C’era una volta Roberto Papetti.

C’era una volta il laboratorio di Roberto Papetti, un luogo che ha sempre la porta aperta e dove si scatena l’operosità di questo straordinario artigiano-artista ravennate e dove le mani producono poesia, immaginario infantile e fantasia.
Ci sono giocattoli ovunque, bozze, pezzi finiti, pezzi scartati, legno, colori.
La bottega di Papetti è un luogo della fantasia e della manualità sapiente.
Il laboratorio di Via San Vittore, mi ha ricordato le botteghe rinascimentali dove si ferma di tanto in tanto qualcuno per una chiacchiera veloce o dove i più giovani possono usare i suoi strumenti per costruire giochi, magari da impiegare nel laboratorio in programma nel pomeriggio con bambini e bambine, oppure farsi dare consigli e ascoltare storie.

Questo é un luogo dove ad esempio si ferma il signore con cui Roberto conversa per qualche minuto mentre io verso il tè e preparo il setting per la nostra chiacchierata. Ho avuto la fortuna di poter ascoltare il loro scambio, che di per sé è una poesia, una scena epica di un film immaginario che mi parte in testa sulla storia di un giocattolaio, artista e poeta, filosofo e politico.

Il Signore in questione indossa un basco blu, con sopra ricamate alcune stelle.

«Vedo che la sedia che ti ho dato la usi, la vuoi un’altra sedia un po’ più barocca? Te la regalo”
“Portala e qualcosa ne faccio »

«porta no! io non sono Mary poppins che alza le cose, vieni e te la prendi!»

«Guarda che ti stanno riprendendo, finisci in televisione!»

«Allora riprendimi il baschetto, che è il mio orgoglio. Lo ha fatto la mia figlioccia che mi ha dedicato una poesia. Siccome amo l’astronomia, mi ha scritto che chi ama le stelle è il re dell’universo».

«quanto vuoi per quel basco?»

«non ti do niente!»

«Dai!Lo porto a Palermo e te lo ridò»

«No! NON SI TOCCANO I SENTIMENTI.
Io SONO COME UN RICCIO, se mi tocchi i sentimenti mi incazzo!».

 «I sentimenti come si muovono? Si muovono sul mio basco!».

Salutiamo il signore che porta in giro i suoi sentimenti ricamati sul basco, le sue costellazioni di amore e Roberto inizia a raccontarmi pezzi della sua storia, frammenti del suo viaggio che lo hanno portato oggi ad essere uno dei riferimenti italiani della cultura ludica e della poetica del gioco.

«Io ero un bambino problematico, a scuola non funzionavo, non avevo trovato una relazione che funzionasse con me e che mi facesse esprimere e imparare. Le maestre non mi capivano e io ho imparato tutto fuori dalla scuola, giocando per strada e in particolare mettendomi in relazione con un signore, uno di cui avevano paura tutti.
Era un signore con problemi mentali, un uomo che portava i segni della guerra che aveva fatto con i fascisti in Etiopia e che da lì tornò catatonico.
Girava per il paese, Marina di Ravenna, silenzioso e mite.
Noi bambini giocavamo dietro alla gelateria della piazza e ogni tanto si fermava. Aveva difficoltà a comunicare, ma si vedeva che voleva entrare in relazione con noi. Il suo linguaggio erano gli animaletti che costruiva con la carta argentata dei pacchetti di sigarette che si fumava. Lui fu uno dei miei primi maestri, mi insegnò a costruire animaletti, una sorta di origami, lui aprì il mio immaginario».

«Ebbi maestre molto punitive: quando non volevo fare i compiti mi bacchettavano le mani e ho questo ricordo di una punizione che mi ha lasciato segni profondi:
mi misero in castigo davanti alla cattedra, per ragioni che ancora oggi non capisco, tre ore in ginocchio insieme ad un altro mio compagno. Il mio amico chiese di poter andare a fare la pipì e al rifiuto della maestra se la fece addosso. E noi rimanemmo lì, in ginocchio imbarazzati e terrorizzati.
Allora io cercavo il mondo fuori».

Aristotele nel de anima, esprime una prima teoria sulla fantasia, mi spiega Roberto, ovvero che la mente crea campi di esperienza e produce affettività con il mondo esterno, attraverso l’immaginario e la fantasia. Ed è quello che Roberto sperimenta nell’infanzia e quello che sperimenta l’infanzia tutta nel complesso tentativo di entrare in relazione con il mondo e gli adulti.

«Ad un certo punto però ho cominciato a uscire dal mio mondo immaginario e approcciare il mondo degli adulti che mi aveva fino ad allora spaventato».

Un altro maestro che Roberto cita, è il maestro Cecchi:

«Cecchi è un altro dei maestri della mia vita. Ricordo il primo giorno di scuola: arrivò e appoggiò la borsa sulla cattedra, piedi sulla scrivania.
Iniziò a chiederci uno ad uno il nostro nome, cosa facessero i nostri padri e ci fece domande specifiche sul loro lavoro».

“Papetti, cosa fa tuo padre?”

“Comandante di un peschereccio”

“Cosa sono i divergenti?”

“I divergenti? non lo so”

“Per domani me lo devi saper spiegare!”

«Per la prima volta chiesi a mio padre come funzionava la sua barca, cosa fossero i divergenti e il principio alla base del loro funzionamento per la pesca.
Cecchi ci insegnava a guardarci intorno a imparare dalle esperienze e da quello che era già a portata di mano, dai mestieri dei nostri padri e da lì porci interrogativi, ampliare i nostri  mondi e conoscenze.
Era un tipo curioso e affascinante, durante gli intervalli si beveva il caffè e tirava fuori un libro e una volta senza farmi vedere andai nella sua borsa per sbirciarne il titolo: I fratelli Karamazov di Dostoevskij ».

Questo romanzo ha a che fare con il parricidio, ovviamente ideale, che compie Roberto, ovvero abbandonare la strada del mare e dei pescherecci per quella del gioco, dello studio, della ricerca artistica e dell’educazione.

« Mio padre….voleva che facessi il marinaio. Io non ambivo a quello, certamente mi affascinava l’avventura marinaresca, ma non vedevo il mio destino su un peschereccio.
Feci un’esperienza come mozzo, la mia fu l’ultima generazione di minorenni sulle navi. Lavoravo dalla mattina alla sera, pulivo, scrostavo le carene della nave, ero bravissimo con i nodi.
Poi un giorno scesi dalla nave, a Dunkerque, attraversai l’Europa in treno e tornai a casa. Aprì la porta di casa e dissi a mio padre: “Non voglio fare il marinaio!”».


Dopo una parentesi di 3 anni come operaio in una fabbrica di Milano, appassionato dai tumulti del 68 e da “la strada” di Kerouac decide di lasciare la fabbrica e lanciare in aria una moneta immaginaria: testa, me ne vado in Australia, croce, torno a scuola. La “testa” era la richiesta del visto per l’Australia e la “croce” la domanda per riprendere gli studi. 

«In base all’ordine di arrivo delle risposte, avrei scelto. Rispose prima la scuola e così ripresi gli studi e mi iscrissi all’Istituto per il mosaico».

Sono gli anni 70’ e per Papetti sono anni di grandi esperienze:
si avvicina al Dams di Bologna dove conosce, tra gli altri, Umberto Eco e Gianni Celati, partecipando al famoso seminario “Alice Disambientata” nel bel mezzo delle contestazioni studentesche di Bologna. In aula con Celati ci sono pezzi della cultura bolognese e italiana contemporanea, ragazzi come Paz, Freak Antoni.
L’Alice disambientata nasceva dal “disambientamento” dei ragazzi di allora, simile o affine, forse, al disambientamento di quelli di oggi.

Animatore per le colonie estive che all’epoca il Comune di Ravenna organizza per centinaia di piccoli ravennati, atelierista per le scuole a tempo pieno di Ravenna per la didattica dell’arte e la manualità creativa, operatore socio-culturale per il Comune di Ravenna e poi istruttore direttivo pedagogico. Ha coordinato e organizzato campi gioco di quartiere per bambini e adolescenti, centri ricreativi, campi Robinson.
Roberto inizia il suo percorso professionale negli anni della “questione giovanile”, figlia delle contestazioni studentesche e di un dibattito pubblico e politico che mirava prevalentemente a correggere le devianze, soprattutto in relazione alle droghe in forte ascesa in quegli anni in Italia e che ha portato in molto casi  ad etichettare i luoghi dell’aggregazione giovanile come luoghi della marginalità.
Il territorio ravennate prova ad affrontare quegli anni sperimentando e affidando a risorse come Roberto Papetti l’obiettivo di costruire un modello nuovo per aggregare i giovani, agganciare le scuole al territorio, diffondere una cultura per l’infanzia contrastando povertà educativa e marginalità.
Mentre cresce un timore diffuso e “l’emergenza giovanile” inizia a pervadere l’opinione pubblica e le scelte politiche di quegli anni che portano alla crisi dei centri giovanili, Roberto trova una via alternativa e lo fa anticipando i dibattiti attuali sul clima, la sostenibilità ambientale e il riuso.
Cresce infatti in Papetti la passione per le tematiche ambientali che diventano la base teorica sulla quale innesta la nascita di esperienze fondamentali per Ravenna e per la cultura ludica italiana, come ad esempio “Lucertola” e l’esperienza espositiva e culturale che comincia con la costruzione di giocattoli e valorizzando i giochi della tradizione.

Anche in questo passaggio è un libro che attiva la miccia ed è “ecologia della mente” del filosofo Gregory Betterson e in particolare il saggio, o “metalogo”, sul gioco.

Giocando si impara la metacomunicazione, il livello comunicativo non verbale che va oltre al messaggio verbale e lo trascende, i bambini si agganciano nella relazione e costruiscono, attraverso il gioco, i passaggi dai diversi livelli logici.

«Il centro Lucertola inizialmente era suddiviso in diversi progetti, c’era il laboratorio dell’ecologia nella ex scuola Matteucci con un intero piano dedicato al gioco e all’educazione ambientale. In Darsena nasceva intanto il nucleo di “Lucertola” e passando alla sede, che lo ospita tuttora, in via Maggiore, nacque “Lucertola- centro gioco natura creatività”».

Il progetto cresce e si sviluppa rapidamente grazie alle idee geniali di Papetti che inizia il percorso di costruzione del giocattolo ecologico, esperienza che diventa un cantiere collettivo per famiglie e scuole del territorio.
Il centro lavora inoltre sul recupero delle tradizioni popolari, sul contrasto al consumismo e sulla promozione dell’autocostruzione del giocattolo e quindi del recupero dei materiali.

Un altro incontro importante è con Roberto Farnè, professore dell’università di Bologna che oltre ad essere uno dei pensatori contemporanei più importanti sulle tematiche legate al gioco e all’outdoor education è colui che, grazie a una recensione sulla rivista Infanzia, diffonde e fa conoscere l’esperienza che andava costituendosi a Ravenna.

«Dopo l’articolo di Farnè su Infanzia ci chiamarono alla Biennale del gioco di Torino, organizzata dal comitato italiano gioco infantile fondato da Olivetti”».

E poi arriva l’incontro con Mario Lodi, uno dei maestri italiani protagonisti del rinnovamento pedagogico in chiave democratica della scuola italiana e scrittore di molte storie per ragazzi tra cui non si può dimenticare Cipì.

In questo 2022, Mario Lodi avrebbe compiuto 100 anni e le iniziative in suo ricordo sono state numerose e portate avanti dal comitato Promotore del Centenario e l’Associazione Casa delle Arti e del Gioco- Mario Lodi. Altra eccellenza italiana nella promozione della cultura per l’infanzia e la ricerca in ambito educativo.

Ed è proprio Mario Lodi che telefona a Roberto Papetti:

« Ad un certo punto mi telefona Mario Lodi e mi dice : “mi piacerebbe lavorare con lei!” e costruire una collaborazione anche con editoriale scienza e il movimento di cooperazione educativa. 

Mario Lodi quindi chiese a Papetti di pensare e costruire con lui una mostra con al centro il gioco e i principi scientifici che si possono apprendere giocando e costruendo giocattoli.

Dalla fisica, all’astronomia, alla matematica o ai principi aerodinamici sono tra le leggi scientifiche che ogni giorno i bambini incontrano e applicano.

Questo il tema al centro dei tanti incontri che Lodi, Papetti, Helene Stavro e Gioacchino Maviglia organizzano a metà strada tra Ravenna, Milano, Piave. 

Spesso nelle stazioni ferroviarie si fermavano a progettare la mostra, decidendo quali tra le decine di giochi che Papetti aveva raccolto negli anni fossero i più adatti all’esposizione e quali invece fosse necessario costruire.

Nacque così il progetto espositivo : “la scienza in altalena” e in questo commovente racconto Roberto Papetti racconta della relazione intellettuale e umana con un maestro e uomo straordinario come Mario Lodi:

«con Mario Lodi imparai a fare le mostre, i testi esplicativi, curare gli allestimenti.
Nacque così un bellissimo progetto tra Comune di Ravenna, Casa delle Arti e del Gioco- Mario Lodi, la casa editrice Scienza e il Movimento di cooperazione educativa. Fu l’occasione di organizzare convegni e conferenze importanti sul gioco alle quali parteciparono Odifreddi, Bartezzaghi, Farnè e tanti altri».

«Ad un certo punto della mia vita iniziai a pensare seriamente che, una volta in pensione, mi sarei dedicato alla poetica del gioco, farne ricerca artistica ed estetica».

“La purezza del cuore è volere una cosa sola” (S. Kierkegaard).

Papetti sino ad allora aveva sempre vissuto una tensione verso l’espressione artistica, ma ancora non aveva trovato il suo linguaggio, ancora era nomade tra i codici e le tecniche espressive.

«Ho sperimentato l’illustrazione, il fumetto, il teatro, la clowneria, l’organetto, ma faticavo a comprendere quale fosse il mio strumento espressivo».

Un progetto che non posso non citare vista l’estrema urgenza in questo periodo di  ritrovare parole di Pace ed educare alla Pace e alla speranza del dialogo tra i popoli è senz’altro “la Carovana dei pacifici” che Papetti lancia nel 2015 in ricordo dell’amico Mario Lodi.

Costruiamo i Pacifici! Con Roberto Papetti

La Carovana dei pacifici viene lanciata da Papetti trovando la collaborazione di Luciana Bertinato ed Emanuela Bussolati.

Un messaggio di pace portato da queste sagome colorate, costruibili in qualsiasi materiale, forma e colore che ha toccato tanti paesi del mondo, come ad esempio,  la Spagna, la Palestina, la Germania, il Nepal, il Giappone, il Perù, il Rwanda, la Somalia, il Brasile.

Il laboratorio ha tratto ispirazione dal modello pedagogico di Mario Lodi e dal suo testo sulla Costituzione, in particolare dall’art. 11 con il ripudio della guerra. 

Nel 2020 è uscito un kit, a cura dell’editore Carthusia,Carthusia presenta: 51. “La Carovana dei Pacifici”
composto da una guida per gli insegnanti e da un pieghevole con i pensieri dei bambini che hanno risposto alle seguenti domande:

• Per essere pacifici bisogna essere molto sapienti?

• Ci sono dei trucchi?

• Bisogna fare grandi azioni?

• È sempre facile essere pacifici?

• Tutti possono essere pacifici?

«Volevo lavorare sul giocattolo in modo artistico. Ho visto la poesia del giocattolo.
Poesia è quando fai una cosa che ha il massimo della gratuità, porta con sé l’unicità della poesia, non ha valore di scambio, solo di uso. Il dono del giocattolo è poetica».

 Perché faccio giocattoli? Sostanzialmente, riprendo i gesti dei bambini: ridare significato alle cose smarrite, perdute e abbandonate. Come il poeta che prende le parole e le riqualifica dando loro altri significati, innalzandole, però nell’umiltà”. (Roberto Papetti)

Questo è Roberto Papetti, la sua poetica, i suoi giocattoli che si fanno eterni e che abitano la potenza immaginifica dell’infanzia, le relazioni umane, l’amore e la poesia.