste le pagine nelle quali raccontare questa vicenda sulla quale occorre ampia a dettagliata documentazione per riportare informazioni e passaggi corretti.

La storia allora salta all’arrivo di Grace, la figlia di Airin e a come Grace sia il vero ponte tra Airin e Ravenna.
Una priorità per tanti genitori è senz’altro la miglior formazione possibile per i propri figli e figlie e anche Airin vuole questo per Grace, anzi l’obiettivo primario è quello che le lingue, tante, siano un patrimonio per lei sul quale poter posare le basi del suo futuro.
Airin sognava la scuola internazionale per Grace e l’offerta più vicina alle sue preferenze era la scuola paritaria San Vincenzo de Paoli di Ravenna.
Qui sin dalla scuola primaria sono introdotte tre lingue: inglese, russo e spagnolo e per Airin questo risponde alla scelta educativa prioritaria che vuole per Grace, immergerla sin da subito in un ambiente multilingue che possa introdurla a quell’approccio al mondo che è proprio di Airin.

Conoscere, incontrare, contaminarsi, creare ponti tra culture e paesi all’apparenza lontani.

L’alterità trova un terreno comune nello scambio linguistico e nell’apprendimento della lingua risuonano le culture, i costumi, i modi di dire. Conoscere una lingua aiuta a comprendere come si nomina il mondo, come lo si costruisce e immagina attraverso le parole.
Questo le costa 120 km al giorno, che Airin fa senza battere ciglio.

«In Kenya la mia scuola era a 50km da casa, questo a me suona familiare».

Le cose che abbiamo in comune io e Airin sono certamente queste: la grande passione per lo sguardo plurale verso le cose e il mondo, la passione per le lingue.
Anche io ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia plurilingue dove sono suonate lingue come l’arabo, il berbero, lo spagnolo, il francese e questo è stato per me il primo grande ponte verso il resto del mondo.
Ma l’inizio della scuola per Grace non coincide solo con l’inizio di questa avventura alla scoperta delle lingue. No. Per Grace e Airin ancora una volta il colore della pelle è un fattore che precede la persona: chi si è, la propria storia, il carattere, l’antipatia o la simpatia. La pelle è il pre-giudizio che a Grace è anteposto. Prima di che colore sei, poi chi sei. Solo scrivere questa cosa mi causa prurito alle dita e una grande rabbia.

«La mia compagna di classe ha detto che non posso andare al suo compleanno perché sono nera»

Calma Airin! cosa farebbe una mamma-guest relations manager? Questa è la domanda che si fa Airin. 
E la risposta è la calma. Sostenere Grace e rafforzare la sua personalità, la sua autostima, darle gli anticorpi per affrontare tutto questo. Compensare con tutto il resto, tutte le belle amicizie che a scuola sono nate, da ultima con una bimba canadese, arrivata a Ravenna per il lavoro dei suoi genitori e che in Grace trova l’accoglienza necessaria a una bimba che arriva da lontano. La risposta alle ragioni che spingono una bambina a dire una frase così odiosa è presto data:

«la mamma di questa bambina quando ci ritrovavamo con gli altri genitori sistematicamente salutava tutti, tranne me.

Quando si prendeva il caffè dopo aver lasciato i bambini a scuola, se ero presente io, non si fermava. Mi dissero che lei dichiarava apertamente che “non le piacciono i neri e non vuole avere nulla a che fare con le persone nere”». (Ravenna, 2020)

Calma Ouidad!

Mi limito a ricordare alla signora razzista in questione che la Repubblica Italiana tramite la cosiddetta legge Mancino del 1993 sanziona e condanna frasi, gesti, azioni e slogan aventi per scopo l’incitamento all’odio, l’incitamento alla violenza per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali.
(…) è punito: con la reclusione fino a un anno e sei mesi o con la multa fino a 6.000 euro chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico.
Airin Tribal è un’altra sfida che questa donna porta avanti, questa volta con donne e uomini che abitano in Kenya e per i quali Airin ha aperto un laboratorio di realizzazione di accessori e capi di abbigliamento. Pezzi unici, di ispirazione Masai.

E no! I Masai sono molto altro rispetto all’immagine stereotipata cha si staglia nella nostra mente. I Masai guerrieri, in posa con una lancia davanti a una capanna.

Proviamo ad andare oltre: questo popolo nilotico e che quindi ha disceso il fiume Nilo e sono divisi in diversi clan i più grandi sono i Kaputiei, Matapato e Kikunyuki in Kenya e in Tanzania  gli Arusha. Dalla lingua Maa prendono il nome di Masai, ma come si capisce la complessità e visto il grado di dettaglio e approfondimento che dovrebbe prendere questa parte ci fermiamo qui, anche perchè ho avuto l’onore di incontrare nei miei studi universitari in UNIBO, docenti di Storia e Istituzioni dell’Africa Sub-Sahariana come Annamaria Gentile e Arrigo Pallotti che tra le tante cose mi hanno insegnato che la Storia dei Paesi africani, delle sue regioni, popolazioni, lingue deve essere sempre trattata su più livelli, incrociando le dinamiche internazionali, approfondendo la storia precoloniale innanzitutto.
Ma mi piacerebbe tanto che nel patrimonio comune di conoscenze storiche iniziassero ad entrarvi anche le Storie di altri parti del mondo e che domande tipo: cos’è la rivolta dei Mau-Mau? Quale la storia di Kenyatta e di movimento di liberazione del Kenya? Come si incrocia la storia di Churchill con quella della decolonizzazione.
Rendere accessibili questi capitoli di storia alle nuove generazioni di studenti e studentesse può aprire i loro sguardi al mondo e comprendere meglio le dinamiche contemporanee e quello che sto affermando per quanto banale suona ancora nuovo nel panorama dei programmi scolastici.
Nell’era della globalizzazione non si può non mettere nella “cassetta degli attrezzi” di studenti e studentesse anche queste Storie.

Ma torniamo ad Airin.

Airin risponde ad un bando della Etimos Foundation finanziato dal Ministero degli Esteri  e l’Agenzia per la cooperazione internazionale con la partnership dell’organizzazione mondiale per le migrazioni. Airin vince quindi un corso gratuito a Padova di business che la orienta nel mondo dell’auto impresa, nella redazione di un business plan e di un piano marketing.
Le conferme arrivano e nel 2017 il suo marchio arriva alla fashion week di Milano.
A Malindi ha aperto il suo laboratorio dove oggi lavorano prevalentemente donne e dove l’empowerment femminile è alla base del progetto, insieme all’attenzione alle aree rurali del Paese e al riuso di materiali di scarto.
Airin, crea, sperimenta con gli artigiani locali poi produce i pezzi che mette sul mercato. Una ricerca continua che stupisce lei per prima, visto lo sguardo nuovo che le ha portato sugli oggetti, i materiali che per lei erano di uso quotidiano, scontati, ma ai quali applicando creatività ed ingegno rinascono sotto forme nuove. Bracciali, collari, abiti, fasce per capelli.
Lo smart working per aiutare le donne a conciliare meglio vita, lavoro, mobilità keniana arriva a Malindi prima della pandemia e allora al laboratorio passano mamme, con i bimbi fasciati sulla schiena per prendere le materie e i tessuti da lavorare e li portano a casa.
Ha visto negli anni tanti esempi di marchi della moda che hanno usato i paesaggi africani come set per le loro creazioni, oppure impiegarne tessuti e accessori.
Airin vuole rappresentare il Kenya da keniana innanzitutto e sradicare stereotipi e narrazioni spesso svalutanti e spesso folkorizzanti oltremodo.
Qui potremmo aprire un capitolo sull’appropriazione culturale, ma limito l’immagine al rischio della caricatura razzista che spesso la cosiddetta “cultura dominante” rischia di perpetrare sulle tradizioni, abiti, culture delle minoranze culturali di un Paese.

Si è fatto tardi, anzi tardissimo e trovare un punto sul quale chiudere la chiacchierata con Airin è davvero complicato. Ogni micro capitolo ha aperto una miriade di sottocartelle alle quali avremmo dedicato altre ore e altri tè, ma certamente questo è il modo in cui vive Airin, conquistandosi il suo posto nel mondo e spostando il traguardo, ad ogni ciclo della sua vita,  qualche metro più in là.

«Sono stata benissimo!»
«Anche io, anche se la qualità della mia ospitalità non è stata all’altezza dato che abbiamo solo parlato e non abbiamo mangiato nemmeno le poche cose che avevo servito a tavola»

Chiudo con l’immagine di mia madre che al fatto di sapere che ho avuto un ospite che praticamente è andata a casa a digiuno, mi guarderebbe esclamando:

“HSHUMA!” ovvero vergogna (non rende proprio esattamente, ma è per capirci). Per rendere il tutto ancora più drammatico avrebbe strisciato il dito indice dall’alto verso il basso sulla guancia e per rendere ancora più tragico il tutto si sarebbe morsa il labbro inferiore.
«Mamma lo so, ma in questo caso la professionista dell’ospitalità era lei, non io!»

«Hshuma!»

«Sono arrivata»
«dove sei?»
«davanti al civico 81»
«Non ti vedo»

Il labirinto di stradine del Borgo San Biagio, viene spesso chiamato dai ravennati “Kasbah”(anche se in realtà significa fortezza) per via dell’intricato groviglio di vicoli che ricordano le medine arabe e la facilità con la quale ci si perde le prime volte che vi ci si addentra.
Insomma nemmeno Google maps ha capito esattamente “la posizione” condivisa e ho recuperato Nawal Nidaa Hader nella stradina parallela dalla quale abbiamo percorso i tipici vicoli della medina di San Biagio fino a casa.
Al secondo TE DA ME mi rendo già conto che il rituale della preparazione del tè aiuta le mie ospiti a trovare la loro dimensione di comodità, preparare l’immersione nel vortice di racconti che fuoriescono sempre più copiosi man mano che la conversazione si fa prolungata, intima, sincera.

Nidaa è una giovane donna ravennate, gli occhi sono un abisso di forza e carattere, arbitra per passione, vocazione e indole. Non è il calcio il punto di partenza, quello semmai è un punto di arrivo conquistato con enormi sacrifici e indomita fierezza, per Nidaa la storia inizia da suo padre e dalla storia della sua famiglia.

Il padre di Nidaa inizia il suo progetto migratorio da Parigi, dove segue le sorelle maggiori, ma dalle quali si separa alla volta di un altro Paese, l’Italia, orizzonte di nuovi progetti per un ragazzo poco più che ventenne. Arriva in Italia negli anni che precedono la Legge Martelli del 1990, quindi alla vigilia della stagione italiana delle regolamentazioni, dei flussi migratori, delle sanatorie, del crollo dell’unione sovietica e del flusso di migrazioni da est, in particolare dall’Albania. Sono quegli anni lì insomma, l’Italia che si gioca l’entrata nell’area Schengen sulla scommessa delle politiche migratorie. 
Ma sicuramente la più grande urgenza alla quale il papà di Nidaa corrisponde come può è il lavoro e allora si riscopre nel giro di pochi anni fornaio, barista, cameriere e venditore ambulante sulla riviera romagnola.
Nidaa mi racconta che il mezzo con cui si sposta il suo papà tra lavori, orari impossibili, riviera e città è un Ciao, il motorino italiano per eccellenza, che ha segnato la giovinezza di tanti e tante nei suoi 40 anni di longevità. 
Il futuro di una nuova Italia in sella a un pezzo di storia quale è il marchio della Piaggio. Me lo immagino così, papà Abdelfettah.

Dopo due anni dal suo arrivo in Italia incontra la mamma di Nidaa, Khadija, si innamorano, si sposano e dalla loro unione nascono due gemelle. Najwa e Nawal Nidaa. La vita del papà di Nidaa è ancora troppo precaria per portare moglie e figlie in Italia e iniziare la loro vita insieme.

Qui il racconto di Nidaa si fa doloroso e a fatica trattiene le lacrime, perchè la sintesi è questa e fa venire il magone anche a me: « Siamo nate in Marocco senza papà, fino ai cinque anni e mezzo, lo vedevamo una sola volta all’anno». Eh sì, mica c’erano le video chiamate, la possibilità di sentirsi più volte al giorno per colmare in qualche modo l’assenza, rendere familiare il volto di un papà alle sue figlie, nonostante tutto.
No, non si poteva. Poche chiamate con la scheda telefonica e una voce, quella di papà, alla quale la piccola Nidaa e la sorella Najwa si aggrappavano forte, per tenerlo il più vicino possibile. 

2745 km, Ravenna- Sidi Othmane. Troppi per due bimbe di cinque anni.

Finalmente arriva un contratto regolare in una azienda edile e quindi la possibilità di affittare una casa compatibile con i requisiti richiesti per il ricongiungimento familiare. Siamo negli anni della Legge Napolitano-Turco e io mi immagino quante volte nella sua nuova casa, solo, papà Abdelfettah abbia sperato che tutto quello che aveva finalmente costruito corrispondesse a quei due commi dell’art. 27 che recitano così:

(…) lo straniero che richiede il ricongiungimento deve dimostrare la disponibilità:

a) di un alloggio che rientri nei parametri minimi previsti dalla legge regionale per gli alloggi di edilizia residenziale pubblica, ovvero, nel caso di un figlio di età inferiore agli anni quattordici al seguito di uno dei genitori, del consenso del titolare dell’alloggio nel quale il minore effettivamente dimorerà;

b) di un reddito annuo derivante da fonti lecite non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale se si chiede il ricongiungimento di un solo familiare, al doppio dell’importo annuo dell’assegno sociale se si chiede il ricongiungimento di due o tre familiari, al triplo dell’importo annuo dell’assegno sociale se si chiede il ricongiungimento di quattro o più familiari. Ai fini della determinazione del reddito si tiene conto anche del reddito annuo complessivo dei familiari conviventi con il richiedente.

Nidaa, Najwa e mamma Khadija arrivano nell’estate del 1998.

A me e Nidaa piace misurarci con il destino e quindi anche questo è un anno che indica in qualche senso una via: è l’anno dei mondiali di calcio Francia 98, l’Italia arriva ai quarti di finale e perde contro la Francia. Il Marocco gioca nel 98 i suoi ultimi mondiali dopo i quali dovrà aspettare 10 anni per rigiocare di nuovo nei mondiali di Russia 2018.  Atterrano a Fiumicino e papà Abdelfettah accoglie le donne con un’immagine che riassumo come “amore puro”: un mazzo di fiori finti per Khadija e due tubetti di caramelle smarties per Nidaa e Najwa. In treno da Roma fino a Ravenna, un treno regionale dopo l’altro fino alla nuova casa.  Eh sì, l’amore è una cosa semplice e ho avuto il privilegio di guardare il volto di Nidaa mentre ricorda tutto questo. Un bagliore negli occhi umidi che mi ha stesa.

L’estate trascorre serena a Lido di Classe, località che ospita la famiglia Hader per i primi anni e che mi ricorda i miei di “primi anni”, in quel di Casal Borsetti, con mamma Fatima, papà Bakkali, e mia sorella maggiore Amal prima e nell’ultimo anno la neonata Miriam. 

Storie molto simili le nostre, che mi fanno risuonare tutte “le cose che abbiamo in comune”.

Settembre porta con sé la fine della prima estate di Nidaa a Ravenna e il suono della campanella della prima elementare di Savio, la Burioli, un plesso di paese che accoglie classi poco numerose e una dimensione scolastica a misura di bambino e bambina.
Per Nidaa però l’impatto è un altro, lei è una bimba appena arrivata in Italia per la quale la lingua italiana è ancora sconosciuta così come tutto quello che la circonda.
Mi racconta il primo giorno di scuola, lei seduta al suo banco, la sorella di fianco a lei e tutto intorno i genitori delle sue compagne e compagni, appoggiati alle pareti, come è prassi all’avvio dell’anno scolastico e della nuova esperienza per i bimbi e le bimbe in uscita dalla scuola dell’infanzia. Nidaa ricorda un vociare confuso, in una lingua sconosciuta e l’inizio di una salita che per lei è costata tanti nodi alla gola.

«Noi eravamo le nuove, le straniere e questo all’inizio i bambini e le bambine, seppur ingenuamente te lo fanno notare, costantemente».

La mediatrice culturale che ci affiancarono era tunisina e stette con noi un paio di mesi dopo dei quali decise di lasciarci affrontare il nostro percorso in autonomia, valutando che eravamo ormai in  grado di costruirci gli strumenti linguistici e relazionali utili per entrare in relazione con i nostri compagni e poterci sentire parte di un gruppo classe».

«Non avevamo ancora l’automobile all’epoca e ricordo che da Lido di Classe, quando era disponibile un amico di papà, ci veniva prendere e andavamo tutti insieme all’allora ESP di Ravenna per fare la “grande spesa” e prendere tutto quello di cui avevamo bisogno. Abitavamo in una palazzina al terzo piano senza ascensore e anche io e mia sorella aiutavamo nel portare fin sopra le buste della spesa. Per noi era una gara a chi portava più cose nel minor tempo possibile. Su e giù. Ricordi che oggi mi fanno tanto ridere».

Il primo inverno a Lido di Classe è un altro passaggio che incupisce il viso di Nidaa: in 4 nel letto matrimoniale in una stanza preriscaldata da una stufetta, rigorosamente spenta prima di addormentarsi.
No, il riscaldamento non c’era. C’era solo il calore di una famiglia finalmente riunita che stava attraversando un periodo difficile.

«Un bambino non capisce cosa sia la povertà, sa invece cos’è l’amore »

E allora penso a quanto amore hanno dato mamma e papà a Nidaa e Najwa perchè tutte le difficoltà che hanno vissuto si trasformassero in forza e motivazione. Quanto invece siamo spesso annichiliti dalla persecuzione del benessere materiale, a discapito della solidarietà, dell’accoglienza, dell’amore. Eppure sono convinta che pesi e difficoltà come queste non possano essere lasciate sulle spalle dei singoli come papà Abdelfettah e mamma Khadija.
Queste difficoltà sono responsabilità collettiva.

Già dall’ultimo anno di scuola elementare Nidaa giocava con i suoi compagni a calcio e la pratica sportiva a scuola era l’unica possibilità che aveva di praticare la sua passione, perchè la mancanza di un’auto in famiglia escludeva la possibilità di frequentare con regolarità uno sport e allenarsi fin da piccola in una squadra. E anche qui il tema politico c’è tutto eccome! Lo sport è un diritto dei bambini e delle bambine e la pratica sportiva a scuola così come la possibilità di frequentarlo al di fuori deve essere una possibilità accessibile a partire da chi vive contesti di svantaggio e difficoltà.

La svolta, quella vera, arriva in quarta superiore, Nidaa è stata una studentessa di Ragioneria a Ravenna, ottimi voti e una passione per il calcio che certamente le difficoltà di quando era bambina non hanno scalfito.

«Stavamo giocando a calcio durante l’ora di educazione fisica e veniamo, nostro malgrado, interrotti dall’insegnante che ci annuncia che sta per cominciare un incontro di presentazione di un corso sul regolamento del calcio»

Un po’ perchè mi servivano i crediti formativi e un po’ perchè anche il mio migliore amico si era convinto a partecipare, mi iscrissi al corso: due volte a settimana per alcuni mesi.

«A metà percorso ci dissero che si poteva optare per il corso da arbitro, decisi di continuare e nel giro pochi mesi, a 17 anni, a Faenza potei sostenere l’esame di abilitazione».

Non avendo ancora la patenta Nidaa viene accompagnata da un dirigente della federazione arbitri che nel percorso Ravenna-Faenza le racconta di come l’arbitraggio cambi la vita delle persone, di come ti obblighi a un rapporto coerente con le regole e con l’immagine che diamo di noi stessi agli altri, sia dentro che fuori dal campo. Il primo giorno che Nidaa scende in campo è memorabile e tutti i suoi compagni di corso sono in tribuna, non per tifare le squadre avversarie, ma per incoraggiare lei. Il match si gioca tra due squadre storiche delle giovanili di Ravenna: il Low Ponte contro l’Azzurra. Dal calcio di inizio fino al fischio di fine partita si entra in un mondo parallelo, la concentrazione è tale che si entra in una bolla spazio-temporale, che ti assorbe totalmente. Nulla esiste al di fuori di ciò che succede in campo in quei 90 minuti. Così me lo descriva Nidaa.

Qui inizia la sua carriera arbitrale che la porta il primo anno ad ottenere il primo riconoscimento: la migliore tra gli arbitri debuttanti.

«Avevo appena dato un morso a un pezzo di pane e durante le premiazioni della serata sento il mio nome! Proprio io? E ora devo ritirarlo in mezzo a 300 persone?». Sì, proprio tu Nidaa e te lo meriti tutto!

L’ultimo anno di scuola, il secondo della carriera da arbitra di Nidaa porta con sé un altro periodo difficile: «Inizio a soffrire di attacchi di panico». Forti crisi, immobilizzazione degli arti, anche per giorni interi, ambulanze che venivano spesso a scuola. Le telefonate più difficili erano quello per annullare le partite, una dopo l’altra.
«Chiesi un congedo e mia madre mi portò a cercare sollievo e riposo in Marocco». Ha ripreso piano piano, imparando a convivere con questa nuova condizione e a controllarla.

Mentre scrivo scopro che sono 6 milioni gli italiani e le italiane che soffrono di ansia e attacchi di panico e le donne ne sono tra le più colpite. Anche qui il trattamento e il benessere mentale sono ambiti prioritari, ancora di più dopo questi due anni di pandemia, ma certamente per colmare un ritardo nella presa in carico delle persone e il loro sostegno.

Nidaa porta al collo una collana che è un dono di sua madre e che dal giorno del primo attacco non toglie mai, perchè le dà conforto e forza. Nel ciondolo d’oro una scritta in arabo: “Allah”. Da qui mi dice che anche lei, come la maggioranza degli sportivi e delle sportive, ha un rituale che precede la prestazione sportiva. C’è chi schiaccia un pisolino, chi si fa il segno della croce, chi si affida ad amuleti, monetine.
Nidaa prima di scendere in campo prega. Recita la prima Sura del Corano, al-Fatiha, sono i versi che aprono il Corano e ha scelto quella Sura perchè per lei ogni volta che sta per iniziare una partita ha la sensazione che si spalanchi una porta, si apre un’arena e questa Sura per lei è il miglior auspicio possibile.

Nidaa  quando inizia è tra le due donne che stanno intraprendendo la carriera arbitrale in provincia, due in tutta la provincia di Ravenna. Quando riprende ad arbitrare al campo la accompagna il padre che dopo le prime partite non se la sente di ascoltare quello che si urla dagli spalti. Non entra più ,aspetta al bar o la torna a riprendere più tardi, questo è l’accordo.
Alla fine della terza stagione le assegnano l’arbitraggio di una gara importante.
Se l’autocritica di Nidaa è feroce, lo saranno ancora di più le urla e gli insulti dagli spalti.

«Una donna non può sbagliare. Ad una donna si perdonano molto meno gli errori arbitrali, questo è un dato di fatto. Se è vero che nella nostra cultura sportiva l’errore arbitrale non è tollerato, contrariamente a quello dell’atleta in campo, l’errore femminile lo è ancora meno.
La donna è insultata in quanto donna quando è in campo e quando sbaglia viene messo in discussione il fatto stesso che possa stare in campo, cosa non pensabile per un uomo»
La sua prestazione non le sarà sembrata la migliore del mondo, ma per Nidaa arriva finalmente la promozione al livello regionale: Nidaa è assistente in promozione ed eccellenza. Anche qui le donne sono poche unità, 5 o 6 non di più, su centinaia di colleghi uomini.
La gratitudine di Nidaa per la l’AIA è grande, ha sentito negli anni la voglia della Federazione di investire sul suo percorso e darle continue prove da superare e contesti importanti nei quali mettersi alla prova.

”Date alle donne occasioni adeguate ed esse saranno capaci di tutto”.
Questa la frase di Oscar Wilde che ha interiorizzato negli anni.

Certamente Nidaa non ha solo aspettato che le occasioni le fossere gentilmente concesse, ma dal suo racconto è palese la caparbietà con cui si è fatta largo in un ambiente maschile, guadagnando centimetro dopo centimetro grazie solo e solamente alla qualità del suo lavoro.
Un’altra conversazione impressa nella mente di Nidaa è quella che precede la sua successiva promozione ovvero la vigilia della serie D e quindi del livello nazionale:

«A parità di bravura sceglierete sempre un maschio invece che me vero?»

« io ti ho guardata quando sei in aula, quando sei in campo, durante le prove atletiche e la determinazione che vediamo nei tuoi occhi è più grande di quella di tanti altri tuoi colleghi»

Eccola volare in D. La prima donna ravennate a livello nazionale nel calcio a 11.

Boom!

Stefano Farina, arbitro e dirigente arbitrale italiano scomparso nel 2017 a soli 54 anni, incontra Nidaa in un viaggio in macchina verso una premiazione ospitata dalla Federazione di Ravenna.

«Stefano, lei è brava, ma la frega una cosa» dice un suo collega.
«Cosa?» è Nidaa a rispondere: « La testa. Subisco il giudizio delle persone e ogni tanto mi pesa il fatto di essere donna»

E Stefano Farina le consiglia un libro che mi porge per poterlo sfogliare: “Resisto dunque sono” di Pietro Trabucchi e me ne legge un passaggio:

“c’è una buona notizia: ora sappiamo con certezza che gli esseri umani sono stati progettati per affrontare con successo difficoltà e stress. Discendiamo da gente che è sopravvissuta e un’infinità di predatori, guerre, carestie, migrazioni, malattie e catastrofi naturali.

Noi siamo costruiti per convivere quotidianamente con lo stress. A questo scopo possediamo dentro di noi, come un dono , un insieme di risorse che abbiamo ereditato dal passato e che costituiscono la nostra «resilienza». (…)
E nella nostra cultura c’è un ambito che può promuovere in modo strutturale la resilienza: il mondo dello sport che può essere utilizzato come metafora, ma anche come disciplina da cui mutuare metodologie ed esperienze”.

E chiudiamo con Ravenna, la nostra città.
Nidaa ha arbitrato tutti suoi coetanei, che incrociava spesso nei corridoi a scuola o nelle vasche in via Cavour.

“Lei è l’arbitro!”
“Buongiorno Direttore!

(Il linguaggio di genere anche nel calcio ,come nelle professioni a maggioranza maschile, fatica ad entrare nell’uso quotidiano, ma non demordiamo, mai!)

«Ora con le partite giro l’Italia e visito città più grandi, con altre dimensioni e densità di persone, ma è proprio quando te ne vai che Ravenna ti manca di più. E quando in autostrada leggo “Ravenna” allo svincolo, penso sempre: ecco sono a casa, finalmente!»

«In campo l’appello degli arbitri viene fatto con il cognome e la città di provenienza. Dopo aver sentito Bianchi di Torino, Rossi di Firenze arriva quel..Hader di Ravenna».

«Ogni volta sentire il mio nome associato alla mia città mi rende orgogliosa!»
Il sogno di Nidaa è poter un giorno portare il nome di Ravenna, associato al suo, a risuonare sui campi internazionali e questo me lo auguro anche io, con tutto il cuore.
E anche Nidaa ha un dono inaspettato per me, la sua divisa da arbitra, quella indossata alla ripresa delle partite dopo lo stop dovuto alla pademia.
Me lo porge come augurio di rinascita, dopo tutto quello che abbiamo passato.

Resto senza parole. 

Per lei gli arbitri, a differenza dei calciatori delle singole squadre, hanno la fortuna di poter indossare il tricolore a tutte le partite e questo per lei è un onore ad ogni fischio di inizio.

Questa è Nidaa, amore puro.

Ouidad: «vivo nel labirinto di stradine»
Petia: «in bici direi che è perfetto allora, emoji che ride»
P: «Tardo qualche minuto, non sapevo di trovare un delirio in farmacia»
O: «Tranquilla, quando vuoi sono a casa, a tra poco»

Petia arriva per il TE DA ME in bicicletta e la prima cosa che nota entrando in casa mia è il libro di Michelle Obama sul tavolino in salotto, «Che bella accoglienza con la Michelle». Ma la vera sorpresa è il dono che mi porge Petia, un libro. “Americanah” di Chimamanda Ngozi Adichie e penso subito che questo primo “te da me”, sarà molto interessante.

Quando ho pensato al TE DA ME lo avevo tutto nella mia mente, ovvero provare a costruire un reticolato di storie che supportasse l’idea di politica che mi anima da sempre e che ho affidato alla frase-citazione di Silvestri, ovvero “LE COSE CHE ABBIAMO IN COMUNE”.
Il Tè da me mi aiuterà a censire, raccogliere, condividere le cose che abbiamo in comune con le persone che incontrerò e farne narrazione pubblica e politica.

Petia è un fiume in piena, una giovane donna densa e pregna di storie, aneddoti, identità costruita, decostruita, ricostruita nel corso di una vita che seppur relativamente breve raccoglie il mondo, terre lontane e radici ben piantate in un suolo che ha scavato con le sue mani e la sua passione.

La nostra conversazione parte da ciò che ama di più e che la nutre quotidianamente, ovvero la sua professione. Petia è infermiera, lavora da 11 anni al Santa Maria delle Croci nel blocco operatorio e recentemente è stata eletta alla vice presidenza dell’ordine delle professioni infermieristiche della provincia di Ravenna.

«La professione sanitaria è donna» , esordisce così e mi racconta del suo mondo professionale e dello sguardo di genere che la guida nel leggerne equilibri e squilibri:
Ausl romagna ha 16.998 dipendenti – 12.729 sono donne.
2236 medici di cui il 56% donne.7716 infermieri e infermiere – 82% donne.
1453 dipendenti nel settore amministrativo e anche qui l’82% è donna.
Le dirigenti amministrative sono 50, il 76% del totale.
Dato che stride invece è che su 122 primari, solo 27 sono donne.
Il dato nazionale è chiaro: donne direttrici di strutture complesse sono il 14%, una donna su 10, soprattutto sulle specialità chirurgiche.
Sui direttori sanitari scendiamo al 9%25 donne su 273 uomini.

I pregiudizi legati al genere nelle professioni sanitarie sono qualcosa che Petia percepisce in corsia o in sala operatoria, domande che non sente mai rivolgere ai colleghi maschi: “lei è sicura di quello che sta facendo?” e il tema successivo non può che essere il grande problema delle violenze verbali e fisiche che subiscono infermiere e infermieri sul posto di lavoro e anche qui il fattore “genere” porta le donne ad essere maggiormente colpite.

Il dato che mi riporta Petia è allarmante: l’89% delle infermiere è stata vittima di violenza sul lavoro, che nel 58% è stata anche fisica. 180.000 infermiere, 100.000 con aggressione fisica. (dato nazionale)
Pene aggravate e formazione continua agli operatori e operatrici, perchè possano conoscere tecniche adeguate di de-escalation e cogliere i segnali premonitori di aggressione.

Anche su questi temi l’Ordine delle professioni infermieristiche è attivo e propositivo e proprio sul lavoro culturale dedicato alla divulgazione e informazione sulle professioni infermieristiche Petia vede la strada maestra.

«Che lavoro fanno le infermiere, gli infermieri?» a questa domanda Petia mi racconta che fino a poco tempo fa la risposta non era scontata e c’è ancora molta ignoranza sul ruolo, le competenze, la professionalità degli infermieri e delle infermiere.

La pandemia ha certamente sradicato qualche pregiudizio, ha aumentato la fiducia e l’affermazione della professione infermieristica, ma la strada è ancora lunga. Gli eventi organizzati a Ravenna il 12 maggio, giornata internazionale dell’infermiere, anche in collaborazione con l’ordine della professione ostetrica, hanno avuto un riscontro inaspettato e tanta partecipazione da parte della cittadinanza che ha potuto seguire incontri su temi quali i primi mille giorni di vita, il supporto alla genitorialità, l’uso corretto del numero telefonico di emergenza sanitaria e il primo soccorso in caso di emorragie.

«Petia a proposito di benessere degli operatori e delle operatrici come ti hanno segnata i mesi di emergenza sanitaria? Cosa è stato per voi “da dentro”? Come state?»

Petia mi dice che non ha ancora avuto il tempo di guardarsi davvero indietro ed elaborare tutto quello che ha vissuto in quei mesi drammatici, ma alcune cose le può già condividere; «lavoriamo tutti i giorni con la morte, con il fine vita, con situazioni emergenziali, complesse, dolorose, ma il Covid è stato altro. È stato tutto insieme, in un tempo indefinito. Gli strumenti professionali che ti costruisci negli anni di esperienza sembrano non contare più. Armi spuntate. Un nemico sconosciuto. La paura quotidiana di essere una potenziale minaccia di contagio per la tua famiglia e per i tuoi colleghi. Ore e ore tra di noi. Pianti. Rabbia. Scontri. Crolli. Vedere così tante persone morire tutti i giorni. Tutti i giorni».

Serve un altro sorso di TE.

«Quando hai deciso di fare l’infermiera Petia?»

Sorride. Per rispondere a questa mia domanda il racconto si fa personale e si deve spogliare della divisa da infermiera per ripercorrere i passi che l’hanno portata sin qui.

Petia è nata a Sofia, in Bulgaria nel 1987, da madre bulgara e padre nigeriamo e i primi 8 anni della sua infanzia li ha trascorsi in un istituto. All’età di 8 anni incontra la sua nuova famiglia, ravennate, che la porta fino in Romagna per una nuova vita con la sua sorellina.

«quando ero piccola – ma anche adesso in realtà – dovevo rispondere a domande del tipo: ma perchè questo colore della pelle? perchè quei ricci? E spesso la mia risposta veniva accolta con ironia, un’ironia sul mio essere un mix tra Bulgaria e Nigeria che mi ha spesso infastidita, fatta sentire a disagio. Oggi invece indosso la mia storia con orgoglio».

«Che fastidio quando in un giro di presentazioni tra amici l’unico nome che non capiscono mai, ma dico mai, è il tuo. Petia, mi chiamo Petia» ( ti capisco benissimo Petia, ma tanto).

Una volta arrivata a Ravenna ha dovuto riprendere gli studi ripartendo dalla prima elementare, perdendo due anni scolastici, cosa che non ha vissuto molto bene all’inizio, ma che compensa con il ricordo positivo che ha dell’accoglienza e del coinvolgimento che le hanno dato i bambini e le bambine della sua classe.

Ma i veri punti di svolta sono stati due,lo sport e gli insegnanti incontrati nel suo percorso. «Lo sport è stato il contesto nel quale maggiormente ho espresso la mia identità, dove non mi sono sentita mai manchevole di qualcosa o non all’altezza». In particolare è lo sport di squadra che forma l’animo battagliero, il senso di appartenenza e l’attitudine alla cooperazione e alla collaborazione di Petia. Tra le cose che abbiamo in comune io e Petia ci sono gli anni trascorsi insieme giocando a pallacanestro in una squadra femminile di Ravenna.

«Ho avuto la fortuna di incontrare insegnanti che sono stati modelli per me, che sono stati un sostegno e una guida nella mia crescita. In particolare ricordo gli anni delle scuole medie, ma ancor di più mi hanno segnato gli anni del liceo». Petia arriva al Liceo Classico di Ravenna, dopo un anno investito nel recupero degli anni scolastici persi, con tenacia e impegno supera gli esami e arriva in quella che è la classe delle superiori che lei definisce “ la mia fortuna più grande”.

20 compagne, tutte donne, un ambiente fecondo di relazioni che tuttora fanno parte della sua vita ( anche su questo Petia le cose in comune sono parecchie) e con le quali cresce e sviluppa il suo senso profondo di appartenenza alla comunità scolastica, cittadina. È a scuola che coltiva la passione per la lettura, per l’approfondimento e quella consapevolezza di “essere stata ultima” e questo dice “ me lo sono portata dietro nella vita e nelle mie scelte”.

Giovanna Ricci è la Prof. che vuole ricordare, insegnante di italiano e latino che declamava Dante con un tale pathos che era impossibile non amarlo. E poi la corsa per essere rappresentante di istituto accolta tra commenti spietati del tipo : “donna? e pure nera?”. Nonostante il grande appeal dei ragazzi più popolari, Petia viene eletta.

Dieci stagioni estive, al bagno Mosquito a Marina di Ravenna, negli anni degli happy hour e qui scopre la sua passione per la musica brasiliana, ma soprattutto è qui che impara il valore della relazione con gli altri, del lavoro faticoso, ma gratificante che ti mette in contatto diretto con le persone, le loro vite, le loro storie.

«Gambe gonfie per le tante ore in piedi eh, ma è una stagione della vita alla quale tornerei volentieri» ( e anche qui cara Petia, le cose in comune sono assai).

«Mia madre è la persona che più stimo al mondo. Torno con la mente ai ricordi dell’adolescenza dove nei conflitti più accesi le dicevo che “non mi capiva” e mi rendo conto oggi che invece è la persona che mi comprende, mi conosce nelle mie tante sfaccettature e complessità più di chiunque altro».

Da lei nasce la passione di Petia per la professione infermieristica: <<mi piaceva l’allegria con cui tornava a casa».

Ed eccola di nuovo indossare fiera la sua divisa:

“Il paziente è onesto. Avere una relazione con le persone in un momento di sofferenza, fragilità, paura ti ricongiunge con l’autenticità dell’essere umano”.

La malattia non fa differenza, ci rende tutti uguali – questo per Petia è l’essenza dell’uguaglianza e dell’umanità che trova e riscopre quotidianamente nel suo lavoro. Mi cita il quarto articolo del codice deontologico “IL TEMPO DI RELAZIONE È TEMPO DI CURA”. Solo parlando e stabilendo una relazione sincera con il paziente capisci i suoi bisogni di cura, le sue paure, le ansie. E allora mentra Petia mi racconta appassionata i perchè delle sue scelte, della sua professione penso che quell’articolo dovrebbe essere fondativo e prioritario anche per chi sceglie di fare politica, perchè anche nella politica il tempo dell’ascolto, della relazione, dell’incontro è tempo di cura e costruzione delle risposte ai bisogni concreti delle persone.

Anche il blocco operatorio e la sala operatoria per Petia sono una scelta, ben ponderata, chiara.
Questo reparto è un reparto che dipende dal lavoro di squadra, dove hai bisogno dell’altro, per forza.

«Il tuo sapere con il mio, il tuo punto di vista con il mio»
Petia è appassionata di tante cose, tra queste la Politica.

«Cos’è Politica per te Petia?»

«È sinergia, una scelta quotidiana, è la continua relazione con l’altro. È il tentativo di far comprendere agli altri che il mondo non è solo casa tua. Se apri la porta ed esci capisci che viviamo condizioni, problemi, cambiamenti che riguardano tutti e tutte. È la vicinanza generazionale che sento con chi, come te e Michele, fa politica e che può rappresentare il mio sentire, il mio punto di vista risultandomi credibile perchè accomunati da storie e processi che la nostra generazione ha vissuto in modo diverso dalle altre».

Gli ultimi minuti della nostra lunga chiacchierata li voglio dedicare alle ragioni del suo dono, perchè Americanah? cosa c’è dentro questo libro che sente suo e che vuole trasferire anche a me?

«Beh già l’immagine della copertina mi assomiglia quando porto i capelli sciolti, rigorosamente d’inverno»

Petia, così come Ifemelu, protagonista del libro, è una combattente. La sua lotta ha contorni ambiziosi, lei vuole essere un esempio di come il razzismo si debba combattere e vincere. La sua voglia di comprendere i processi discriminatori che lei stessa spesso vive, oggi, in Italia, a Ravenna nel 2021, l’hanno portata ad approfondire la storia degli Stati Uniti, i suoi movimenti contemporanei che rivelano nelle loro esplosioni di protesta il tessuto culturale e sociale ancora profondamente razzista, violento e discriminatorio che deve svegliare la nostra consapevolezza sulle dinamiche discriminatorie e razziste che analogamente abitano le nostre comunità.

«Lei non è italiana!»
P: «scusi, su che base lo dice?»
«Si vede!»
Ravenna, anno 2019.