“Benvenuto Oliviero. Sarei lieta se avesse la gentilezza di venire da me a prendere un thè”

Grazia è una di quelle creature che ti rimangono impresse per forza di cose, Grazia è allo stato puro, sempre. Si manifesta nella sua sensibilità, nella sua gentilezza. Grazia è una storia tosta da raccontare, perché in lei la gentilezza si abbina a un percorso di vita da cui la maggioranza delle persone probabilmente ne sarebbe uscita con scudi e spade tratte, pronte all’uso, per difendersi.
In lei ho scorto invece quella umanità che depone le armi e accoglie la vita così come viene, impegnandosi a difendere i suoi luoghi dell’anima, molto più delle cose o degli spazi.
Una territorialità interna, solida e per questo pura.
Grazia è una nuova ravennate, una cittadina di questa città per scelta e perché qui, pei lei, è innanzitutto un luogo dell’anima.
Grazia arriva per il tè portando in dono una pianta, ovviamente, e un libretto di racconti tra i quali c’è anche il suo, recentemente premiato.

Ma proviamo a ricomporre i pezzi.

Tutte le persone che ho incontrato durante i TEDAME mi hanno chiesto perchè le abbia invitate, se ci fosse o meno un motivo particolare.
La risposta è che c’è sempre un motivo particolare, ma non un pattern. Alcune sono storie che sono rimaste impresse nella mia memoria, altre sono storie che non conoscevo per niente e che avevo voglia di ascoltare o ancora, come nel caso di Grazia, storie delle quali conoscevo solo un aneddoto, un frammento e volevo ricomporle per farne riflessione condivisa.
Da ognuna di queste storie stanno emergendo “le cose che abbiamo in comune” e spero che anche chi vorrà leggerle potrà ritrovarsi, avvicinarsi e comprendere il senso della condivisione dei vissuti per capire quanto ciascuna e ciascuno sia importante per costruire comunità più accoglienti e giuste.
Ecco, di Grazia sapevo qualcosa, ma non abbastanza, intuivo però che nel suo percorso di vita ci fossero punti che se avesse voluto condividere con me, sarebbero stati la base per ragionamenti e approcci utili a tanti e tante, da me per prima.

«Sono EMOTIVAMENTE INCONTINENTE».

Questa è la prima cosa che mi dice, ovvero che a stento riusciva a trattenere la commozione perchè non credeva che la sua storia potesse essere interessante per qualcuno.
Credo che già questo necessiti di una riflessione condivisa ovvero che nessuna, nessuno, dovrebbe pensare di non essere importante, le strutture sociali devono mandarci messaggi contrari a questo: i luoghi di lavoro, i luoghi dell’educazione, della socialità, le città, devono essere luoghi dove le persone si sentano importanti, no? Prima di tutto il resto.


Grazia è di Sesto San Giovanni, “la Stalingrado d’Italia”, città delle fabbriche e delle tute blu, dell’industrializzazione massiccia, dell’acciaieria Falck.
Leggo nei vari articoli che sfoglio online sulla “Stalingrado d’Italia”, che un terzo della superficie della città è occupata da quel che resta degli impianti dell’acciaieria Falck e degli altri impianti in disuso. 5000 operai vi lavoravano negli anni cinquanta, per poi scendere a 3000 negli anni settanta con la crisi siderurgica.
E nel leggere di Sesto colgo quanto anche questa città “abbia in comune” con la nostra Ravenna sulla sua tradizione industriale, operaia, la sua medaglia d’oro alla Resistenza, un patrimonio di archeologia industriale da riconvertire, un dibattito cocente sulla costruzione della Moschea e questi sono solo alcuni dei punti che scorgo.
Il 2017 ha consegnato la città alla destra e per citare il buon vecchio Calcutta “Police in helicopter su Sesto San Giovanni”. Turururu

«Ho lasciato Sesto l’anno in cui ha vinto la destra. Quando sono tornata per andare a trovare la mia cara zia 86enne ho ritrovato una città cambiata. La “balera” dell’Anpi a Villa Zorn chiusa perchè non sono state confermate dal Comune le convenzioni. E tanto altro non mi ha fatto sentire più quel luogo come casa»

La sua attività principale a Sesto era il teatro, che ha praticato per 10 anni, sul palco, con la sua compagnia, ma soprattutto con i bambini e i giovani nelle scuole e nei laboratori civici.
Questo capitolo della sua vita si chiude quando sente che non è più il suo posto e che vuole ritrovare il contatto con la terra e la natura che la richiama a sé prepotentemente.
Impacchetta tutto e comincia un periodo altamente mobile della sua vita facendo la woofer.
Non sapevo esattamente cosa volesse dire, ne avevo sentito parlare, ma Grazia mi spiega meglio. Innanzitutto è un movimento mondiale e l’acronimo sta per: world wide opportunities on organic farms.

È un movimento che mette in contatto volontari da tutto il mondo e fattorie biologiche dove chi aderisce offre il proprio aiuto temporaneo in cambio di vitto, alloggio e tutoraggio nel lavoro agricolo. Dal sito apprendo che le fattorie in Italia aderenti a questo progetto sono ben 850.
Insomma Grazia parte e lascia Sesto alla volta del Lazio, dell’Umbria, della Toscana. Tante tappe, conoscenze con persone da tutto il mondo; qui ha imparato i segreti della terra e della sua cura.
Dopo questo periodo itinerante tenta di stabilizzarsi in provincia di Forlì-Cesena vicino a Sogliano, ma la vita solitaria è onerosa e decide suo malgrado di rientrare a Sesto per rimettere insieme le forze, le idee e qualche soldo in più.
Arrivata qui vuole consolidare quanto imparato nel periodo da Woofer e si iscrive alla scuola Agraria del Parco di Monza dove scopre e integra alle sue conoscenze anche l’Ortoterapia.

Natura e giardinaggio come strumenti per la riabilitazione e l’inclusione di persone con bisogni complessi e fragilità.
Periodo tosto questo che la vede impegnata in tre lavori per contribuire alle spese familiari.
Famiglia per Grazia è un luogo ben preciso nell’anima, anzi un volto, ovvero quello di suo padre che ha perso a soli 15 anni, all’improvviso.

«Mio papà è colui che più di tutti mi ha dato amore. Lui ci leggeva le poesie di Pascoli piangendo. Parlava poco e solo quando aveva qualcosa da dire. Giocavamo tanto insieme. Perderlo ha significato per me un vuoto d’amore incolmabile».

In questo tanto vagare in cerca di un cammino definitivo per Grazia, nel 2015 arriva la linea di demarcazione che segna un prima e un dopo nella sua esistenza.
Visita medica, apre il foglio con l’esito e legge “maligno”. Un tumore al seno piomba nella sua vita come un ordigno bellico che deflagra senza preavviso alcuno.

«Ho vissuto i 3 giorni seguenti immobilizzata dalla paura. Il quarto giorno mi sono rimessa in moto dicendomi che dovevo affrontare questo male, almeno tentare di sconfiggerlo»

«La chemio è tosta. ti debilita lentamente e inesorabilmente. Ad un certo punto, per rendermi conto, ho dovuto cronometrare quanto ci mettessi per vestirmi la mattina: 45 minuti per infilarmi i vestiti. Lentezza e spossatezza continue. Continuavo a lavorare mentre ero in chemio e avevo imparato a centellinare le energie, quindi la mattina facevo le pulizie poi riposavo. Il pomeriggio facevo la dogsitter e non appena rientrata riposavo. La sera in piadineria e poi crollavo definitivamente»

Che fatica ingiusta, penso.
E a proposito dell’importanza della persone Grazia mi fa una domanda delle sue, quelle che scoperchiano :

«quanto valore hanno le persone che vivono quella fatica, quella lentezza e spossatezza come condizione esistenziale perenne?»

Viviamo in un paese che certamente permette cure gratuite, agevolazioni, indennità, ma i dati che leggo sulla vulnerabilità economica, psicologica, deve vedere attive istituzioni che facciano da rete alle persone che si trovano sole o senza sostegno, in questi momenti tragici nella vita di un essere umano. Territorialità, domiciliarità, rete di mutuo aiuto nei quartieri per combattere insieme uno dei primi fattori di rischio che è la solitudine.
Io penso che la solitudine non sia un fatto privato, no, la solitudine ha una dimensione pubblica, sociale e quindi politica. 
Pensare le politiche sociali oggi vuol dire pensare agli strumenti con cui si contrastano la solitudine, l’isolamento sociale, la perdita dell’autosufficienza, la rarefazione delle reti familiari, le diverse forme di povertà e marginalità.
Grazia mi conferma, entrando sempre di più nel suo vissuto, la portata e potenzialità politica e collettiva di un racconto personale.

«Negli anni ho elaborato tanti aspetti di quello che ho vissuto lottando contro il cancro e tra questi ho ragionato tanto sulla parte del corpo in cui questo male mi ha colpita.

Il seno, la parte del corpo che protegge il cuore, che sprigiona emotività e che nutre.
Dovevo lasciare andare papà e cercare il mio posto felice, sono giunta a questa conclusione».

«dove vuoi vivere per essere felice?» si chiede Grazia e la risposta arriva dopo un week-end a Punta Marina, altro luogo dell’anima dove ha trascorso molte estati con la sua famiglia.

Qui ha ritrovato lo stabilimento balneare di quando era bambina:

«Tu sei la figlia del Sam?» le chiede uno storico cliente di quello stabilimento e che la riconosce nonostante gli anni passati.

Grazia ha deciso di tornare a Punta Marina e di fare di quel luogo il punto dal quale rinascere.

«dove vuoi vivere per essere felice?» La risposta è: «qui».

Dal suo arrivo a Punta Marina, Grazia ha fatto tantissime cose, oltre a trovarsi un lavoro sempre nell’ambito del giardinaggio e della cura delle piante: teatro, orto urbano, corsi di scrittura, corsi sulla comunicazione e su come gestire e avviare un podcast.

Scarriolando, Pensieri di terra, ascoltabile su spotify. Ascoltatelo e diffondete!

Se ascoltate la voce di Grazia coglierete le sue tre parole d’ordine che la guidano da sempre: garbo, buona educazione ed etica del linguaggio.
Ci guida tra bulbi, erbacce, il giardino segreto, la terra e il riposo e una volta al mese libri, solo per citare alcuni dei capitoli e temi del suo podcast.
Io sono partita dall’ultimo, pubblicato pochi giorni fa su l’estivazione.

Estivazione: è il fenomeno che rientra in quel complesso di reazioni e di adattamenti, che a molti animali consentono di sottrarsi, attraverso un più o meno profondo torpore delle attività vitali, all’azione sfavorevole delle condizioni ambientali – temperatura, umidità, assenza di cibo, ecc. – legate all’alterna vicenda stagionale. Si verifica presso quelle forme che, per il loro habitat, sono abitualmente esposte a oscillazioni che sorpassano i limiti di resistenza consentiti dalle condizioni di normale attività né possono con la migrazione ricercare nuove zone di esistenza.


Il primo podcast di Grazia è stato pubblicato il 21 marzo, primo giorno di primavera.
Tra i sogni e i progetti di Grazia c’è anche la visione di un luogo, la casa degli artisti,dove le piacerebbe promuovere residenze e potersi occupare di ortoterapia, teatro, scrittura.
Una guerriera come lei potrebbe anche riuscire nell’impresa.
A due condizioni però: «Io per andare avanti ho bisogno di due cose: gentilezza e un po’ di follia».

La frase con cui inizio questo racconto è un passaggio del racconto di Grazia che trovo nel libro che mi lascia in dono: “stagioni di carta”. Un altro dei suoi racconti è stato premiato a Ravenna recentemente nell’ambito del progetto Urban Fabrica e curato da Eraldo Baldini.
Un testo in cui in 30 parole si doveva descrivere “il vuoto”:

“Noi resistenti e fragili come bottiglie di vetro possiamo disintegrarci in mille pezzi o diventare vuoti a rendere per riempirci ancora di altre visioni della vita”.

Anche lei, come Oliviero, è stata invitata da me a prendere un tè, non posso dirvi come finisce per il protagonista del racconto, ma posso invece dire che la storia di Grazia ha aperto in me tante riflessioni, domande, voglia di approfondire la storia di Sesto e i punti in comune con Ravenna.

Quali sono le politiche attive e i budget oggi investiti nel contrasto alle solitudini, di sostegno a chi attraversa momenti di malattia così debilitanti e invalidanti. Come sostenere le persone che affrontano in modo proattivo la vita, come fa Grazia, continuando a investire su sé stesse, attraverso la formazione continua, la creatività, l’associazionismo, la cittadinanza attiva.

Grazia è una nuova ravennate, emotivamente incontinente che ama il jazz e il blues.
Le cose che abbiamo in comune? Tutte queste e tanto altro.