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Instate con Valery , una donna straordinaria, nata in Sicilia e arrivata a Ravenna da piccolissima. 

“Amo Ravenna e Ravenna mi ama”

Comincia dall’amore la nostra chiacchierata alle panchine rosse di Piazzetta Serra.

Qui nel 2009 si inaugurò il monumento che rende omaggio alle vittime di femminicidio del nostro territorio, gigli bianchi in mosaico per ogni vita spezzata dalla violenza. L’opera fu pensata in occasione della staffetta nazionale di donne contro la violenza di genere promossa da UDI, Unione donne in Italia, in collaborazione con Linea Rosa e gruppi femminili e femministi di Ravenna.
Dal 2021, grazie ad un accordo sottoscritto con il Comune di Ravenna, questo monumento è diventato “Bene Comune” e quindi un patrimonio pubblico da proteggere e tutelare.
Dieci anni dopo la stessa piazza ha visto la collocazione di due panchine rosse, con decorazioni in mosaico, che le studentesse e studenti del Liceo Scientifico di Ravenna hanno progettato e realizzato grazie a due mosaiciste, allieve dell’Accademia di Belle Arti, Alice Zanelli e Shani Militello ( di lei ho scritto nei TedaMe dello scorso anno).

Ha voluto incontrarmi qui, perché Valery in questa piazza viene da sempre, anche da prima che arrivassero il monumento e le panchine rosse, perché un altro simbolo abita questo spazio ed è la madonnina delle lacrime che per lei, donna di fede da sempre, ha rappresentato un momento di conforto nei momenti più difficili:
“proprio qui, dove da sempre passo per un saluto alla mia madonnina è sorto il monumento contro la violenza di genere e anche questo per me ha significato un segnale di appartenenza profonda a questo angolo di città, per il conforto che qui trovo, ma anche per il legame con un pezzo, doloroso, della storia della mia vita”

Valery è una donna solida che possiede la sua storia, la sua narrazione e il suo percorso di autodeterminazione e tutte le scelte che ha fatto l’hanno portata oggi ad essere, come si definisce lei, serena.
In inglese l’espressione “own your story” rende certamente meglio, ma anche in italiano si comprende il senso profondo di questa immagine, ovvero la potenza della visibilità, del rifiuto degli stereotipi, della costruzione di narrazioni appunto che possano innovare la cultura dominante che spesso rispetto a certe categorie sociali ancora fatica a trovare linguaggi e costrutti più rispettosi delle individualità e delle diversità.

“Quando cresci con la sofferenza dentro di te puoi reagire in tanti modi…chiuderti definitivamente oppure, come ho scelto di fare io, coltivare una voglia smodata di amare gli altri, amare la vita e alleviare le sofferenze delle persone che incontro.
A volte basta anche un pranzo insieme, una parola di conforto perché chi hai davanti si senta meno solo e possa riacquisire fiducia in se e nel proprio agire”

Piazzetta Serra diventa quindi un luogo che alla soglia dei suoi 40 anni testimonia la sua storia e i passaggi più dolorosi, ma anche quelli che l’hanno liberata permettendole di essere oggi pienamente se stessa.
Questo luogo racconta quel pezzo di vita di Valery, quelle lacrime che l’hanno resa forte nel periodo di affermazione di sé, ma ne rievoca anche un altro, doloroso e dal quale è uscita grazie ad un incontro fondamentale e alla sua voglia di vita e di amore:
“io ho subito violenza, in quei momenti ti senti in gabbia, sola, caschi nel tranello che ti induce a pensare che puoi cambiare chi ti sta accanto e che ti sta agendo violenza, in tutte le sue forme. La vita mi ha fatto un dono immenso, facendomi incontrare una donna meravigliosa …Alessandra Bagnara.
Non ci vediamo sempre, ma quando alziamo il telefono per sentirci c’è sempre immediata intesa. Nei suoi occhi ho visto vedo l’amore per la vita e l’infinita forza che trasmette alle tante donne che aiuta ogni giorno”.

Veniamo interrotte da due turisti:
“…scusate per la stazione??”
“Girate alla prima a sinistra, sempre dritto, sulla sinistra trovate il Teatro e continuare dritto e arrivate in stazione”
“anche questa  è Ravenna! Mi piace ogni angolo, girarla in bicicletta, salutare le persone, viverla”

“Tu sei nata qui Valery?”
“No, ho origini siciliane, sono nata a Palermo e la mia famiglia ha deciso di trasferirsi a Ravenna quando ero molto piccola”

Palermo, città dei contrasti, dove arabi, normanni, spagnoli hanno lasciato segni e tracce. Bellezze straordinarie come la Cattedrale, il Palazzo dei Normanni e la Cappella Palatina, i Quattro Canti, i vicoli pervasi dagli odori e dai sapori dei mercati rionali. 
Palermo città dei mosaici da ammirare nel vicino Duomo di Monreale e che unisce idealmente le nostre due città.

Moda, eventi mondani e giornalismo sono la sue passioni, ma anche alla nascita di queste sono legate memorie romantiche che Valery condivide con me:
“ la passione per la moda nasce dall’esigenza che sentivo di creare abiti attraverso i quali esprimermi e quindi coniugando la mia altra passione, ovvero quella per i mercatini dell’antiquariato e del vintage, cercavo abiti di altri tempi e con mia zia, una bravissima sarta, li modificavamo insieme, facendoli rinascere come creazioni nuove, per me, sintesi dei tessuti, delle decorazioni, dei tagli che personalmente sceglievo.
Così mi sono avvicinata a questo mondo, fino a diventare in città un punto di riferimento per l’organizzazione di eventi di moda a scopo benefico, attività che mi ha sempre gratificata molto e permesso di raccogliere fondi per Linea Rosa e coinvolgere donne che avevano voglia di essere modelle per un giorno e dare il proprio contributo”.

“Nei miei eventi è l’anima che fa il monaco, non l’abito!”.

Sempre da questa passione per gli abiti, le tendenze, lo stile e soprattutto la voglia di sentirsi a proprio agio con sé stesse è cominciata un’altra avventura di Valery, ovvero la radio e i consigli di stile sui social.
Da qualche tempo Valery collabora con una giovane radio locale, RSE, dove ha inaugurato il “salotto di Valery” che è il nome del programma che conduce, ma anche lo stile che ha voluto dare agli incontri che qui promuove e diffonde.

“Intervisto personaggi pubblici, ma lo faccio con la chiave dell’intimità, della loro storia personale e come questa ha contribuito alla loro relaizzazione. Affronto tanti temi di attualità, dai più seri e complessi a parentesi di leggerezza e svago, ma la cifra è sempre l’empatia  e la condivisione”.

Da questa esperienza ha poi maturato un sogno, ovvero quello di poter aprire un vero e proprio salotto dell’incontro, del dialogo spontaneo, un’idea che è ancora in fase di maturazione, alla quale vuole dare forma e sono certa che ce la farà.
“Sono convinta che si debbano eliminare le burocrazie del dialogo, aprire i canali dell’ascolto a tutti i livelli, lo so è faticoso e a tratti utopistico, ma dopo due anni di pandemia e di solitudine per molti, credo che si debba ripartire da qui, dalle relazioni umane, favorirle, creare piazze dell’ascolto e dell’incontro”.

Veniamo interrotte ancora e questa volta sembra davvero un incontro casuale che conferma quello che Valery mi ha appena raccontato:

“ciao cara!”
“ciao amore!
“è tanto dolce ‘sta ragazza…ne esistono poche di persone che danno amore come te Valery….non ce n’è..”
“ti voglio bene, tanto tanto”
“Laura, piacere!”
“Piacere Ouidad”

Le chiedo se questa grande voglia di dare amore agli altri sia nata da una mancanza, dalla sofferenza che ha provato negli anni più bui.
“In realtà io l’amore l’ho ricevuto, in grandi quantità dalla mia famiglia, una famiglia presente, una madre che mi ha sostenuta in tutto e per tutto, due sorelle che mi rendono orgogliosa. L’amore mi è mancato per tanto tempo dagli altri, sono stata isolata per molto tempo, ma poi ho reagito e ho protetto me stessa e imparato ad esprimermi a pieno, attraverso l’amore per gli altri, anche se a volte mi è costato. Ho praticato la gentilezza e la gratuità dei sorrisi. Questo ti rende forte contro la cattiveria e il cinismo”

Non mi aspettavo niente di più di quello che mi ha dato questo incontro con Valery, ovvero la conferma della sua unicità e semplicità.
Una donna forte grazie alla sua sensibilità che si è trasformata negli anni nella sua più grande forza e che le permette di applicare un filtro speciale al mondo e alla sua quotidianità, un filtro “bellezza” tutto suo.

“Per fare la differenza cara Ouidad bisogna essere unici!”

“Sai, tempo fa ero ferma in bici al semaforo, si accosta una signora visibilmente imbronciata. Allora le porgo una caterina che avevo nel cesto della bici, i biscotti tradizionali di Ravenna che si producono intorno al 25 novembre…”
“La signora stupita mi guarda e mi chiede il perché del gesto ed io “perché avevo voglia di regalarle un sorriso”

“Grazie, ma lei chi è?”
“Io sono Valery!”

É proprio Valery, sfreccia in bici per Ravenna, regala Caterine al semaforo, dispensa consigli di bellezza e fa la differenza proprio perchè… è unica!

C’era una volta Roberto Papetti.

C’era una volta il laboratorio di Roberto Papetti, un luogo che ha sempre la porta aperta e dove si scatena l’operosità di questo straordinario artigiano-artista ravennate e dove le mani producono poesia, immaginario infantile e fantasia.
Ci sono giocattoli ovunque, bozze, pezzi finiti, pezzi scartati, legno, colori.
La bottega di Papetti è un luogo della fantasia e della manualità sapiente.
Il laboratorio di Via San Vittore, mi ha ricordato le botteghe rinascimentali dove si ferma di tanto in tanto qualcuno per una chiacchiera veloce o dove i più giovani possono usare i suoi strumenti per costruire giochi, magari da impiegare nel laboratorio in programma nel pomeriggio con bambini e bambine, oppure farsi dare consigli e ascoltare storie.

Questo é un luogo dove ad esempio si ferma il signore con cui Roberto conversa per qualche minuto mentre io verso il tè e preparo il setting per la nostra chiacchierata. Ho avuto la fortuna di poter ascoltare il loro scambio, che di per sé è una poesia, una scena epica di un film immaginario che mi parte in testa sulla storia di un giocattolaio, artista e poeta, filosofo e politico.

Il Signore in questione indossa un basco blu, con sopra ricamate alcune stelle.

«Vedo che la sedia che ti ho dato la usi, la vuoi un’altra sedia un po’ più barocca? Te la regalo”
“Portala e qualcosa ne faccio »

«porta no! io non sono Mary poppins che alza le cose, vieni e te la prendi!»

«Guarda che ti stanno riprendendo, finisci in televisione!»

«Allora riprendimi il baschetto, che è il mio orgoglio. Lo ha fatto la mia figlioccia che mi ha dedicato una poesia. Siccome amo l’astronomia, mi ha scritto che chi ama le stelle è il re dell’universo».

«quanto vuoi per quel basco?»

«non ti do niente!»

«Dai!Lo porto a Palermo e te lo ridò»

«No! NON SI TOCCANO I SENTIMENTI.
Io SONO COME UN RICCIO, se mi tocchi i sentimenti mi incazzo!».

 «I sentimenti come si muovono? Si muovono sul mio basco!».

Salutiamo il signore che porta in giro i suoi sentimenti ricamati sul basco, le sue costellazioni di amore e Roberto inizia a raccontarmi pezzi della sua storia, frammenti del suo viaggio che lo hanno portato oggi ad essere uno dei riferimenti italiani della cultura ludica e della poetica del gioco.

«Io ero un bambino problematico, a scuola non funzionavo, non avevo trovato una relazione che funzionasse con me e che mi facesse esprimere e imparare. Le maestre non mi capivano e io ho imparato tutto fuori dalla scuola, giocando per strada e in particolare mettendomi in relazione con un signore, uno di cui avevano paura tutti.
Era un signore con problemi mentali, un uomo che portava i segni della guerra che aveva fatto con i fascisti in Etiopia e che da lì tornò catatonico.
Girava per il paese, Marina di Ravenna, silenzioso e mite.
Noi bambini giocavamo dietro alla gelateria della piazza e ogni tanto si fermava. Aveva difficoltà a comunicare, ma si vedeva che voleva entrare in relazione con noi. Il suo linguaggio erano gli animaletti che costruiva con la carta argentata dei pacchetti di sigarette che si fumava. Lui fu uno dei miei primi maestri, mi insegnò a costruire animaletti, una sorta di origami, lui aprì il mio immaginario».

«Ebbi maestre molto punitive: quando non volevo fare i compiti mi bacchettavano le mani e ho questo ricordo di una punizione che mi ha lasciato segni profondi:
mi misero in castigo davanti alla cattedra, per ragioni che ancora oggi non capisco, tre ore in ginocchio insieme ad un altro mio compagno. Il mio amico chiese di poter andare a fare la pipì e al rifiuto della maestra se la fece addosso. E noi rimanemmo lì, in ginocchio imbarazzati e terrorizzati.
Allora io cercavo il mondo fuori».

Aristotele nel de anima, esprime una prima teoria sulla fantasia, mi spiega Roberto, ovvero che la mente crea campi di esperienza e produce affettività con il mondo esterno, attraverso l’immaginario e la fantasia. Ed è quello che Roberto sperimenta nell’infanzia e quello che sperimenta l’infanzia tutta nel complesso tentativo di entrare in relazione con il mondo e gli adulti.

«Ad un certo punto però ho cominciato a uscire dal mio mondo immaginario e approcciare il mondo degli adulti che mi aveva fino ad allora spaventato».

Un altro maestro che Roberto cita, è il maestro Cecchi:

«Cecchi è un altro dei maestri della mia vita. Ricordo il primo giorno di scuola: arrivò e appoggiò la borsa sulla cattedra, piedi sulla scrivania.
Iniziò a chiederci uno ad uno il nostro nome, cosa facessero i nostri padri e ci fece domande specifiche sul loro lavoro».

“Papetti, cosa fa tuo padre?”

“Comandante di un peschereccio”

“Cosa sono i divergenti?”

“I divergenti? non lo so”

“Per domani me lo devi saper spiegare!”

«Per la prima volta chiesi a mio padre come funzionava la sua barca, cosa fossero i divergenti e il principio alla base del loro funzionamento per la pesca.
Cecchi ci insegnava a guardarci intorno a imparare dalle esperienze e da quello che era già a portata di mano, dai mestieri dei nostri padri e da lì porci interrogativi, ampliare i nostri  mondi e conoscenze.
Era un tipo curioso e affascinante, durante gli intervalli si beveva il caffè e tirava fuori un libro e una volta senza farmi vedere andai nella sua borsa per sbirciarne il titolo: I fratelli Karamazov di Dostoevskij ».

Questo romanzo ha a che fare con il parricidio, ovviamente ideale, che compie Roberto, ovvero abbandonare la strada del mare e dei pescherecci per quella del gioco, dello studio, della ricerca artistica e dell’educazione.

« Mio padre….voleva che facessi il marinaio. Io non ambivo a quello, certamente mi affascinava l’avventura marinaresca, ma non vedevo il mio destino su un peschereccio.
Feci un’esperienza come mozzo, la mia fu l’ultima generazione di minorenni sulle navi. Lavoravo dalla mattina alla sera, pulivo, scrostavo le carene della nave, ero bravissimo con i nodi.
Poi un giorno scesi dalla nave, a Dunkerque, attraversai l’Europa in treno e tornai a casa. Aprì la porta di casa e dissi a mio padre: “Non voglio fare il marinaio!”».


Dopo una parentesi di 3 anni come operaio in una fabbrica di Milano, appassionato dai tumulti del 68 e da “la strada” di Kerouac decide di lasciare la fabbrica e lanciare in aria una moneta immaginaria: testa, me ne vado in Australia, croce, torno a scuola. La “testa” era la richiesta del visto per l’Australia e la “croce” la domanda per riprendere gli studi. 

«In base all’ordine di arrivo delle risposte, avrei scelto. Rispose prima la scuola e così ripresi gli studi e mi iscrissi all’Istituto per il mosaico».

Sono gli anni 70’ e per Papetti sono anni di grandi esperienze:
si avvicina al Dams di Bologna dove conosce, tra gli altri, Umberto Eco e Gianni Celati, partecipando al famoso seminario “Alice Disambientata” nel bel mezzo delle contestazioni studentesche di Bologna. In aula con Celati ci sono pezzi della cultura bolognese e italiana contemporanea, ragazzi come Paz, Freak Antoni.
L’Alice disambientata nasceva dal “disambientamento” dei ragazzi di allora, simile o affine, forse, al disambientamento di quelli di oggi.

Animatore per le colonie estive che all’epoca il Comune di Ravenna organizza per centinaia di piccoli ravennati, atelierista per le scuole a tempo pieno di Ravenna per la didattica dell’arte e la manualità creativa, operatore socio-culturale per il Comune di Ravenna e poi istruttore direttivo pedagogico. Ha coordinato e organizzato campi gioco di quartiere per bambini e adolescenti, centri ricreativi, campi Robinson.
Roberto inizia il suo percorso professionale negli anni della “questione giovanile”, figlia delle contestazioni studentesche e di un dibattito pubblico e politico che mirava prevalentemente a correggere le devianze, soprattutto in relazione alle droghe in forte ascesa in quegli anni in Italia e che ha portato in molto casi  ad etichettare i luoghi dell’aggregazione giovanile come luoghi della marginalità.
Il territorio ravennate prova ad affrontare quegli anni sperimentando e affidando a risorse come Roberto Papetti l’obiettivo di costruire un modello nuovo per aggregare i giovani, agganciare le scuole al territorio, diffondere una cultura per l’infanzia contrastando povertà educativa e marginalità.
Mentre cresce un timore diffuso e “l’emergenza giovanile” inizia a pervadere l’opinione pubblica e le scelte politiche di quegli anni che portano alla crisi dei centri giovanili, Roberto trova una via alternativa e lo fa anticipando i dibattiti attuali sul clima, la sostenibilità ambientale e il riuso.
Cresce infatti in Papetti la passione per le tematiche ambientali che diventano la base teorica sulla quale innesta la nascita di esperienze fondamentali per Ravenna e per la cultura ludica italiana, come ad esempio “Lucertola” e l’esperienza espositiva e culturale che comincia con la costruzione di giocattoli e valorizzando i giochi della tradizione.

Anche in questo passaggio è un libro che attiva la miccia ed è “ecologia della mente” del filosofo Gregory Betterson e in particolare il saggio, o “metalogo”, sul gioco.

Giocando si impara la metacomunicazione, il livello comunicativo non verbale che va oltre al messaggio verbale e lo trascende, i bambini si agganciano nella relazione e costruiscono, attraverso il gioco, i passaggi dai diversi livelli logici.

«Il centro Lucertola inizialmente era suddiviso in diversi progetti, c’era il laboratorio dell’ecologia nella ex scuola Matteucci con un intero piano dedicato al gioco e all’educazione ambientale. In Darsena nasceva intanto il nucleo di “Lucertola” e passando alla sede, che lo ospita tuttora, in via Maggiore, nacque “Lucertola- centro gioco natura creatività”».

Il progetto cresce e si sviluppa rapidamente grazie alle idee geniali di Papetti che inizia il percorso di costruzione del giocattolo ecologico, esperienza che diventa un cantiere collettivo per famiglie e scuole del territorio.
Il centro lavora inoltre sul recupero delle tradizioni popolari, sul contrasto al consumismo e sulla promozione dell’autocostruzione del giocattolo e quindi del recupero dei materiali.

Un altro incontro importante è con Roberto Farnè, professore dell’università di Bologna che oltre ad essere uno dei pensatori contemporanei più importanti sulle tematiche legate al gioco e all’outdoor education è colui che, grazie a una recensione sulla rivista Infanzia, diffonde e fa conoscere l’esperienza che andava costituendosi a Ravenna.

«Dopo l’articolo di Farnè su Infanzia ci chiamarono alla Biennale del gioco di Torino, organizzata dal comitato italiano gioco infantile fondato da Olivetti”».

E poi arriva l’incontro con Mario Lodi, uno dei maestri italiani protagonisti del rinnovamento pedagogico in chiave democratica della scuola italiana e scrittore di molte storie per ragazzi tra cui non si può dimenticare Cipì.

In questo 2022, Mario Lodi avrebbe compiuto 100 anni e le iniziative in suo ricordo sono state numerose e portate avanti dal comitato Promotore del Centenario e l’Associazione Casa delle Arti e del Gioco- Mario Lodi. Altra eccellenza italiana nella promozione della cultura per l’infanzia e la ricerca in ambito educativo.

Ed è proprio Mario Lodi che telefona a Roberto Papetti:

« Ad un certo punto mi telefona Mario Lodi e mi dice : “mi piacerebbe lavorare con lei!” e costruire una collaborazione anche con editoriale scienza e il movimento di cooperazione educativa. 

Mario Lodi quindi chiese a Papetti di pensare e costruire con lui una mostra con al centro il gioco e i principi scientifici che si possono apprendere giocando e costruendo giocattoli.

Dalla fisica, all’astronomia, alla matematica o ai principi aerodinamici sono tra le leggi scientifiche che ogni giorno i bambini incontrano e applicano.

Questo il tema al centro dei tanti incontri che Lodi, Papetti, Helene Stavro e Gioacchino Maviglia organizzano a metà strada tra Ravenna, Milano, Piave. 

Spesso nelle stazioni ferroviarie si fermavano a progettare la mostra, decidendo quali tra le decine di giochi che Papetti aveva raccolto negli anni fossero i più adatti all’esposizione e quali invece fosse necessario costruire.

Nacque così il progetto espositivo : “la scienza in altalena” e in questo commovente racconto Roberto Papetti racconta della relazione intellettuale e umana con un maestro e uomo straordinario come Mario Lodi:

«con Mario Lodi imparai a fare le mostre, i testi esplicativi, curare gli allestimenti.
Nacque così un bellissimo progetto tra Comune di Ravenna, Casa delle Arti e del Gioco- Mario Lodi, la casa editrice Scienza e il Movimento di cooperazione educativa. Fu l’occasione di organizzare convegni e conferenze importanti sul gioco alle quali parteciparono Odifreddi, Bartezzaghi, Farnè e tanti altri».

«Ad un certo punto della mia vita iniziai a pensare seriamente che, una volta in pensione, mi sarei dedicato alla poetica del gioco, farne ricerca artistica ed estetica».

“La purezza del cuore è volere una cosa sola” (S. Kierkegaard).

Papetti sino ad allora aveva sempre vissuto una tensione verso l’espressione artistica, ma ancora non aveva trovato il suo linguaggio, ancora era nomade tra i codici e le tecniche espressive.

«Ho sperimentato l’illustrazione, il fumetto, il teatro, la clowneria, l’organetto, ma faticavo a comprendere quale fosse il mio strumento espressivo».

Un progetto che non posso non citare vista l’estrema urgenza in questo periodo di  ritrovare parole di Pace ed educare alla Pace e alla speranza del dialogo tra i popoli è senz’altro “la Carovana dei pacifici” che Papetti lancia nel 2015 in ricordo dell’amico Mario Lodi.

Costruiamo i Pacifici! Con Roberto Papetti

La Carovana dei pacifici viene lanciata da Papetti trovando la collaborazione di Luciana Bertinato ed Emanuela Bussolati.

Un messaggio di pace portato da queste sagome colorate, costruibili in qualsiasi materiale, forma e colore che ha toccato tanti paesi del mondo, come ad esempio,  la Spagna, la Palestina, la Germania, il Nepal, il Giappone, il Perù, il Rwanda, la Somalia, il Brasile.

Il laboratorio ha tratto ispirazione dal modello pedagogico di Mario Lodi e dal suo testo sulla Costituzione, in particolare dall’art. 11 con il ripudio della guerra. 

Nel 2020 è uscito un kit, a cura dell’editore Carthusia,Carthusia presenta: 51. “La Carovana dei Pacifici”
composto da una guida per gli insegnanti e da un pieghevole con i pensieri dei bambini che hanno risposto alle seguenti domande:

• Per essere pacifici bisogna essere molto sapienti?

• Ci sono dei trucchi?

• Bisogna fare grandi azioni?

• È sempre facile essere pacifici?

• Tutti possono essere pacifici?

«Volevo lavorare sul giocattolo in modo artistico. Ho visto la poesia del giocattolo.
Poesia è quando fai una cosa che ha il massimo della gratuità, porta con sé l’unicità della poesia, non ha valore di scambio, solo di uso. Il dono del giocattolo è poetica».

 Perché faccio giocattoli? Sostanzialmente, riprendo i gesti dei bambini: ridare significato alle cose smarrite, perdute e abbandonate. Come il poeta che prende le parole e le riqualifica dando loro altri significati, innalzandole, però nell’umiltà”. (Roberto Papetti)

Questo è Roberto Papetti, la sua poetica, i suoi giocattoli che si fanno eterni e che abitano la potenza immaginifica dell’infanzia, le relazioni umane, l’amore e la poesia.

“La nostra specialità sono le mostre gioco e gli allestimenti, itineranti o permanenti, che creiamo e produciamo per musei, teatri, spazi espositivi e aziende.

“Le nostre idee possono stare comodamente in valigia e arrivano dove c’è qualcuno che crede nella creatività come nutrimento gioioso e giocoso per la mente e per lo spirito, nella creatività come fatto collettivo, che nasce dal dialogo e dallo scambio culturale.”

Immaginante

Arianna Sedioli, è insegnante, da anni ricerca e sperimenta sui linguaggi espressivi dei bambini e delle bambine. Progetta laboratori, atelier e mostre dedicate all’infanzia,  è formatrice per nidi e scuole.

Ho voluto prendermi questo INSTATE con lei per poter condividere e ascoltare il suo pensiero sulla cultura per l’infanzia e su cosa voglia dire ideare spazi e momenti culturali per l’infanzia. Io questo approccio lo ritengo un’urgenza, una necessità vitale per lo sviluppo dell’infanzia e della relazione della comunità con la propria popolazione infantile.

Quale nutrimento culturale mettiamo a disposizione dei nostri bambini e delle nostre bambine, quanto è diffusa, accessibile e percepita la cultura DELL’Infanzia e la cultura PER l’Infanzia?

Diffondere cultura dell’infanzia significa secondo me avere in mente i diritti dei bambini e delle bambine e assumendo il loro punto di vista sul mondo. Un mondo che spesso dimentica i bisogni speciali di questo pezzo di popolazione.

Ci dimentichiamo che esiste l’infanzia, che ha bisogni differenti dai nostri e che dobbiamo adattare e rendere accoglienti anche per loro i luoghi e le esperienze collettive. E facendo questo capiremmo che una città, un museo, un teatro accoglienti per l’infanzia sono una città, un museo, un teatro più accoglienti per tutte e tutti.

La cultura per l’infanzia è una diretta conseguenza di questo approccio: ci si assume infatti la responsabilità di dare ai bambini e alle bambine anche la bellezza, tra gli strumenti necessari per crescere come persone  “intere, globali”, in cui la componente affettiva ed emozionale ha pari significato, rispetto alla dimensione cognitiva, rappresentativa e comunicativa.

Bellezza che è insieme qualità estetica,esteriore e valore etico, interiore.

“Educare all’arte e al bello, significa permettere ad ogni persona, ad ogni bambino di trasformare e rielaborare l’ordinario in straordinario.

Arte e bellezza non sono elementi soggettivi, ma ambiti di ricerca di significati. Esprimono una relazione, una interazione significativa tra il bambino e qualcosa d’altro: natura, opere, oggetti, materiali, che fanno scaturire emozioni, meraviglia, stupore.

Arte e bellezza permettano al bambino di abitare meglio il mondo.”

Progetto pedagogico Comune di Ravenna. 

La città che abitiamo, Ravenna, ha tante eccellenze nel campo della Cultura per l’infanzia, affiancata a 50 anni di cultura pedagogica ed educativa dei nostri servizi, ma i cambiamenti rapidi ai quali stiamo assistendo, in ogni sfera della nostra esistenza possono essere occasione nuova per produrre pensiero pedagogico e culturale sul ruolo dell’infanzia nella progettazione delle politiche, delle pratiche culturali, dello sviluppo economico e sociale delle nostre comunità. 

Arianna Sedioli e tutto il gruppo di Immaginante fanno proprio questo: assumono il punto di vista dei bambini e delle bambine e da questo partono per fare ricerca, per produrre e allestire mostre interattive, per giocare all’arte, alla musica, alla sensorialità con bambini e bambine.

Arianna Sedioli e il gruppo di lavoro di Immaginante è composto da studiose e studiosi di educazione alle arti, artiste, artisti, musiciste e musicisti.

Immaginante è nato nel 2010 ed è stata un’evoluzione naturale del progetto originario, ovvero, arte sonora per i bambini nato alla fine degli anni 90.

Proprio in questo periodo Arianna Sedioli, ricercatrice nel campo dell’educazione al sonoro e ideatrice di spazi e allestimenti per l’esplorazione e la creatività musicale, incontra Luigi Berardi, artista e land-artista del paesaggio sonoro e insieme creano mostre interattive, installazioni, arredi e kit, esito della pluriennale ricerca dei nuovi linguaggi sonori.

Arianna da questa esperienza espande la sua ricerca alla sensorialità, lavorando e facendo esperienze importanti con il Museo dei bambini di Roma, Explora, che nel 2008 ospita una mostra dedicata agli odori.

«Ho sentito la necessità di allargare l’aspetto sonoro, includendo anche la sensorialità.

Chiedemmo collaborazioni a botanici, farmacisti, cosa che facciamo per tutte le mostre, rivolgendoci ogni volta a consulenti diversi per approfondire e dettagliare le ricerche che precedono le mostre.

La mostra “odorosa” rimase allestita 6 mesi, con tantissimi visitatori lungo tutto il periodo e famiglie molto contente dell’esperienza.

 Da lì cominciammo a integrare alla nostra ricerca sul suono anche le arti visive, includendo una particolare attenzione alla natura e dell’outdoor education».

Nel 2010 Immaginante, laboratorio museo itinerante nasce come progetto culturale nomade, in relazione con tanti musei differenti in giro per l’Italia e al contempo radicato sul territorio, prevalentemente tra Ravenna e Cervia , innovando la ricerca di mostra in mostra. 

“Questo nostro essere itineranti ci arricchisce molto da un lato e dall’altro ci priva di quella stanzialità che a volte le famiglie si aspettano: “ma dopo questa mostra dove sarete?”. La programmazione di anno in anno è più costosa in termini di fidelizzazione, anche se devo dire che abbiamo famiglie che ci seguono da quando i loro bimbi avevano pochi anni e li ritroviamo di mostra in mostra sempre più cresciuti. La continuità nella programmazione, una pluriennalità nelle proposte potrebbe essere utile a migliorare ulteriormente il nostro lavoro, ma ci stiamo ragionando al nostro interno e con i territori”.

“Come nasce una mostra e quindi la vostra ricerca?”

“Abbiamo sempre cercato di mettere insieme il pensiero pedagogico e la ricerca estetica. Quando progettiamo una installazione d’arte interattiva, lo facciamo partendo da un pensiero inclusivo, contemplando il fatto che possano interagirvi tutte le persone. Ovviamente però vi è un’analisi specifica dedicata ai bambini e alle bambine partendo dall’analisi sul campo e dall’osservazione dei più piccoli e piccole, dal loro modo di giocare e di rapportarsi allo spazio e anche alla loro dimensione estetica spontanea.

Altro passaggio fondamentale per noi è la condivisione con il corpo insegnante attraverso la formazione e lo scambio con loro”

Arianna con tutto il gruppo di Immaginante progetta tenendo insieme diversi aspetti:

quello estetico, che deve essere curato e coinvolgente;

quello interattivo, che studia la prossemica dello spazio e sull’impatto visivo delle installazioni tenendo insieme sia la funzionalità agita che la staticità;

quello immersivo, secondo il quale lo spazio deve essere gradevole, far sentire bene i bimbi e le bimbe;

quello relazionale, che punta alla massima condivisione con le famiglie che potranno, conclusa l’esperienza al museo, continuare a coltivare una crescita culturale con strumenti nuovi.

“i bambini devono sentire che lo spazio è stato progettato per loro e quindi se proprio qualcuno deve adattarsi a questo nuovo modo di abitare gli spazi , questi sono gli adulti”

Parlando con Arianna è facilissimo finire in giro per l’Europa e per l’Italia, in totale coerenza con l’animo itinerante della ricerca di Immaginante e quindi mi racconta dei punti di riferimento italiani e non, nell’ambito della proposta museale per l’infanzia:

Il Centro Pompidou di Parigi

«Qui trovi sempre attività per i bambini in modo continuativo sulle opere d’arte.

Mi ha sempre ispirata la loro elasticità e naturalezza nelle proposte per l’infanzia. Una bambina o un bambino sanno di entrare in questo museo e poter trovare sempre proposte per loro oppure sanno che l’opera d’arte è guidata anche per loro»

La Tate di Londra :

«Oltre alla zona specifica per l’infanzia, tante attività sono progettate per loro nella fruizione di tutte le esposizioni»

A questo link trovate la miriade di attività, molte replicabili anche a casa, che offre la Tate di Londra.

«Ad esempio c’è un’esperienza che ci piacerebbe proporre, ovvero le visite guidate in lingua, un modo interessante per fruire le opere e coniugare sonorità linguistiche diverse.

Abbiamo già fatto questa esperienza ed è piaciuta molto e magari nella prossima mostra ci piacerebbe introdurre anche la lingua dei segni.

I bambini devono conoscere che ci sono altri modi di comunicare. Alla tate fanno questa programmazione in tutte le lingue, ti iscrivi e non sai in che lingua sarà condotta la visita».

In Italia i punti di riferimento di Arianna e di Immaginante sono tanti, ne cita alcuni che per me sono fonte di approfondimento e ricerca in questi giorni:

Il Gruppo Art’è di Bologna con studiosi importanti nell’ambito della pedagogia dell’arte, come Marco Dallari e Cristina Francucci.

“I bambini sono tutti dadaisti” dice Dallari in questa conferenza che vi suggerisco di ascoltare quando avete un po’ di tempo: Educazione all’arte – Marco Dallari

Bellissime anche le sue videoletture in collaborazione con Paola Franceschini:

Con gli occhi di Mirò di Paola Franceschini Artebambini lettura Marco Dallari mus. Maurizio Oddone

E ancora:

Il Guggenheim di Venezia

Il Museo dei bambini di Milano

Fondazione Prada

Poi vicino a noi, in Romagna, troviamo teste molto belle, come quella di Alessandra Falconi, esperta di educazione ai media e alla creatività digitale, che tra le altre cose, ovvero coordinare il centro Alberto Manzi di Bologna, è Responsabile del centro Zaffiria di Bellaria.

https://www.zaffiria.it/

«É un buon sistema museale quello italiano, il problema è la frammentazione e la difficoltà nella trasmissione delle pratiche dal centro alla periferia. Bisognerebbe essere più collegati. Abbiamo bellissime teste a cui va offerta però maggior continuità, meno difficoltà nel reperire fondi continuativi».

Un altro ambito che racconta l’approccio inclusivo di Immaginante è quello della cosiddetta “Arte partecipata”  che coinvolge direttamente il pubblico nel processo creativo, diventando così coautore oltre che osservatore.

« Quando organizziamo eventi nelle piazze o altri spazi pubblici delle città, nei quali costruiamo installazioni e opere insieme alle famiglie riusciamo a intercettare le persone che solitamente non incontriamo nei musei o alle nostre mostre. Questo genere di esperienza artistica pubblica porta ad avvicinarsi famiglie con background migratorio che spesso non ritroviamo nell’elenco dei nomi di chi prenota le mostre. Su questo dobbiamo lavorare e portare le esperienze culturali fuori dalle Istituzioni e creare così un percorso verso i musei».

I luoghi della cultura devono essere luoghi accessibili, luoghi avvicinabili e che non creino disuguaglianze. Il contrasto alla povertà educativa parte dall’azione concreta, che non può essere delegata solo alle scuole, che certamente hanno una funzione di riequilibrio in termini di accessibilità alla cultura. 

Credo che quando si promuovano esperienze culturali pubbliche debba essere una ossessione domandarsi “ le persone con meno mezzi economici, culturali, sociali, linguistici le abbiamo raggiunte? Come possiamo raggiungerle?”

Una frase bellissima che mi dice Arianna sul perchè insistere sulla Cultura per l’infanzia è questa:

« Avvicinare i bambini e le bambine sin dai primi mesi di vita a questi luoghi vuol dire ACCUMULARE DEL BENE »

Un libro che mi suggerisce Arianna su questo tema e su quello del bisogno di espandere al massimo gli orizzonti dei bambini è “il sogno di Matteo” di Leo Lionni;

Matteo è un topolino che vive  con la sua famiglia in una soffitta polverosa, la famiglia di Matteo non possiede molti mezzi economici e, per questo, spera che, da grande, Matteo scelga una professione ben remunerata, come ad esempio il medico. Matteo, però, quando i suoi genitori gli chiedono cosa vuole fare da grande, lui risponde sempre che vuole vedere il mondo. Un giorno però la maestra conduce lui e i suoi compagni a visitare un Museo d’Arte e…(no spoiler).

La letteratura per l’infanzia è un altro elemento importante per la ricerca di Immaginante che seleziona con cura grazie alla collaborazione di librerie, autori e autrici, illustratrici e illustratori. 

« Il libro, magari che trovano tra quelli suggeriti dopo l’esperienza dentro al Museo,  può far continuare l’esperienza culturale, motivando le famiglie a prendere il libro, in libreria o biblioteca e continuare sul solco dell’esperienza appena fatta con le bambine e i bambini».

L’ultima parte della nostra chiacchierata sulla panchina dei Giardini Pubblici, un po’ infreddolite, la dedichiamo alle artiste e agli artisti che Immaginante ha proposto nella loro ultima mostra al Museo d’Arte della Città: Quadri Animati. Una galleria d’arte in cui i bambini e le bambine interagiscono con le opere d’arte di Mondrian, Richard Long, Pollock, Yayoy Kusama.

« Richard Long è da sempre uno dei miei artisti preferiti, ho sempre seguito il suo lavoro e ritrovarlo all’ultima mostra su Dante a Ravenna è stato sorprendente. Abbiamo quindi pensato che sarebbe stato interessante inserirlo in questa mostra e farlo conoscere anche alle famiglie e ai bambini.

Richard Long è un poeta della natura e del paesaggio, che costruisce le sue opere con quello che trova in natura, con molta discrezione. è un artista viaggiatore che studia anche per anni i luoghi nei quali installa le opere. Lascia segni che poi vengono riassorbiti dalla natura stessa». 

I bambini e le bambine hanno quindi trovato nel percorso della mostra cerchi di cartone con sopra stampate immagini di ambienti naturali e paesaggi sui quali potevano creare le loro opere con sassi , citando il lavoro di Long e i suoi materiali preferiti.

« Questo è molto affine a quello che fanno i bambini spontaneamente.

Il bambino spontaneamente in un luogo raccoglie i materiali, comincia a fare forme e lasciare segni».

« Abbiamo scelto questi particolari artisti e artiste perchè sono estremamente giocosi, come Kusama, Mirò. C’è molto colore e nei loro gesti c’è sempre qualcosa di infantile, pensiamo ai pois di Kusama, oppure alla tecnica che usa Pollock quando cola il colore sulle tele, oppure quando usa le mani per dipingere. 

Il rapporto con il colore è molto corporeo, legato al movimento e in questo rivedo molto la creatività spontanea dei bambini e delle bambine».

Per introdurre i bambini e le bambine alle opere Immaginante ha ideato racconti animati che parlano di alcune opere tra quelle che si incontrano nella mostra, per esempio il Pollo di Pollock o le zucche di Kusama e i suoi pois, oppure i cieli di Mirò che sono animati da buffi animaletti che vagano nel blu dei quoi quadri.

«Questo lavoro deve molto al lavoro di Dallari sull’arte come racconto, pensiero simbolico».

Poi ai bambini viene affidata una valigetta con all’interno le opere decostruite che loro possono riassemblare come preferiscono interagento però con l’opera stessa, quindi nella valigetta di Kusama ci sono zucche e infiniti pois da comporre, mentre in quella di Mondrian ci sono rettangolo rossi, blu, gialli. o come vogliono.

«Una bambina, per esempio, ha fatto spontaneamente il gesto “alla Pollock” mettendosi in piedi sull’opera e lasciando cadere il colore sulla tela ( fili di lana colorati) .

Nella piena libertà lasciamo i bambini e le famiglie esprimersi e fare e disfare le opere appena viste».

«Arianna,parlami del tuo gruppo»

«La forza di Immaginante sta nelle diverse competenze che compongono il gruppo: 

Giulia Guerra: grande punto di riferimento, illustratrice, grafica, atelierista con una formazione anche in ambito musicale. Cura gli allestimenti, è una conoscitrice appassionata di narrativa per l’infanzia e con i più piccoli e le più piccole è davvero brava!

Alessio Caruso: artista visivo, ricerca estetica, ideazione. 

Ludovica Guerra: laureata in lingue, curatrice di laboratori e visite animate bilingue e delle relazioni con realtà culturali europee.

Elena Pellizzoni: atelierista che in Immaginante ha portato la sua esperienza con il teatro.

Chiara Zattoni: formazione musicale e in particolare anima le mostre con il suo violoncello.

Poi abbiamo tante altre collaborazioni per esempio con Vincenzo Pioggia, Stefano Tedioli, Marilena Benini ( artista e grafica).

E da due anni Cristina Sedioli lavora con noi dopo una lunga esperienza con tante realtà, per esempio il Mart di Rovereto e la Rete Museale di Rimini».

Arianna Sedioli guida questo gruppo con passione e con tenacia, con la determinazione e la sicurezza dell’esperienza e dell’ispirazione creativa che ha coltivato fin dalla sua formazione che passa dalla musica, al Dams, a tante contaminazioni vissute negli anni universitari partecipando a quante più esperienze extrauniversitarie possibile ed è proprio in una di queste esperienze che incontra un “maestro” che la ispirerà nelle scelte successive:

François Delande, direttore delle ricerche teoriche del Gruppo Ricerche Musicali dell’INA di Parigi, uno dei principali innovatori della pedagogia musicale orientata verso la pratica creativa. 

« Il mio inizio è di tipo musicale, poi l’incontro con Luigi Berardi con cui ho fatto le prime esperienze e con cui ho fatto ricerca sul paesaggio sonoro e sulla musica “intorno a noi”»

E infatti l’aspetto sonoro nei lavori di Immaginante è sempre presente, così come i paesaggi sonori e l’attenzione uditiva che può avere ciascuna opera d’arte.

« I bimbi e le bimbe che vedi in questi anni sono sempre uguali o è cambiato qualcosa in loro?»

«Forse sono cambiati gli adulti intorno a loro, i modi di stare insieme, il ruolo delle tecnologie nella nostra quotidianità, la mancanza di contatto con la materia e la sensorialità.

In questi anni, soprattutto nelle scuole, che rimane l’osservatorio più onesto dal quale guardare i cambiamenti delle famgilie, vedo un’infanzia iperattiva, iper sollecitata, una scelta sconfinata dei bambini che devono districarsi tra tante cose materiali ».

Per contrastare tutto questo, in fin dei conti servirebbe quanto detto all’inizio di questo nostro racconto: un nutrimento costante in termini di offerte culturali e bellezza per le famiglie e in particolare per i bambini e le bambine.

Elliot Eisner, docente di arte e pensatore ha chiaramente delineato quali siano i benefici dell’arte nello sviluppo del bambino e della bambina e ne cito solo alcuni:

 elaborare prospettive multiple, così come avviene nel processo artistico in cui si indaga il “come” e il “perchè”. Si impara a pensare attraverso i materiali che da idea si trasformano e diventano realtà.  Si incoraggia l’auto espressione, la ricerca della propria poetica e dei propri sentimenti. 

Investire ogni sforzo nell’offerta culturale per l’infanzia è esattamente definito nelle parole essenziali di Arianna Sedioli:

«« Avvicinare i bambini e le bambine sin dai primi mesi di vita a questi luoghi vuol dire ACCUMULARE DEL BENE ».

Ci troviamo in Darsena, alla panchina dell’incontro per questo secondo Instate, 8 giovani delle scuole superiori di Ravenna. 

Ho chiesto ad un’amica che si occupa di orientamento di contattare qualche insegnante e chiedere loro se vi fosse la possibilità di poter incontrare qualche volontario o volontaria che volesse chiacchierare con me, in libertà, sull’attualità complessa del mondo e farmi il regalo di poter assumere la loro prospettiva, guardare quello che ci sta succedendo dal loro punto di vista.

Un punto di vista, quello delle persone adolescenti, che sento poco, voci quasi sempre veicolate da adulti, parole a cui sento applicare filtri, parental control e traduzioni che disperdono quella genuinità ed ingenuità che dovrebbe essere parte della loro angolazione.

Sia chiaro, nulla ha a che vedere l’ingenuità con l’essere sprovveduti, perchè sprovveduti non lo sono per niente.

L’ingenuità secondo me ha più a che fare con lo spessore delle difese che una o uno indossa quando va incontro al mondo.

Ecco, quando si è adolescenti si va incontro al mondo con indosso un velo sottile, quasi trasparente di difese, malizie, conoscenze, previsioni, scenari, ipotesi etc.

Un velo sottile come la camicetta con cui si è presentato sul palco dell’Ariston Blanco insieme a Mahmood, un 19enne su uno dei palchi musicali più ambiti, ma anche più antichi e per questo fluttuante tra una tradizione da conservare e l’innovazione da ritrovare, a volte riuscendoci, altre scimmiottando la contemporaneità.

Blanco non ha addosso bagagli così pesanti da portarsi dietro e quindi si presenta con la sua blusa in chiffon trasparente e quello è il tessuto che mi immagino indossino gli adolescenti e le adolescenti quando si lanciano incontro al mondo.

 E cosa vuol dire farlo in mezzo ad una pandemia e con la guerra alle porte?

Nel 2018 Galimberti pubblica “La parola ai giovani. Dialogo con la generazione del nichilismo attivo” e apre così: “ascoltiamo i giovani. E parliamo con loro. Li capiremmo di più di quanto non li capiamo quando leggiamo o ascoltiamo le considerazioni di psicologi, sociologi, insegnanti, educatori che parlano di loro”.

Il nichilismo di cui parla Galimberti è definito da Nietzsche attraverso due mancanze: il fine, il futuro come pensiero che non motiva più, ma paralizza e la mancanza del “perchè”, perchè stare in un mondo che non mi considera risorsa, ma problema, dice Galimberti, un mondo che “non mi chiama per nome”.

Galimberti descrive i giovani del 2018 come una generazione che è riuscita a passare dal nichilismo passivo dei primi anni duemila dove si respirava poco più della rassegnazione, a quello attivo, nel quale il nichilismo esiste e si riafferma nella mancanza di scopi e “perchè”, ma viene affrontato dai giovani “promuovendosi in tutte le direzioni, nel tentativo molto determinato di non spegnere i propri sogni”. 

I giovani che scrivono a Galimberti, lettere indirizzate al professore dalle quali è nato questo libro, chiedono cose ben precise agli adulti: 

“non proponeteci la vostra esperienza, perchè l’unica utile è quella che ciascuno fa da sé. Le vostre lezioni di “sano realismo” ci spengono la passione e senza passione non si ha la forza di attraversare questa stagione che, non dimentichiamo, ce l’avete preparata voi”.

Galimberti scaglia queste parole su di noi e noi dobbiamo raccoglierle a capo chino cercando di rialzarci per guardare dritto negli occhi la potenza di questa generazione alla quale mi sentirei di fare due domande e silenziosamente ascoltare:

“come state?” – “cosa posso fare per voi?”

Camilla, Sebastian, Alice, Noemi, Sibilla, Stefano,Camilla ed Ernesto rispondono all’invito e li aspetto in Darsena, li riconosco con i loro zaini e cartelline. Hanno tra i 16 anni e i 18 anni, penultimo ed ultimo anno di scuola superiore. Spiego loro il perché li ho invitati, ovvero inserire la nostra chiacchiera nei racconti degli Instatè che pubblico sul mio canale Instagram, raccontare per immagini e brevi testi le persone che incontro. Capiscono e decidono di dare il loro contributo, parlando (tanto) e offrendomi il privilegio di ascoltarli (parlando molto poco).

Non mi interessa tratteggiare una descrizione puntuale di ciascuno di loro, anche se davvero meriterebbero ciascuno e ciascuna un racconto a parte, tanto è stato il mio stupore nell’incontrare così tanta profondità, ironia e tenacia in ognuno e ognuna. 

Ho deciso di non rendere riconoscibili i virgolettati attribuendovi il nome di chi ha espresso questa o quella opinione e l’ho fatto per due ragioni: la prima è che, più di ogni altra cosa, mi interessa che emergano le diverse prospettive, le tante diversità che sono emerse in un così ristretto gruppo di giovani.

La seconda, per me la più importante, è che ho profondo rispetto per le loro idee e soprattutto per il loro diritto di cambiare idea su tutto.

Saranno quindi un coro di voci, indistinguibili, ma nette,

A ciascuno la tazza da asporto con il tè alla Shiba di mia madre e si comincia!

«Allora ragazzi dopo due anni di pandemia come state?»

Le prime risposte preparano il terreno a quello che sarà uno scambio franco, sincero e senza fronzoli:

«Due anni? Wow! Il tempo vola quando ci si diverte!»

«Beh sicuramente potremo iniziare a pensare ad altro…»

«Tipo ad una guerra?»

«Io ho la sensazione di aver perso tempo».

«Io, di essere rimasta ferma, di non aver fatto quello che di solito si fa e si impara alla nostra età»

«Di aver perso tanto sul piano delle relazioni con i miei coetanei»

«Beh visto quello che sta succedendo ora, aver chiamato guerra la pandemia è stato sbagliato, secondo me, dato che avevamo tutti il cibo nel frigo e sì, situazioni più o meno agiate, ma nulla in confronto alla guerra vera»

«Sì certo anche io sono d’accordo che non si dovesse chiamare guerra, ma aver vissuto un periodo con il solo stipendio di mia madre perchè non si poteva fare altrimenti è stata davvero dura per noi».

È un susseguirsi di opinioni, punti di vista personali, puntualizzazioni e reciproche contestazioni su cose che sentivano diversamente. La domanda sulla pandemia apre la diga e sono un fiume in piena.

«Io ho cercato di essere il più ingenua possibile, accettando quello che stava succedendo senza opporre inutile resistenza. Mi sono sentita impotente davanti a tutto quello che vedevo accadere e ho preferito affrontare tutte queste cose, più grandi di me, attraversandole un passo alla volta».

«Noi giovani abbiamo pagato un prezzo altissimo».

«Vallo a dire a chi ha perso il lavoro!».

«Io invece il primo lockdown l’ho vissuto isolandomi dalle negatività. L’ho preso come un periodo di stacco totale dai tanti impegni che avevo durante la settimana tra studio, sport, socialità. Ho proprio staccato la spina. Sì, lo so che ho vissuto una situazione forse più agiata di altri compagni dato che avevo la fortuna di un piccolo giardino, una situazione senza conflitti in famiglia, ma io ho cercato di trarne cose positive».

«Io credo che si stia sottovalutando l’impatto psicologico di tutto questo sui ragazzi e le ragazze. Credo ci sia un sommerso di fragilità e malessere psicologico che dovrebbe essere affrontato e che io non avevo mai visto in modo così evidente tra le persone che conosco».

«Vogliamo parlare dei conflitti laceranti nelle scuole e dentro le classi tra le diverse posizioni sui vaccini e sulle misure del governo?».

Non avevo mai sentito raccontare direttamente dai ragazzi e dalle ragazze come avessero vissuto la polarizzazione delle opinioni in questa pandemia, polarizzazione che è anche generale tendenza e modalità nell’affrontare i dibattiti pubblici, l’inesorabilità del “o a favore o contro” o “con me o contro di me” o “No o Sì” e la descrizione che mi fanno è molto chiara: si sono create profonde divisioni tra chi era a favore dei vaccini e chi contro, chi a favore del Green Pass e chi contro, chi per la dad e chi per la presenza.

«Secondo me tutto questo odio si è anche creato perché non avevamo modo di confrontarci con gli altri e sentire le ragioni di tutti, ognuno di noi, isolato dal mondo, aveva la possibilità di confrontarsi con pochi altri diversi dal proprio cervello».

É proprio così, disabituarci al confronto, a quella sana pratica del dibattito e della dialettica, della mediazione e del confronto ci polarizza sulle nostre posizioni, ci porta a barricarci dietro alle nostre convinzioni e rendendoci impenetrabili dai portatori di idee diverse dalle nostre. 

E forse anche i social ci stanno abituando a questo, mostrandoci “feed” e “wall” che parlano di ciò che ci piace, che ci ripropongono opinioni più simili alle nostre. Una sorta di algoritmo dell’autocompiacimento. Un algoritmo che ci strizza costantemente l’occhio e ci fa credere che abbiamo ragione solo noi.

«Sinceramente penso che la dad abbia portato a una mancanza di aspirazione in molti adolescenti. La maggior parte di noi adesso non sa più neanche dove girarsi, a che cosa aspirare. Sono cambiate troppe cose in un lasso di tempo troppo piccolo e non ci hanno permesso di gestirla in modo giusto»

Colgo quanto sia difficile per la ragazza che parla di aspirazioni avere il tempo necessario per riposizionarsi nel mondo alla luce dei cambiamenti.

Non è per niente banale questo passaggio che mi stimola un pensiero.

Ci vorrebbe per ciascuno/a di noi un tempo “cuscinetto” che ci aiuti a riposizionarci in questo mondo cambiato così rapidamente.

Un tempo sospeso che aiuti ad interiorizzare i cambiamenti e i nuovi orizzonti ai quali tendere.

Mi chiedo quanto sia stato difficile per loro aver avuto questi cambi di scenario così rapidi, nel momento della vita in cui si costruiscono le proprie convinzioni, quando si consolidano i tratti della propria personalità e soggettività.

Quanto questo spostamento delle zolle tettoniche della società e del modo di starci dentro sia stato avvertito da loro come un terremoto continuo e quotidiane scosse di assestamento.

Intensa questa prima parte!


«E la guerra? Come state vivendo questi giorni?»

Non mi hanno parlato di pace nel mondo, non so neanche se ci abbiano mai creduto alla pace nel mondo, so però, da quello che mi dicono e da come me lo dicono, che queste ragazze e questi ragazzi hanno ascoltato tutto e visto tutto del dibattito in corso, ne conoscono terminologie e distinguo, sanno esattamente quali sono i temi e le contraddizioni, nostrane e globali, discussi sui tanti tavoli politici aperti in queste settimane.

E anche loro stanno elaborando la loro prospettiva.

«La prima mattina che è arrivata la notizia, io ero con le mie amiche dopo una serata di festa. Abbiamo avuto subito la sensazione che stesse succedendo qualcosa di grande».

«Molto spesso, quando parlo con degli adulti è come se chiedessero risposte a noi, ci offrono informazioni e ci chiedono, non tanto cosa ne pensiamo, ma direttamente come pensiamo si possa risolvere la questione che ci pongono. Ma io so solo che ancora non abbiamo la visione completa delle cose… Non so abbastanza cose».

«Questa solidarietà che vedo nei confronti dell’Ucraina mi fa pensare a quanta ipocrisia ci sia nel mondo e qui da noi. Se penso a tutte le guerre che ci sono o ci sono state, mi viene un po ‘ da pensare. Siamo passati da “lasciamoli morire in mare” a “venite vi accogliamo a braccia aperte, vi daremo vitto, alloggio e un lavoro” per me è pura ipocrisia».

«Il lasciapassare solo per i profughi bianchi: l’ho letto e ho perso fiducia nel genere umano».

«Siamo tra i primi fornitori di armi e forse ci fa comodo combattere laggiù, nei luoghi delle guerre dimenticate».

«Non sono d’accordo».

«Tutti gli anni milioni di persone muoiono di fame, i valori dell’Europa di qua e i valori di là e poi spendi miliardi per armi, sì a scopo difensivo, ma prima o poi, le usi queste armi»

«la narrazione tra il male assoluto e il bene assoluto, non mi convince. La guerra è brutta, però penso sia sbagliato ritenere che gli unici che sbagliano siano i russi.

Nato e USA hanno responsabilità nell’escalation. La guerra è sbagliata, ma bisogna contemplare anche il punto di vista di uno Stato che ti ritiene ostile».

Anche su questo tema le voci si accavallano, ognuno ha qualcosa da dire, un’opinione o una perplessità da esternare e il brusio suona più o meno così:

«russi? non diciamo russi, anche loro stanno protestando contro la guerra. Putin ha il  consenso. Ha il consenso sennò ti fa fuori! Dopo la rivolta del 2014 contro il governo filorusso e poi i bombardamenti nel Donbass. È propaganda! C’è propaganda da entrambe le parti e la verità va ricercata nel mezzo! Siamo entrati nella loro sfera di influenza e mettere delle basi Nato ai confini della russia non è stata presa bene.

Il grosso problema è l’energia. Quali livelli di default del rublo può permettersi?

Diamo aiuto agli ucraini, gli mandiamo le armi poi compriamo ogni giorno mezzo miliardo di gas, risorse che poi useranno per alimentare il conflitto!

Sarà una guerra di logoramento, han voglia di dire!»

Questo tema apre un’altra questione che per gli adolescenti di oggi credo sia fondamentale, ed è quella delle fonti di informazione, delle fake news, post-verità.

Anche su questo tema hanno molto da dire e a tratti sono taglienti.

Dopotutto anche questo tema, ovvero: come costruisco le mie conoscenza e le mie opinioni? Ha molto a che fare con i due macrotemi posti prima, ovvero la polarizzazione delle opinioni da una parte e il ricollocarsi nel mondo dopo cambiamenti così rapidi.

«Ho sfiducia verso l’informazione, fatico a distinguere la verità oggi».

«Il modo diverso in cui vengono raccontate le notizie, spesso le stesse notizie, mi porta a volte ad avere la sensazione che si voglia coltivare la paura generalizzata e su questo sentimento poi costruire odio e poi conflitto… e poi non sapere da che parte vuoi stare»

«Io sono arrivata a ricevere direttamente su whatsapp fake news sulla guerra.

E so distinguerle, ma fino ad un certo punto, a volte mi sento in un deserto sconfinato di informazioni».

«Alle medie avevo un compagno un po’ così… diciamo un po’ fascista, durante la giornata della memoria è saltato su con un “eh sì, ma le foibe?”… Io non sopporto più il fatto che si sia incapaci di distinguere gli argomenti, i contesti e soprattutto non credo che concentrare l’attenzione su un argomento, ritenerlo una priorità in un dato momento, voglia dire che le altre questioni non lo siano. O si fanno i telegiornali da 24 ore per trattare tutti gli argomenti alla pari, oppure bisogna fare delle scelte».

«La guerra è brutta e fa paura e si devono accettare anche le immagini brutte che veicola la guerra. La guerra è questo, è disumana»

Eh sì, la guerra è disumana ed ingiusta ragazze mie e ragazzi miei e fate bene a incazzarvi da morire se si fanno distinguo tra essere umani.

E sapete a quale riflessione sono arrivati, autonomamente e con mio sommo stupore? Io che avevo la convinzione che certe categorie del pensiero appartenessero a un linguaggio novecentesco, a una visione del mondo che non pensavo avessero avuto modo di elaborare questi adolescenti, dei quali sento parlare, ma che non ascolto mai.

Signore e signori ecco a voi il capitalismo e l’anticapitalismo:

«Ha senso arrabbiarsi sugli immigrati di serie a e serie b, o che non abbiamo calcolato le altre guerre come stiamo affrontando questa, ma è innegabile che sia una guerra che economicamente ci tocca di più».

«Perchè dobbiamo sempre guardare le cose solo dal punto di vista economico? Siamo umani!»

«si chiama capitalismo, funziona così»

«Non possiamo solo giustificare il punto di vista dicendo “eh ragazzi è il capitalismo”»

«Eh allora non andare in giro con le Air Jordan! Andiamo in giro in pantofole!»

«Ma che c’entra? Allora tutto è capitalismo oggi! Non possiamo solo rispondere che funziona così»

«allora tutto è capitalismo, ma non si può lasciare morire in mare la gente»

«é ingiusto, ma conveniente»

«allora non vi sembra che si debba provare a cambiare le cose?»

«Io nel mio piccolo ci provo a contrastare un certo modello di consumismo e sviluppo economico, provando a limitare il mio impatto sul mondo. Compro locale, provo a non comprare fast fashion, cerco di avere approccio critico nei consumi e nelle mie scelte».


Ultimo tema ragazzi e ragazze e poi ci salutiamo che so che avete un sacco di impegni.

Futuro? Cosa significa per voi questa parola? Cosa vedete nel futuro?

«io futuro? Calma, mi basterebbe arrivare alla primavera aggiustando la caviglia per riprendere lo sport, ma sul resto università etc… sto affrontando tutto senza certezze ma provando a fare cose, corsi opzionali in vista dell’università, TOLC-E etc»

«paura, ansia, pessimismo(ride ironicamente)..sono ancora piccola e ho tempo per pensarci, Sono aperta a tutte le possibilità che la vita mi offre, non pensando me ne offrirà molte quindi tengo basse le aspettative… ma vorrei avere un reddito personale e l’ipotesi di essere felice non mi dispiacerebbe».

«Per il momento, vorrei capire cosa definisco io come futuro. non è scontato. capire quello e dare un senso a quello che diventerà il presente».

«Nella mia vita vorrei fare l’artista, non mi interessa di essere ricca, non vorrei rimanere in Italia, vorrei essere libera da tutto, dalle regole di una società limitata, vorrei poter cambiare se mi va e vivere con amore e bellezza».

«io sono il contrario di lei,  non voglio andare all’estero, mi piace stare in Italia.

c’è incertezza, ma ci si va dietro piano piano. Farò qualche test, ci ragionerò con genitori e amici. L’importante è impegnarsi adesso sugli obiettivi di breve termine».

«Il futuro non è certo e possono succedere tante cose in poco tempo

non riesco a pensare a una me dell’anno prossimo. Vorrei stare tranquilla più che essere felice. Non voglio più accendere la tv e vedere che c’è gente che si spara. Vorrei essere una persona decente»

«Io come giovane sono ansiosa perchè le strade sono infinite, ma non so quale sarà la categoria più gettonata nel futuro.. ma so che la stabilità economica è la cosa più importante. Vorrei lavorare nel mondo della musica».

«Futuro? So che devo studiare tanto! Voglio lavorare in un’azienda grande, che operi a livello globale sulla ricerca nel settori dell’aeronautica, oppure in realtà che lavorano sullo sviluppo energetico. Per esempio c’è un’azienda finlandese che mi interessa molto, Wärtsilä, che opera nella generazione di energia per uso marino e centrali elettriche. Realtà che se interpretate non nella solita ottica del guadagno, potrebbero dare una svolta al modello di sviluppo».

A proposito vi è piaciuto il tè? Il tè marocchino nella sua versione invernale non è fatto con l’aggiunta di  menta, ma d’inverno si prediligono erbe che riscaldano, come ad esempio l’Artemisia absinthum, erba dalla quale si produce anche il distillato d’assenzio, ma in marocco viene usata per le sua proprietà riscaldanti appunto e il suo sapore amarognolo è equilibrato grazie a grandi quantità di zucchero.

I ragazzi raccolgono le loro cose e se ne vanno, io rimango ancora un po’ alla panchina dell’incontro, questo luogo che la città ha voluto dedicare a un sindaco Fabrizio Matteucci che certamente i giovani li vedeva e li ascoltava.

 Mi sento travolta dalla nostra ora e mezza insieme e mentre li vedo andare via, zaini in spalla, mi chiedo ancora:

«Come state? Cosa posso fare per voi?»

Non so se ho capito come stanno, sicuramente ho capito che hanno una grande voglia di confrontarsi tra loro e come dice Galimberti, di essere chiamati per nome.

Sono felice!

Così parte la nostra chiacchierata ai bordi del campo di calcio della Low Ponte, società sportiva della quale Fabio è Presidente onorario.

Il sole ci accompagna per tutte le due ore che trascorriamo insieme Fabio, Cristina ed io.

Io sorseggio dal bicchiere per il tè da asporto, parte del kit di questo “Instate” e Fabio porta due Moretti da 33.

Questo nuovo “format” che ho pensato, una sorta di “delivery Te”, nasce dalla voglia di proseguire, con una modalità più agile, itinerante, il progetto del “tedame” che tanto mi ha ispirata la scorsa estate e che mi ha permesso di incontrare persone ordinariamente straordinarie e scriverne qui.

Perché smettere? E infatti eccomi qui, alle porte della primavera.

Fabio Bazzocchi è consigliere comunale di Ravenna, io presiedo il Consiglio e in questi primi 5 mesi di consiliatura ho apprezzato la sua dedizione, l’attivismo, l’assiduità nell’essere presente nella sala del consiglio comunale nonostante la fatica oggettiva che rappresenta per lui spostarsi e rimanere in aula per 5 ore consecutive.

E Fabio non si limita ad essere presente, lui fa la differenza.

Questo l’incipit del suo intervento nell’ultimo consiglio comunale:

“Grazie Signora Presidente 

Prima di leggere il testo di questa interrogazione ci tengo a spiegare come sono io.

Io a parte non muovermi causa la sla… sto veramente bene.

Ho una memoria incredibile e ho affinato dei sensi che tutti abbiamo.

Tipo udito. La Vista. Il controllo ambientale. Da dove passo io scannerizzo tutto quello che vedo perché io non posso girare la testa e riguardare una cosa.. Una persona.. Un posto.. Una scena.

Sono adattamenti e affinamenti che si sono sviluppati in me naturalmente da quando ho questo problema. Non sono stato io a farlo ma sono avvenuti da soli.

Io sento e vedo tutto.

A casa e anche qui uso il mio computer con il controllo oculare.. Una telecamera cattura il movimento dei miei occhi e io uso il computer con un programma che mi permette di scrivere con una tastiera e allo stesso modo di usare il mouse.

Uso qualsiasi tipo di programma e app.

Fuori di casa uso l’etran* cioè questa tavola trasparente.

In modo che parlo più veloce e soprattutto posso guardare e vedere tutto.. Anche la persona con cui parlo. 

Ecco ho finito il preambolo”.

Fabio è una mente brillante che semplicemente comunica in modo diverso, ha imparato a convivere con la SLA potenziando tutte le sue abilità e non risparmiandosi nell’offrire agli altri le sue idee, opinioni, aiuto.

Io non so voi, ma sono orgogliosa di averlo nel Consiglio Comunale della mia città, avere il suo sguardo sulle cose, sui progetti, sul futuro della città.

Parlo con Fabio e parlo di Fabio perchè il suo, come il mio obiettivo è quello di creare conoscenza intorno alla sua condizione, poter togliere qualche dubbio, cancellare un po’ di quel pietismo che a Fabio, così come a tante persone che convivono quotidianamente con un problema o una disabilità, infastidisce e spesso toglie la possibilità di una relazione alla pari, una relazione che se presa così com’è, può dare tanto in entrambe le direzioni.

Dicevamo:

«quindi sei felice Fabio?»

«Dico che sto bene, ma veramente bene. Per me c’è di peggio della SLA. Io sono 12 anni che convivo con la SLA, ma ho la fortuna di vedere crescere i miei figli».

«Con loro amo i momenti del pranzo e della cena, fare le vacanze e pensa Oui , stiamo organizzando una prossima vacanza in Sardegna. A ottobre siamo stati a Roma e questo piccolo viaggio con loro mi ha riempito di gioia.
Se fossi stato un papà “normale” avrei potuto fare il “papà normale”, ma ringrazio lo stesso Dio di poter essere comunque qui con loro».

Un papà normale? Dopotutto cos’è un papà normale, mentre mi dice queste parole ci penso e gli dico che secondo me non esistono i “papà normali”, certo Fabio non ha abilità motorie, ma ne ha di straordinarie a livello comunicativo e Cristina infatti interviene su questo punto:

«Io credo che la presenza di Fabio sia una base solida per i suoi figli, lui c’è sempre. Lui c’è per guardarsi insieme una partita, per aiutarli nei compiti, per parlare con loro, dare loro consigli».

E Fabio non si limita ad essere presente, lui fa la differenza.

A proposito, chi è Cristina? Cristina è l’infermiera di Fabio, donna meravigliosa che dopo più di 30 anni di lavoro nel reparto di oncologia dell’Ospedale di Ravenna ha fatto la scelta di investire le sue competenze nel mondo della SLA, seguire Fabio e assisterlo, forte di una competenza decennale e di una passione per la professione infermieristica che fa di lei l’asso nella manica di Fabio e che permette lui di uscire dal suo corpo costretto diventando azione, parola e cambiamento.

Mentre chiacchieriamo iniziano ad entrare i ragazzi per l’allenamento e quindi è un susseguirsi di “Ciao Fabio”, “Uè Fabio”, “Ciao Pres” ed è Fabio che ad alcuni di loro indica quali spogliatoi, da che parte.

«Lui è così- mi dice Cristina- dirige tutto, conosce ogni dettaglio dell’organizzazione degli spazi».

«Sono maniacale Oui, lo so. Io amo stare qui tutti i pomeriggi, lavoro sui progetti, l’organizzazione, la gestione della società e perfino le merende per i bambini della scuola calcio».

Fabio adora quando arriva al campo e i bambini gli gridano “Buonasera Presidente!”.

«Chi ha la SLA è normale, a parte il non-movimento e la modalità alternativa di comunicare. Le mie abilità cognitive sono le stesse di prima del 2008. Pensa Oui che tanti pensano che io sia sordo. Molti associano il non parlare al non sentire e quindi al non capire».

Fabio ci sente benissimo e comprende altrettanto bene e provo una una grande frustrazione riflessa quando mi racconta delle volte in cui, con lui presente, le persone esordiscono con un : “ma capisce?” – “mi sente?” o ancora di più quando viene messa in discussione la sua capacità di prendere decisioni o “autodeterminarsi” nelle proprie scelte.

Fabio comunica attraverso la tavoletta ETRAN* con la quale trasferisce e compone con lo sguardo le parole che poi vengono vocalizzate da Cristina.

*Il nome “ETRAN” è un acronimo della frase “eye transfer” che in inglese significa “scambio con lo sguardo” ed è un ausilio per comunicazione utilizzabile solo con lo sguardo.

In generale è costituito da una pannello trasparente in plexiglass di diverso spessore sul quale sono fissate simboli o lettere adesive. Il pannello viene posizionato fra la persona non parlante e l’interlocutore. Quando il primo guarda un simbolo o una lettera sul pannello, il secondo, seduto dalla parte opposta, può vedere dove si dirigono gli occhi e l’elemento che viene indicato. La comprensione, di norma, risulta molto rapida così come gli scambi comunicativi.

Fabio scrive progetti per la sua associazione, per la società sportiva e per la sua città, produce i suoi atti per il Consiglio Comunale, collabora con il CONI e con realtà nazionali che si occupano di sport, inclusione, SLA.

Uno dei suoi desideri è quello di poter incontrare quanti più studenti e studentesse per parlare loro della sua quotidianità, mostrare la sua normalità così che si possa diffondere una cultura dell’inclusione dove siano le persone con disabilità a raccontare e “normalizzare” le proprie vite.

Certamente utile sarebbe migliorare la relazione e la comunicazione, per esempio informando le persone sulle modalità migliori per comunicare con lui ed evitare quelle situazioni in cui Fabio non viene considerato nemmeno presente e anzi, come mi raccontava prima, davanti a lui si commenta la sua situazione o ci si chiede se sia sordo o cognitivamente assente.

«Le persone sono convinte che se qualcuno sia fermo, costretto all’immobilismo dalla malattia, sia fermo anche mentalmente, quando invece non è così. Vorrei poterlo dire a quanti più giovani possibile».

Consigliere Comunale, perchè?

«Anche questo mi rende contento e non avrei mai pensato di poterlo fare. Lo scorso anno durante la pandemia mi sono voluto proporre e ho preso contatto con il sindaco. Pensavo che una persona nelle mie condizioni potesse essere un esempio.

Dovevo mettermi in gioco perchè passasse il messaggio che non si deve mollare mai e anzi, si può essere portatori di cambiamento grazie a proposte e progetti su ambiti quali la disabilità, lo sport, l’accessibilità, la salute».

In questi mesi si discute il nuovo patto per un nuovo welfare sulla non-autosufficienza, che è prevalentemente orientato sul tema dell’anzianità, ma immaginare società inclusive e più giuste presuppone che il miglioramento dei servizi abbia ricadute per tutte le fragilità, tra cui quelle dei malati di SLA, che hanno bisogno di un’assistenza medico-infermieristica altamente specializzata che migliori la loro qualità di vita.

Dalle tabelle che mette a disposizione https://www.aisla.it/ si evidenzia come nelle fasi più avanzate di questa malattia e se si potesse contare su tutte le visite specialistiche e sul supporto a domicilio più adeguato, oltre alle strumentazioni si arriverebbe a un costo annuale di circa: 100.000/150.000 euro.

Una riforma ambiziosa del welfare per la non autosufficienza dovrebbe puntare come chiedono le associazioni, come quella di Fabio, a percorsi di assistenza semplici e unitari superando la frammentazione delle misure e dei servizi. 

Bisognerebbe arrivare al traguardo della tutela pubblica della non autosufficienza e come proposto da tante associazioni, giungere finalmente ad un Sistema Nazionale di Assistenza.

Seguiremo l’iter di questa Legge Delega che dovrà riordinare questo ambito di politiche sociali nella speranza che sia questa la legislatura che porterà in porto il provvedimento atteso da tante associazioni e famiglie.

“Grazie Fabio, grazie Cristina, corro a prendere Martino! é stato un piacere stare con voi!”

Corro alla macchina con nel cuore l’energia che Fabio sa trasmettere, la carica di positività e voglia di fare con cui sa contagiare qualsiasi cosa, persona, progetto gli sia vicino!

Fabio non si limita ad essere presente, lui fa la differenza!

La storia di Fabio la trovate, scritta da lui stesso nel sito dell’associazione Fabio Onlus.