Ci troviamo in Darsena, alla panchina dell’incontro per questo secondo Instate, 8 giovani delle scuole superiori di Ravenna. 

Ho chiesto ad un’amica che si occupa di orientamento di contattare qualche insegnante e chiedere loro se vi fosse la possibilità di poter incontrare qualche volontario o volontaria che volesse chiacchierare con me, in libertà, sull’attualità complessa del mondo e farmi il regalo di poter assumere la loro prospettiva, guardare quello che ci sta succedendo dal loro punto di vista.

Un punto di vista, quello delle persone adolescenti, che sento poco, voci quasi sempre veicolate da adulti, parole a cui sento applicare filtri, parental control e traduzioni che disperdono quella genuinità ed ingenuità che dovrebbe essere parte della loro angolazione.

Sia chiaro, nulla ha a che vedere l’ingenuità con l’essere sprovveduti, perchè sprovveduti non lo sono per niente.

L’ingenuità secondo me ha più a che fare con lo spessore delle difese che una o uno indossa quando va incontro al mondo.

Ecco, quando si è adolescenti si va incontro al mondo con indosso un velo sottile, quasi trasparente di difese, malizie, conoscenze, previsioni, scenari, ipotesi etc.

Un velo sottile come la camicetta con cui si è presentato sul palco dell’Ariston Blanco insieme a Mahmood, un 19enne su uno dei palchi musicali più ambiti, ma anche più antichi e per questo fluttuante tra una tradizione da conservare e l’innovazione da ritrovare, a volte riuscendoci, altre scimmiottando la contemporaneità.

Blanco non ha addosso bagagli così pesanti da portarsi dietro e quindi si presenta con la sua blusa in chiffon trasparente e quello è il tessuto che mi immagino indossino gli adolescenti e le adolescenti quando si lanciano incontro al mondo.

 E cosa vuol dire farlo in mezzo ad una pandemia e con la guerra alle porte?

Nel 2018 Galimberti pubblica “La parola ai giovani. Dialogo con la generazione del nichilismo attivo” e apre così: “ascoltiamo i giovani. E parliamo con loro. Li capiremmo di più di quanto non li capiamo quando leggiamo o ascoltiamo le considerazioni di psicologi, sociologi, insegnanti, educatori che parlano di loro”.

Il nichilismo di cui parla Galimberti è definito da Nietzsche attraverso due mancanze: il fine, il futuro come pensiero che non motiva più, ma paralizza e la mancanza del “perchè”, perchè stare in un mondo che non mi considera risorsa, ma problema, dice Galimberti, un mondo che “non mi chiama per nome”.

Galimberti descrive i giovani del 2018 come una generazione che è riuscita a passare dal nichilismo passivo dei primi anni duemila dove si respirava poco più della rassegnazione, a quello attivo, nel quale il nichilismo esiste e si riafferma nella mancanza di scopi e “perchè”, ma viene affrontato dai giovani “promuovendosi in tutte le direzioni, nel tentativo molto determinato di non spegnere i propri sogni”. 

I giovani che scrivono a Galimberti, lettere indirizzate al professore dalle quali è nato questo libro, chiedono cose ben precise agli adulti: 

“non proponeteci la vostra esperienza, perchè l’unica utile è quella che ciascuno fa da sé. Le vostre lezioni di “sano realismo” ci spengono la passione e senza passione non si ha la forza di attraversare questa stagione che, non dimentichiamo, ce l’avete preparata voi”.

Galimberti scaglia queste parole su di noi e noi dobbiamo raccoglierle a capo chino cercando di rialzarci per guardare dritto negli occhi la potenza di questa generazione alla quale mi sentirei di fare due domande e silenziosamente ascoltare:

“come state?” – “cosa posso fare per voi?”

Camilla, Sebastian, Alice, Noemi, Sibilla, Stefano,Camilla ed Ernesto rispondono all’invito e li aspetto in Darsena, li riconosco con i loro zaini e cartelline. Hanno tra i 16 anni e i 18 anni, penultimo ed ultimo anno di scuola superiore. Spiego loro il perché li ho invitati, ovvero inserire la nostra chiacchiera nei racconti degli Instatè che pubblico sul mio canale Instagram, raccontare per immagini e brevi testi le persone che incontro. Capiscono e decidono di dare il loro contributo, parlando (tanto) e offrendomi il privilegio di ascoltarli (parlando molto poco).

Non mi interessa tratteggiare una descrizione puntuale di ciascuno di loro, anche se davvero meriterebbero ciascuno e ciascuna un racconto a parte, tanto è stato il mio stupore nell’incontrare così tanta profondità, ironia e tenacia in ognuno e ognuna. 

Ho deciso di non rendere riconoscibili i virgolettati attribuendovi il nome di chi ha espresso questa o quella opinione e l’ho fatto per due ragioni: la prima è che, più di ogni altra cosa, mi interessa che emergano le diverse prospettive, le tante diversità che sono emerse in un così ristretto gruppo di giovani.

La seconda, per me la più importante, è che ho profondo rispetto per le loro idee e soprattutto per il loro diritto di cambiare idea su tutto.

Saranno quindi un coro di voci, indistinguibili, ma nette,

A ciascuno la tazza da asporto con il tè alla Shiba di mia madre e si comincia!

«Allora ragazzi dopo due anni di pandemia come state?»

Le prime risposte preparano il terreno a quello che sarà uno scambio franco, sincero e senza fronzoli:

«Due anni? Wow! Il tempo vola quando ci si diverte!»

«Beh sicuramente potremo iniziare a pensare ad altro…»

«Tipo ad una guerra?»

«Io ho la sensazione di aver perso tempo».

«Io, di essere rimasta ferma, di non aver fatto quello che di solito si fa e si impara alla nostra età»

«Di aver perso tanto sul piano delle relazioni con i miei coetanei»

«Beh visto quello che sta succedendo ora, aver chiamato guerra la pandemia è stato sbagliato, secondo me, dato che avevamo tutti il cibo nel frigo e sì, situazioni più o meno agiate, ma nulla in confronto alla guerra vera»

«Sì certo anche io sono d’accordo che non si dovesse chiamare guerra, ma aver vissuto un periodo con il solo stipendio di mia madre perchè non si poteva fare altrimenti è stata davvero dura per noi».

È un susseguirsi di opinioni, punti di vista personali, puntualizzazioni e reciproche contestazioni su cose che sentivano diversamente. La domanda sulla pandemia apre la diga e sono un fiume in piena.

«Io ho cercato di essere il più ingenua possibile, accettando quello che stava succedendo senza opporre inutile resistenza. Mi sono sentita impotente davanti a tutto quello che vedevo accadere e ho preferito affrontare tutte queste cose, più grandi di me, attraversandole un passo alla volta».

«Noi giovani abbiamo pagato un prezzo altissimo».

«Vallo a dire a chi ha perso il lavoro!».

«Io invece il primo lockdown l’ho vissuto isolandomi dalle negatività. L’ho preso come un periodo di stacco totale dai tanti impegni che avevo durante la settimana tra studio, sport, socialità. Ho proprio staccato la spina. Sì, lo so che ho vissuto una situazione forse più agiata di altri compagni dato che avevo la fortuna di un piccolo giardino, una situazione senza conflitti in famiglia, ma io ho cercato di trarne cose positive».

«Io credo che si stia sottovalutando l’impatto psicologico di tutto questo sui ragazzi e le ragazze. Credo ci sia un sommerso di fragilità e malessere psicologico che dovrebbe essere affrontato e che io non avevo mai visto in modo così evidente tra le persone che conosco».

«Vogliamo parlare dei conflitti laceranti nelle scuole e dentro le classi tra le diverse posizioni sui vaccini e sulle misure del governo?».

Non avevo mai sentito raccontare direttamente dai ragazzi e dalle ragazze come avessero vissuto la polarizzazione delle opinioni in questa pandemia, polarizzazione che è anche generale tendenza e modalità nell’affrontare i dibattiti pubblici, l’inesorabilità del “o a favore o contro” o “con me o contro di me” o “No o Sì” e la descrizione che mi fanno è molto chiara: si sono create profonde divisioni tra chi era a favore dei vaccini e chi contro, chi a favore del Green Pass e chi contro, chi per la dad e chi per la presenza.

«Secondo me tutto questo odio si è anche creato perché non avevamo modo di confrontarci con gli altri e sentire le ragioni di tutti, ognuno di noi, isolato dal mondo, aveva la possibilità di confrontarsi con pochi altri diversi dal proprio cervello».

É proprio così, disabituarci al confronto, a quella sana pratica del dibattito e della dialettica, della mediazione e del confronto ci polarizza sulle nostre posizioni, ci porta a barricarci dietro alle nostre convinzioni e rendendoci impenetrabili dai portatori di idee diverse dalle nostre. 

E forse anche i social ci stanno abituando a questo, mostrandoci “feed” e “wall” che parlano di ciò che ci piace, che ci ripropongono opinioni più simili alle nostre. Una sorta di algoritmo dell’autocompiacimento. Un algoritmo che ci strizza costantemente l’occhio e ci fa credere che abbiamo ragione solo noi.

«Sinceramente penso che la dad abbia portato a una mancanza di aspirazione in molti adolescenti. La maggior parte di noi adesso non sa più neanche dove girarsi, a che cosa aspirare. Sono cambiate troppe cose in un lasso di tempo troppo piccolo e non ci hanno permesso di gestirla in modo giusto»

Colgo quanto sia difficile per la ragazza che parla di aspirazioni avere il tempo necessario per riposizionarsi nel mondo alla luce dei cambiamenti.

Non è per niente banale questo passaggio che mi stimola un pensiero.

Ci vorrebbe per ciascuno/a di noi un tempo “cuscinetto” che ci aiuti a riposizionarci in questo mondo cambiato così rapidamente.

Un tempo sospeso che aiuti ad interiorizzare i cambiamenti e i nuovi orizzonti ai quali tendere.

Mi chiedo quanto sia stato difficile per loro aver avuto questi cambi di scenario così rapidi, nel momento della vita in cui si costruiscono le proprie convinzioni, quando si consolidano i tratti della propria personalità e soggettività.

Quanto questo spostamento delle zolle tettoniche della società e del modo di starci dentro sia stato avvertito da loro come un terremoto continuo e quotidiane scosse di assestamento.

Intensa questa prima parte!


«E la guerra? Come state vivendo questi giorni?»

Non mi hanno parlato di pace nel mondo, non so neanche se ci abbiano mai creduto alla pace nel mondo, so però, da quello che mi dicono e da come me lo dicono, che queste ragazze e questi ragazzi hanno ascoltato tutto e visto tutto del dibattito in corso, ne conoscono terminologie e distinguo, sanno esattamente quali sono i temi e le contraddizioni, nostrane e globali, discussi sui tanti tavoli politici aperti in queste settimane.

E anche loro stanno elaborando la loro prospettiva.

«La prima mattina che è arrivata la notizia, io ero con le mie amiche dopo una serata di festa. Abbiamo avuto subito la sensazione che stesse succedendo qualcosa di grande».

«Molto spesso, quando parlo con degli adulti è come se chiedessero risposte a noi, ci offrono informazioni e ci chiedono, non tanto cosa ne pensiamo, ma direttamente come pensiamo si possa risolvere la questione che ci pongono. Ma io so solo che ancora non abbiamo la visione completa delle cose… Non so abbastanza cose».

«Questa solidarietà che vedo nei confronti dell’Ucraina mi fa pensare a quanta ipocrisia ci sia nel mondo e qui da noi. Se penso a tutte le guerre che ci sono o ci sono state, mi viene un po ‘ da pensare. Siamo passati da “lasciamoli morire in mare” a “venite vi accogliamo a braccia aperte, vi daremo vitto, alloggio e un lavoro” per me è pura ipocrisia».

«Il lasciapassare solo per i profughi bianchi: l’ho letto e ho perso fiducia nel genere umano».

«Siamo tra i primi fornitori di armi e forse ci fa comodo combattere laggiù, nei luoghi delle guerre dimenticate».

«Non sono d’accordo».

«Tutti gli anni milioni di persone muoiono di fame, i valori dell’Europa di qua e i valori di là e poi spendi miliardi per armi, sì a scopo difensivo, ma prima o poi, le usi queste armi»

«la narrazione tra il male assoluto e il bene assoluto, non mi convince. La guerra è brutta, però penso sia sbagliato ritenere che gli unici che sbagliano siano i russi.

Nato e USA hanno responsabilità nell’escalation. La guerra è sbagliata, ma bisogna contemplare anche il punto di vista di uno Stato che ti ritiene ostile».

Anche su questo tema le voci si accavallano, ognuno ha qualcosa da dire, un’opinione o una perplessità da esternare e il brusio suona più o meno così:

«russi? non diciamo russi, anche loro stanno protestando contro la guerra. Putin ha il  consenso. Ha il consenso sennò ti fa fuori! Dopo la rivolta del 2014 contro il governo filorusso e poi i bombardamenti nel Donbass. È propaganda! C’è propaganda da entrambe le parti e la verità va ricercata nel mezzo! Siamo entrati nella loro sfera di influenza e mettere delle basi Nato ai confini della russia non è stata presa bene.

Il grosso problema è l’energia. Quali livelli di default del rublo può permettersi?

Diamo aiuto agli ucraini, gli mandiamo le armi poi compriamo ogni giorno mezzo miliardo di gas, risorse che poi useranno per alimentare il conflitto!

Sarà una guerra di logoramento, han voglia di dire!»

Questo tema apre un’altra questione che per gli adolescenti di oggi credo sia fondamentale, ed è quella delle fonti di informazione, delle fake news, post-verità.

Anche su questo tema hanno molto da dire e a tratti sono taglienti.

Dopotutto anche questo tema, ovvero: come costruisco le mie conoscenza e le mie opinioni? Ha molto a che fare con i due macrotemi posti prima, ovvero la polarizzazione delle opinioni da una parte e il ricollocarsi nel mondo dopo cambiamenti così rapidi.

«Ho sfiducia verso l’informazione, fatico a distinguere la verità oggi».

«Il modo diverso in cui vengono raccontate le notizie, spesso le stesse notizie, mi porta a volte ad avere la sensazione che si voglia coltivare la paura generalizzata e su questo sentimento poi costruire odio e poi conflitto… e poi non sapere da che parte vuoi stare»

«Io sono arrivata a ricevere direttamente su whatsapp fake news sulla guerra.

E so distinguerle, ma fino ad un certo punto, a volte mi sento in un deserto sconfinato di informazioni».

«Alle medie avevo un compagno un po’ così… diciamo un po’ fascista, durante la giornata della memoria è saltato su con un “eh sì, ma le foibe?”… Io non sopporto più il fatto che si sia incapaci di distinguere gli argomenti, i contesti e soprattutto non credo che concentrare l’attenzione su un argomento, ritenerlo una priorità in un dato momento, voglia dire che le altre questioni non lo siano. O si fanno i telegiornali da 24 ore per trattare tutti gli argomenti alla pari, oppure bisogna fare delle scelte».

«La guerra è brutta e fa paura e si devono accettare anche le immagini brutte che veicola la guerra. La guerra è questo, è disumana»

Eh sì, la guerra è disumana ed ingiusta ragazze mie e ragazzi miei e fate bene a incazzarvi da morire se si fanno distinguo tra essere umani.

E sapete a quale riflessione sono arrivati, autonomamente e con mio sommo stupore? Io che avevo la convinzione che certe categorie del pensiero appartenessero a un linguaggio novecentesco, a una visione del mondo che non pensavo avessero avuto modo di elaborare questi adolescenti, dei quali sento parlare, ma che non ascolto mai.

Signore e signori ecco a voi il capitalismo e l’anticapitalismo:

«Ha senso arrabbiarsi sugli immigrati di serie a e serie b, o che non abbiamo calcolato le altre guerre come stiamo affrontando questa, ma è innegabile che sia una guerra che economicamente ci tocca di più».

«Perchè dobbiamo sempre guardare le cose solo dal punto di vista economico? Siamo umani!»

«si chiama capitalismo, funziona così»

«Non possiamo solo giustificare il punto di vista dicendo “eh ragazzi è il capitalismo”»

«Eh allora non andare in giro con le Air Jordan! Andiamo in giro in pantofole!»

«Ma che c’entra? Allora tutto è capitalismo oggi! Non possiamo solo rispondere che funziona così»

«allora tutto è capitalismo, ma non si può lasciare morire in mare la gente»

«é ingiusto, ma conveniente»

«allora non vi sembra che si debba provare a cambiare le cose?»

«Io nel mio piccolo ci provo a contrastare un certo modello di consumismo e sviluppo economico, provando a limitare il mio impatto sul mondo. Compro locale, provo a non comprare fast fashion, cerco di avere approccio critico nei consumi e nelle mie scelte».


Ultimo tema ragazzi e ragazze e poi ci salutiamo che so che avete un sacco di impegni.

Futuro? Cosa significa per voi questa parola? Cosa vedete nel futuro?

«io futuro? Calma, mi basterebbe arrivare alla primavera aggiustando la caviglia per riprendere lo sport, ma sul resto università etc… sto affrontando tutto senza certezze ma provando a fare cose, corsi opzionali in vista dell’università, TOLC-E etc»

«paura, ansia, pessimismo(ride ironicamente)..sono ancora piccola e ho tempo per pensarci, Sono aperta a tutte le possibilità che la vita mi offre, non pensando me ne offrirà molte quindi tengo basse le aspettative… ma vorrei avere un reddito personale e l’ipotesi di essere felice non mi dispiacerebbe».

«Per il momento, vorrei capire cosa definisco io come futuro. non è scontato. capire quello e dare un senso a quello che diventerà il presente».

«Nella mia vita vorrei fare l’artista, non mi interessa di essere ricca, non vorrei rimanere in Italia, vorrei essere libera da tutto, dalle regole di una società limitata, vorrei poter cambiare se mi va e vivere con amore e bellezza».

«io sono il contrario di lei,  non voglio andare all’estero, mi piace stare in Italia.

c’è incertezza, ma ci si va dietro piano piano. Farò qualche test, ci ragionerò con genitori e amici. L’importante è impegnarsi adesso sugli obiettivi di breve termine».

«Il futuro non è certo e possono succedere tante cose in poco tempo

non riesco a pensare a una me dell’anno prossimo. Vorrei stare tranquilla più che essere felice. Non voglio più accendere la tv e vedere che c’è gente che si spara. Vorrei essere una persona decente»

«Io come giovane sono ansiosa perchè le strade sono infinite, ma non so quale sarà la categoria più gettonata nel futuro.. ma so che la stabilità economica è la cosa più importante. Vorrei lavorare nel mondo della musica».

«Futuro? So che devo studiare tanto! Voglio lavorare in un’azienda grande, che operi a livello globale sulla ricerca nel settori dell’aeronautica, oppure in realtà che lavorano sullo sviluppo energetico. Per esempio c’è un’azienda finlandese che mi interessa molto, Wärtsilä, che opera nella generazione di energia per uso marino e centrali elettriche. Realtà che se interpretate non nella solita ottica del guadagno, potrebbero dare una svolta al modello di sviluppo».

A proposito vi è piaciuto il tè? Il tè marocchino nella sua versione invernale non è fatto con l’aggiunta di  menta, ma d’inverno si prediligono erbe che riscaldano, come ad esempio l’Artemisia absinthum, erba dalla quale si produce anche il distillato d’assenzio, ma in marocco viene usata per le sua proprietà riscaldanti appunto e il suo sapore amarognolo è equilibrato grazie a grandi quantità di zucchero.

I ragazzi raccolgono le loro cose e se ne vanno, io rimango ancora un po’ alla panchina dell’incontro, questo luogo che la città ha voluto dedicare a un sindaco Fabrizio Matteucci che certamente i giovani li vedeva e li ascoltava.

 Mi sento travolta dalla nostra ora e mezza insieme e mentre li vedo andare via, zaini in spalla, mi chiedo ancora:

«Come state? Cosa posso fare per voi?»

Non so se ho capito come stanno, sicuramente ho capito che hanno una grande voglia di confrontarsi tra loro e come dice Galimberti, di essere chiamati per nome.