«Finisco iniziativa, riunione, intervista e arrivo»
«Sì! Ti aspetto!»

Questo Tedame prima della chiusura di questa campagna elettorale per le amministrative di Ravenna non potevo non dedicarlo a Michele, il candidato sindaco, il Sindaco.
Grazie a questa campagna elettorale ho dato il via a questo progetto di incontri e racconti di persone della città, che è andato al di sopra delle mie aspettative ed è diventato serbatoio di energie e motivazione per tutta la campagna.

Tutte le storie che ho raccolto in questi mesi, la straordinarietà che si cela dietro all’apparente ordinario, la comunanza di valori ed esperienze che ho ritrovato ad ogni incontro, volevo idealmente trasferirle a chi guida la città, ovvero Michele de Pascale.
In realtà volevo che anche lui si sedesse su quella sedia nel mio cortiletto in Borgo San Biagio, per bere un sorso di Tè e raccontarsi, fuori contesto, dandomi la possibilità di trasferire, questa volta io a chi legge, angolature inedite della storia di un giovane uomo che oggi è sindaco di una città bella, complessa, sui generis coma Ravenna e che ha già alle spalle un cammino denso di vita, non solo politica.

Sono passati alcuni giorni dal TEDAME con Michele, ma proprio questa sera decido di sedermi al computer e scrivere del nostro incontro, perchè sono particolarmente ispirata e perchè proprio oggi lui, giovane sindaco d’Italia, il nostro sindaco, ha rappresentato la sua comunità all’inaugurazione dell’OMC e ha difeso dal podio dal quale ha parlato, davanti ai vertici del settore energetico mondiale, ai ministri di vari paesi tra cui l’Egitto, un ragazzo, poco più giovane di lui, Patrick Zaky, che da febbraio 2020, è stato privato della sua libertà e della sua voce.

Lui è stato solido come un monolite, integro come solo un uomo di ideali e passione può essere.

Non può passare uno spillo attraverso il manto di sicurezza e integrità che si deve indossare quando si devono afferrare “certi microfoni” e parlare. Le esitazioni sono concesse solo se sono parte dell’emozione che ti da ancora più forza per finire la frase.
E così è stato.

In questo TEDAME con Michele ho provato a ricostruire parte di quello che c’è prima di quel podio e cosa lo ha portato integro, nella forma e nell’ideale, ad afferrare quel microfono, così come tanti altri e farlo con quella solidità che non lascia passare uno spillo e allo stesso tempo accogliendo le emozioni che ti fanno ingoiare i “magoni” e fare un altro passo in avanti.

Michele arriva zaino in spalla dopo riunioni, visite sui territori e interviste.
La campagna elettorale per chi è sindaco in carica è una prova fisica oltre che mentale e il mio TEDAME, programmato da settimane, arriva alla fine di una lunga giornata e diventa spazio di ristoro e calma.

«La mia coscienza politica è maturata negli anni liceali, incontrando la filosofia nel mio percorso di studi e iniziando a vivere i primi momenti di attivismo politico giovanile e studentesco»

Sono i primi anni duemila e anche io, che ho pochi mesi in meno di Michele, colloco lì l’inizio della passione per la politica e l’interesse per ciò che stava succedendo intorno a noi… e come non esserlo?
In piena adolescenza, Michele, io e tutta la nostra generazione, è passata dal ‘900 al nuovo millennio, dal millennium bug, la mucca pazza, l’elezione di W. Bush, la seconda Intifada, Genova, il G8, Carlo Giuliani, l’11 settembre, la guerra in Afghanistan, l’invasione dell’Iraq, la SARS, l’introduzione dell’euro, l’attacco di Atocha, l’allargamento a est dell’UE, pappagalli verdi di Gino Strada e potrei continuare con tanti altri passaggi sui quali noi, adolescenti di allora, giovani attivisti politici o “attivati per forza di cose” abbiamo costruito la nostra coscienza politica, sempre guardati un po’ dall’alto verso il basso da chi aveva vissuto altre “grandi stagioni”, ma col senno di poi anche noi abbiamo dovuto processare un bel po’ di cose e di cambiamenti epocali, attraversando le nostre “grandi stagioni”.

«In famiglia la politica era un oggetto da maneggiare con cautela, viste le divergenti vedute tra mio padre uomo cattolico del sud,orientato a centrodestra e la famiglia di mia madre, saldamente a sinistra»

Diciamo che il dibattito familiare Michele lo supera da sinistra, mettendo la freccia e clacsonando, candidandosi direttamente in Consiglio Comunale a Cervia appena 19enne e dichiarando così il suo posizionamento a sinistra.

«Mio padre non mi parlò per tre mesi, prese malissimo la mia candidatura e non andò a votare quella volta».

L’arrabbiatura si attenua grazie all’ironia:

«Capì che non era più così arrabbiato quando mi disse: vabbè meglio di sinistra che milanista!»

Dopo un anno Michele perde il suo papà e nel guardarsi indietro legge gli anni insieme a lui come fondanti, essenziali per radicare nel suo sé profondo valori che sono per lui identitari, viscerali e guida nell’oggi:

«Mio padre mi ha iniziato a film come Amistad e Blues Brothers, al genere gospel e alla storia delle migrazioni della mia stessa famiglia che passò per Ellis Island e che nell’Oceano che separa l’Europa e gli Stati Uniti perse il mio bisnonno, morto in mare durante la traversata».

«Se mio padre vedesse cosa è oggi la destra italiana, impregnata di razzismo e xenofobia credo che faticherebbe a riconoscersi, lui che fondava la sua idea nel liberalismo e in un impianto di valori che erano allora trasversali, a partire dall’antirazzismo».

Ma del dibattito politico familiare, plurale e contrapposto nelle visioni, Michele ha interiorizzato l’apertura verso la dialettica politica, terreno di crescita comune se praticato con rispetto reciproco e ascolto delle ragioni di tutte le parti.

Un altro pilastro della sua esistenza e della sua formazione, come uomo innanzitutto, è il nonno Paolo, Paolino, che è venuto a mancare poche settimane fa e al quale ha dedicato queste parole:

Ciao Paolino,

per me sei stato un nonno, un secondo padre, un amico ma soprattutto un modello a cui ho cercato di ispirare tutta la mia vita.

Hai vissuto una vita intensa e invidiabile, sei nato in giorni bui, hai fatto il bambino fra le bombe, sei stato coraggioso e visionario, un lavoratore instancabile e un imprenditore capace, un marito, padre, nonno e bisnonno senza eguali. Ho pianto sulla tua spalla nei giorni più tristi e condiviso con te le gioie più grandi della mia vita, mi hai sempre consigliato, sostenuto e incoraggiato.

I tuoi valori, il tuo ottimismo incrollabile, la tua allegria travolgente e il tuo amore infinito li porterò sempre con me.

Michele

«Mio nonno è una colonna portante per me e la mia famiglia, saldo ai suoi valori, è stato un uomo che ha sempre vissuto il suo tempo, in ogni fase della sua vita ha saputo adattarsi al mondo che cambiava velocemente intorno a lui, non si è mai lasciato superare dai tempi, ha sempre vissuto immerso nella contemporaneità»

Suo nonno è anche colui che ha venduto “la terra per comprare della sabbia” negli anni che precedono il boom di sviluppo turistico a Cervia, nell’incredulità e scetticismo dei suoi vicini e amici di allora. Originario di Pisignano, falegname, nipote di uno zio fabbro che nella Resistenza nascondeva le armi per i partigiani e nipote di un nonno caduto nella prima guerra mondiale, che oggi riposa nel sacrario militare di Redipuglia.
Quella sabbia comprata cedendo terreno agricolo fu una delle intuizioni geniali che nonno Paolo ebbe e che lo portò a iniziare la sua vita da gestore di un bagno al mare, bagno che porta il nome della mamma di Michele, il Bagno Marilena.
Da questo pezzo di vita Michele prende la passione per la spiaggia, la riviera romagnola e la voglia, anni dopo, all’età di 16 anni, di iniziare a lavorare stagionalmente al mare.

«Ero bagnino in spiaggia e ho lavorato tutte le estati fino agli anni dell’università. Amavo la ritualità che c’è dietro alla pulizia e riordino della spiaggia.

Quell’orario che va dalle sette alle otto di sera, nel quale si chiudono gli ombrelloni, si riordinano i lettini e si ridà calma e pace alla spiaggia dopo il caos della giornata balneare popolata di famiglie, bambini, bambine, giovani e meno giovani. Ancora oggi, quando ho anche solo un’ora di tempo libero sento la necessità di andare in spiaggia, respirare il mare e ritrovare un po’ di pace mentale tornando a quei giorni».
L’altro nonno è Mario, originario di Castel San Giorgio nel salernitano, uomo della pubblica amministrazione, segretario generale di tanti Comuni dai quali passa risalendo l’Italia e arrivando in Emilia Romagna dopo Umbria, Marche e Toscana.
In entrambi questi uomini si scorgono tratti, temperamenti e fili rossi che portano Michele fino al qui e ora, con alle spalle bagagli valoriali ed identitari che sono base e punto di partenza di tutto quello che sarà nel futuro di Michele.

Un altro sorso di Tè.

Michele non aveva in previsione, 6 anni fa, di candidarsi a sindaco di Ravenna e questo è un punto di partenza che vuole sottolineare lui stesso, perché in questo passaggio ripercorriamo uno dei lutti più dolorosi che abbiamo condiviso, ovvero la perdita di Enrico Liverani, candidato sindaco di Ravenna, con il quale avevamo lavorato negli 8 mesi precedenti la sua scomparsa, alla costruzione del programma di mandato e ad allargare la partecipazione di cittadine e cittadini al percorso partecipativo che si avviò quell’anno.
Michele era allora segretario provinciale del Partito Democratico e svolgeva un ruolo simile a quello di un allenatore: ricerca e selezione dei giocatori e giocatrici, motivatore, tessitore di equilibri politici.

Il passo in avanti che fece Michele nel 2016, fu uno di quelli che ti stravolgono la vita e i piani dal giorno alla notte, in un momento drammatico per la perdita di un giovane uomo, di un amico, di un punto di riferimento per un’intera comunità politica.

«Risposi presente! Lo feci per Enrico, per la comunità politica nella quale milito e soprattutto per la città di Ravenna. Ma nel cuore, oltre al dolore per la perdita di Enrico, avevo la certezza che avrei dovuto studiare incessantemente per arrivare ai livelli di preparazione e conoscenza che, io per primo, pretendevo dai sindaci o sindache che da segretario sostenevo per i territori»

A distanza di 5 anni dalle critiche e dai mugugni sulla sua presunta non conoscenza delle “questioni ravennati” , perché originario di Cervia ,è rimasta poca cosa e chi continua a volerlo colpire sul punto, batte ormai solo sulle sue origini e questo è prova di quanto studio, approfondimento e ascolto abbia impresso nella sua azione di governo del territorio arrivando fino al cuore di tante delle “questioni ravennati”.

Un altro lutto ci ha colpiti e segnati in questi cinque anni, poco prima che scoppiasse la pandemia, ovvero la perdita improvvisa di Fabrizio Matteucci, colui che ha passato a Michele la fascia tricolore e che è stato guida e punto di riferimento non solo per lui nel suo percorso di studio e approfondimento sulla città, ma per molti e molte di noi che giovani, ci affacciavamo alla politica locale.
Ecco, Fabrizio è stato uno di quelli che “le grandi stagioni” della storia e della politica te le raccontava per farne discussione presente, mai per incomprensibili comparazioni con la contemporaneità e su quanto questa sia peggiore dei “tempi che furono”.
Fabrizio, usando le stesse parole che Michele ha usato per suo nonno, è stato fino all’ultimo un uomo del suo tempo, proiettato più “sui tempi che saranno” e non facendo mai mancare il suo contributo perchè fossero in qualche modo migliori o che almeno qualcuno ci provasse.

«Riportare lo sguardo dei ravennati e delle ravennati in direzione del mare è sempre stato un mio pallino. Per me non era solo una battaglia politica ed economica, penso al Porto e allo sblocco di un cantiere che significa per noi occupazione e nuovi posti di lavoro per il futuro, bensì culturale. Non esisterebbe Ravenna senza il suo mare e il suo legame con l’acqua».

E la concretezza della visione possiamo toccarla con mano: nello sviluppo della Darsena, nell’integrazione del piano di studi di giurisprudenza con corsi e master orientati ai temi della portualità e della logistica, al parco marittimo che nascerà sulle nostre coste, per citare solo alcune delle politiche di questi ultimi 5 anni.

Ma come sindaco al primo mandato, la questione di proporzioni epocali, sfidante da tutti i punti di vista, che si è trovato a gestire è stata certamente la pandemia.

«Non sono riuscito mai, ripeto mai, ad arrabbiarmi per gli insulti che ricevevo in quei giorni e sono stati tanti, alcuni anche molto personali e violenti. Ma quando chiudi le scuole, quando annunci, via via, misure sempre più restrittive in un quadro pandemico che si evolve e peggiora giorno dopo giorno devi accogliere la frustrazione, la rabbia, la paura delle persone della tua comunità, soprattutto quando hai un ruolo di guida e di governo»

«Io chiudevo le scuole e ricevevo gli strali delle famiglie che non sapevano più come conciliare vita, lavoro, dad, smart e via dicendo, ma spesso mi ritrovavo nelle loro identiche situazioni con la voglia a volte di insultarmi da solo.
Ricordo numerose riunioni dei tavoli di governo, con Conte che ci annunciava nuovi dpcm da discutere o misure da approfondire con i territori, tenendo sulle ginocchia Gaia o Giacomo perchè Laura era in udienza e tutta la rete di nonni era al lavoro o in regime di isolamento per paura che si contagiassero, oppure perchè a nostra volta in quarantena per una positività a scuola».

Laura. Laura è un altro pilastro di Michele e con lui condivide il peso della gestione del ruolo di sindaco e la difesa strenua del loro spazio privato familiare, spesso invaso da quella parte di lavoro “inorganizzabile e imprevedibile” che è propria del sindaco, ma anche e soprattutto la tutela dell’equilibrio necessario per permettere sia a Michele che a Laura di realizzarsi professionalmente, condividendo appieno la gestione dei bambini e della famiglia.

«Sono orgoglioso dell’esempio che stiamo dando ai nostri due figli, ovvero quello di una famiglia paritaria che condivide ogni aspetto gestionale e organizzativo della famiglia e che permette così l’autodeterminazione di entrambi»

Su questo punto Michele sa che troviamo perfetta assonanza e che anche per me, da poco mamma, la gestione familiare o è paritaria ed equilibrata o non è e proprio oggi che mi sono sentita dire: ti vedrà molto poco tuo figlio in questo periodo intenso tra campagna e lavoro, rivendico ancora più forte l’esigenza di scardinare tutti quei meccanismi subdoli, spesso involontari, di instillazione del senso di colpa nelle donne, che le vuole occupate per la maggior parte del tempo nei lavori di cura e che, in caso contrario, non risultano pienamente rispondenti al modello genitoriale materno tradizionale e quindi giudicabili inadeguate o egoiste.

Come Laura e Michele, anche io ed Emilio lavoriamo in squadra per poter fare ognuno il proprio cammino, gestire tempo di qualità con nostro figlio e ignorare bellamente le aspettative dei benpensanti.

Ma parlavamo di pandemia, giusto? 

Anche se la gestione familiare, la conciliazione, le reti di mutuo aiuto, il benessere dell’infanzia che si trova in mezzo a tutto questo, sono alcune tra le questioni deflagrate in questa pandemia.
Abbiamo ripercorso i mesi più duri della gestione amministrativa in pandemia, mesi in cui abbiamo lavorato insieme a stretto gomito su tutte le questioni e in particolare quelle che riguardavano la tenuta del sistema dei servizi educativi, costruendo provvedimenti comunali ed emendamenti ai dispositivi di legge che discuteva il Parlamento per traghettare nidi e sistema del welfare in zona di sicurezza, scongiurando scenari di impoverimento della copertura di posti di nido sul territorio a causa delle perdite economiche dei gestori e concentrandoci sulla riapertura dei centri estivi prima e delle scuole poi.
Ma questa è cronaca dei fatti ricostruibile attraverso la stampa di quelle settimane, qui invece voglio lasciarvi altri passaggi, meno noti, gli off the records.

«Durante i primi mesi della pandemia, la prima ondata, mio nonno Paolo era sigillato in casa, vista la sua situazione di salute precaria e non vedeva nessuno al di fuori di mia madre che con mascherina e guanti gli portava da mangiare tutti i giorni. In quel periodo mi seguiva nelle tv locali o nei diversi interventi che da sindaco facevo in merito allo sviluppo della pandemia. In uno di questi interventi dissi che stavamo affrontando cose paragonabili a quelle vissute dai nostri nonni durante la guerra».

Dopo questo intervento squilla il telefono di Michele ed è nonno Paolo:

«Stavolta t’è dett una cazèda»
«Io nel 39-40 avevo 5/6 anni e la notte dovevo dormire nascosto sotto il fienile per paura dei rastrellamenti notturni che facevano i nazifascisti. Tuo figlio ha 5 anni e in questo lockdown corre in cortile»

Michele ammette che sì, non era per nulla paragonabile e che, ancora sì, il nonno gli diede l’ennesima lezione, necessaria a riposizionarsi e dare la giusta prospettiva alle cose che stavamo vivendo.
In questa fase della pandemia Michele ha abbandonato il suo lato comprensivo e dialogante, tenendo posizioni nette sulle questioni che stanno animando il dibattito pubblico quotidiano:

«io non capisco cosa porti nel 2021 a non vaccinarsi. Come non si sia ancora consolidato in modo granitico il pensiero secondo il quale è solo grazie alla scienza e allo sviluppo tecnologico che l’essere umano vive di più e meglio».

«E poi trovo grandioso, oltre che confortante, che la comunità scientifica mondiale si sia mobilitata per concentrare il massimo di energie possibili nel contrasto al covid19 trovando in tempi brevi, proprio grazie allo sviluppo tecnologico e allo scambio di saperi e conoscenze, il vaccino che riduce drasticamente contagi e morti.
E non vedo l’ora di vaccinare i miei figli!»

Abbiamo parlato poi di Alessandro del Piero suo idolo, legato a doppio filo con la memoria di suo papà e di Barack Obama, leader politico che affascina entrambi e di cui Michele spesso rilegge il discorso “the audacity of hope” che Obama tenne nel 2004 alla Convention del Partito Democratico americano e che lanciò non solo Obama verso la presidenza, ma fece soffiare un vento di cambiamento che arrivò fino alle nostre latitudini e ci fece assaporare anche a noi l’audacia e la speranza.

Sicuramente Michele ha respirato a pieni polmoni quel sogno e ne ha fatto ossigeno e humus per il cammino che sta costruendo con tutte e tutti noi.
Obama in quel discorso scolpisce due immagini potentissime che mi hanno dato i brividi e che mi hanno confermato “le cose che abbiamo in comune” io e Michele:

una fede nei sogni semplici e un’insistenza sui piccoli miracoli.

“Questo è il vero genio dell’America:una fede nei sogni semplici, un’insistenza sui piccoli miracoli:
– Che possiamo rimboccare le coperte ai nostri bambini e sapere che sono nutriti, vestiti e al sicuro.
– Che possiamo dire quello che pensiamo, scrivere quello che pensiamo, senza sentire bussare alla porta.
– Che possiamo avere un’idea e avviare la nostra attività senza pagare una tangente.
– Che possiamo partecipare al processo politico senza timore di ritorsioni e che almeno i nostri voti verranno conteggiati, la maggior parte delle volte.

Quest’anno, in queste elezioni, siamo chiamati a riaffermare i nostri valori e i nostri impegni, a difenderli contro una dura realtà e misurandoci con l’eredità dei nostri antenati e facendo una promessa alle generazioni future.”

Obama-2004-Democratic National Convention

Anche noi siamo chiamati a riaffermare i nostri valori e i nostri impegni durante questa campagna elettorale e tu, Michele, lo hai fatto spronandomi, ancora una volta, verso una Ravenna nella quale “SI PUÒ”!

In bocca al lupo a noi Michele e grazie, è stato un onore per me lavorare al tuo fianco in questi anni.