O: «Damigela, ci vediamo stasera, ti aspetto »
D: «Ti stavo giusto scrivendo per l’indirizzo»
D: «Sono qui!»

Damigela, anzi meglio Prof. Hoxha, oggi ricercatrice senior, ha all’attivo 17 pubblicazioni, docente presso il Campus di Ravenna, Dipartimento di scienze giuridiche, settore disciplinare: Storia del diritto medievale e moderno. Titolare di un modulo nell’ambito dell’insegnamento di Storia del diritto moderno e contemporaneo nel corso di laurea Magistrale di Giurisprudenza, sede di Ravenna e titolare dell’insegnamento di Storia delle codificazioni moderne nel corso di laurea triennale in Giurista d’impresa, sede di Ravenna.

Potrei quasi chiudere qui il racconto, alla sola lettura del curriculum vitae e della produzione accademica che ha segnato il percorso di Damigela, ma come ci siamo dette durante questo TEDAME:

ABBIAMO BISOGNO DI CAMBIARE IL REGISTRO DI NARRAZIONE, o meglio, raccontare delle cittadine e cittadini con background migratorio che lavorano, studiano nella mia città, Ravenna, o in questo Paese. Rendere noti i vissuti, le identità plurali che si portano dietro ad ogni tappa della propria vita ed essere esempio per i tanti bambini e bambine con vissuti simili cha hanno bisogno di modelli positivi, emancipati dagli stereotipi che annientano aspirazioni e costruzioni positive di sé.

D: «da dove partiamo?»
O: «da un luogo?»
D: «Scegliere un luogo per me è faticoso perché ogni luogo ha significato una “rinascita” e una nuova “casa”»

Tirana, Feltre, Bologna, Ravenna sono tutte città che tracciano una mappa emotiva, culturale e professionale per Damigela, sulla quale ha posato la realizzazione di sé e l’elaborazione di quanto ha vissuto nella tappe, alcune dolorose, della sua esistenza.

1994-1997-2001 sono tre anni importanti per la famiglia di Damigela, il ‘94 è l’anno in cui il padre di Damigela, genetista zootecnico, parte per l’Italia per un dottorato di ricerca presso l’Università di Bologna; il ‘97 coincide con il ritorno del padre in Albania e lo scoppio del conflitto civile albanese noto come “anarchia albanese” e il 2001, anno di arrivo di Damigela e il resto della sua famiglia in Italia, anche per loro storie di “ordinari” ricongiungimenti familiari.
Ma torniamo al 97, gli anni che Damigela descrive come gli “anni della guerra”, che non vedono per strada eserciti di schieramenti opposti, ma scene di guerriglia urbana tra cittadini, bande e una scia di sangue che mieterà migliaia di vittime.

Siamo nel gennaio del 97 quando le piramidi finanziarie in Albania, nelle quali due terzi della popolazione investono risparmi e rimesse, deflagrano facendo perdere a milioni di famiglie tutti i loro risparmi. 
In Albania divampa quindi la protesta che si sviluppa in tutto il Paese, le armerie vengono saccheggiate da comuni cittadine e bande criminali, che nel giro di poco inondano le strade di armi e violenza.

L’osservatorio su tutto ciò che mi restituisce Damigela, sono i ricordi di una bambina, all’epoca 10 anni.
Fino a quel momento Damigela vive in un contesto di amore, di famiglia allargata con nonna e bisnonna, con due genitori che grazie al lavoro, nell’ambito della pubblica amministrazione la madre, genetista zootecnico il padre, non hanno preoccupazioni di natura economica.
La guerra stravolge tutto e tutti: il padre fugge a Durazzo per non rappresentare una minaccia per la sua famiglia, essendo lui possibile bersaglio, come tutti gli uomini, di bande armate e criminali, lasciando figlie, moglie, nonna e bisnonna nella capitale Tirana.

L’immagine, tra le più forti, che mi lascia Damigela è quella di sua madre che, nell’intento di proteggere la sua famiglia, presidia la casa, spalle alla porta imbracciando un Kalashnikov e ascoltando dal citofono possibili rumori o passi.
Un altro ricordo di Damigela è il grembiule colmo di caramelle della bisnonna e la trovata che aveva ideato per tenere giù, quanto più possibile vicino al pavimento, la sorella di Damigela, all’epoca 4 anni, che non comprendeva la pericolosità, in alcuni momenti della giornata, nel giocare o correre per casa vista l’eventualità di proiettili vaganti in arrivo dalle strade messe a ferro e fuoco.
«Buttava la sua fede nuziale per terra e chiedeva a me e mia sorella di trovarla così da avere come ricompensa le caramelle che custodiva nel suo grembiule»

L’amore e l’ingegno per preservare l’infanzia e proteggerla dalla violenza e dalla paura.

Tra tutto questo e l’arrivo in Italia di Damigela c’è la fine del conflitto, la partenza del padre per l’Italia e la ricerca della situazione ideale per rispondere ai requisiti del ricongiungimento familiare.
È quindi nel 2001 che Damigela, sorella e mamma raggiungono il papà in un paesino di 2000 anime, Alano di Piave, nella provincia di Belluno.
Questo passaggio mi ricorda la storia di Nawal, uno dei primi TEDAME, che con Damigela ha in comune gli anni dell’arrivo in Italia, la fatica dei padri di rispondere ai requisiti necessari per ricongiungersi con la propria famiglia, ma anche l’inizio della scuola e quella sensazione di essere arrivate in un contesto che costerà fatica, tanta, rendere accogliente e familiare.
14 anni, piena adolescenza, sradicata dal contesto di origine, media eccellente a scuola, questa è Damigela al suo arrivo ad Alano di Piave.
Inizia la prima al liceo scientifico e dopo i primi voti bassi che fatica ad accettare è un momento preciso che segna il percorso liceale di Damigela e le dà la spinta motivazionale necessaria per ripartire:
«interrogazione di scienze della terra, una prof. esigente, ma che comprende che il mio limite non è lo studio, ma la lingua (nessuna mediazione linguistica o culturale era fornita a Damigela in quegli anni a Valdobbiadene) e mi permette di sostenere la prova in lingua inglese. Prendo un bel 10 e da quel momento non sono più scesa sotto il 9, tanta era la soddisfazione e la voglia di provare, a me stessa e alla mia famiglia, che potevo farcela! »

La scelta dell’Università la porta a Udine, dove inizia Giurisprudenza.

A volte guardandosi indietro e rileggendo i contesti nei quali si è cresciute si capisce molto del proprio presente e voltandosi indietro Damigela vede la nonna che ha vissuto con loro in Italia e che di nome fa Libera, una donna sorridente che “ai suoi tempi”, in Albania, si laurea in ingegneria chimica e diventa insegnante, c’è il dottorato di suo padre che sceglie Bologna, che è cresciuto in una scuola italiana in Albania e che sa suonare alla chitarra Gaber, Battisti e de Andrè.

Il percorso accademico la porta a Bologna prima e poi Ravenna, passando per Milano e Udine dove si laurea con una tesi in Storia del Diritto Moderno e Contemporaneo dal titolo “la giustizia criminale in Albania durante l’occupazione fascista. Ricerche archivistiche e storico-giuridiche”, relatore prof. Marco Cavina.
Per la ricerca di tesi vola in Albania, più precisamente presso gli archivi di Stato a cercare parole, immagini e voci che diano altre angolature della questione, lenti che vanno quantomeno ripulite per vedere nitidamente.

Il passo successivo è il bando per un dottorato di ricerca e qui la vita di Damigela prende velocità e ritmo sostenuto, iniziando a contemplare il percorso accademico e nutrire una crescente passione per la Storia del Diritto.
Nel 2017 diventa ricercatrice in Storia del Diritto medievale e moderno per l’Università di Bologna vincendo il concorso e avviando di fatto il percorso che l’ha portata oggi a Ravenna.
La squadra di ricercatori che affianca il prof. Cavina si occupa di ampi campi del diritto e che toccano la storia del patriarcato, la storia dei maltrattamenti nei contesti familiari, gli studi di genere, il fine vita, il diritto tradizionale africano.
Ognuno di questi tocca ambiti fortemente contemporanei e che interrogano società e decisori politici ad ogni livello, a partire da quello locale.

«E ora Damigela su cosa stai lavorando?»
«sul fenomeno della mascolinizzazione della donna nel diritto»
Un vero e proprio travestimento sociale che investe le donne per accedere a diritti o spazi sociali, a partire dal diritto all’accesso all’eredità familiare.
Sono le vergini giurate, burrneshe, in Albania, oppure le masculiate a Napoli nel 700, ovvero le ragazze che non erano state date in moglie entro i 16 anni.
Una ricerca che varrà certamente la pena leggere e divulgare per conoscere le origini e le dinamiche patriarcali.

Questo approccio, “caleidoscopico”, come lo definisce Damigela, è vitale per la pratica dell’insegnamento. Trasferire quante più angolazioni, punti di osservazione, sfumature ai/alle giovani è quanto di più utile si possa dare loro per stimolarli alla ricerca, alla comprensione critica e proattiva del mondo.

«Studentesse e studenti sempre di più stanno comprendendo l’importanza dello sguardo di genere nella Storia e nel Diritto».
Certamente, senza questo sguardo, si perde di vista la metà del mondo.

Sguardi plurali sul mondo, senso di responsabilità e voglia di restituzione alla comunità di accoglienza sono gli elementi che hanno guidato poi Damigela a incastrare in mezzo allo studio, alla ricerca e all’insegnamento, anche la Politica.

Nel 2016 si candida e viene eletta Consigliera Comunale di Feltre, per lei esperienza «fondamentale!», attraverso la quale acquisisce un altro strumento di lettura delle dinamiche complesse dello sviluppo locale e soprattutto comprende quanto le voci di chi ha vissuti che originano nella migrazioni, nell’appartenenza a comunità religiose di minoranza, diversità e identità “complesse” sono fondamentali per costruire Istituzioni che siano realmente rappresentative e democratiche.


Anche Damigela mi porta un dono e insieme a questo anche una promessa.
Sono due pubblicazioni, la prima: il suo dottorato sulla “giustizia criminale napoleonica. A Bologna fra prassi e insegnamento universitario” e la seconda dal titolo: “ le donne e la giustizia, fra medioevo ed età moderna” alla quale ha collaborato e che è a cura del prof. Cavina e del prof. Ribémont. Grazie!
La promessa invece è che mi porterà il tè della montagna, un infuso tipico delle vette albanesi e che non vedo l’ora di assaggiare! 

«E Ravenna?»

«Ravenna è materna
La misura giusta tra Feltre e Bologna, avvolgente.
Quando ti siedi in un bar senti di essere sempre nel posto giusto».
«A Ravenna mi sono ritrovata. È casa, di nuovo»