Federica: «Arrivooooo»
Ouidad: «Sììììì, sono qui»
Federica: «Ho trovato parcheggio in via R., incredibile!»

Io e Federica ci conosciamo dai tempi delle stagioni al Bagno Paradiso a Marina di Ravenna, cameriere da giovanissime, esperienza che ci ha insegnato a stare con le persone, lavorare a ritmi sostenuti e che ci ha ripagato con un po’ di indipendenza economica che da neo-maggiorenni aiuta a dare valore al denaro, permettersi qualche viaggetto e per me ha significato pagarmi gli studi. 

Anche Federica porta un dono ed è una calamita fatta a mano da una donna palestinese che a causa della pandemia ha perso il suo lavoro di insegnante di infanzia e che sbarca il lunario producendo piccoli pezzi di artigianato locale.
Chissà se sa che ora, uno di questi pezzi, ha trovato casa in una città lontana in Italia, su un frigo tra i post-it che mi ricordano cose fondamentalmente inutili.

Preparo anche a Federica il té alla menta, bevanda che anche in Palestina è diffusa insieme alla variante alla salvia.
Il rituale ormai è consolidato, té nero, acqua, menta e zucchero.
Un sorso e iniziano a sgorgare racconti, stati d’animo, ricordi.

Federica vive ormai fuori da Ravenna da qualche anno e questo slancio verso il mondo lo ha maturato e assecondato a partire dagli anni universitari e oggi l’ha portata fino in Palestina dove ormai dal 2019 vive e lavora per il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), in particolare per il Programma PAPP, “Programme of Assistance to the Palestinian People”.

È ricercatrice e progettista, vive a Ramallah e lavora nel quartiere di Sheikh Jarrah.

Sheikh Jarrah è divenuto tristemente noto per gli scontri degli ultimi mesi che vedono ancora una volta famiglie palestinesi destinatarie di avvisi di sfratto, o ancora meglio, una vera e propria “espropriazione forzata”, conseguenza delle azioni legali intraprese dall’organizzazione di coloni Nahalat Shimon sulla proprietà dei terreni sui quali dagli anni ’50 vivono i palestinesi.
I palestinesi a loro volta rivendicano il diritto di “abitare” quelle terre perché sono lì a causa di un altro “forced displacement” ovvero la “Nakba”, la progressiva perdita di territori da parte del popolo palestinese, passati sotto lo Stato d’Israele, come conseguenza dei conflitti che si susseguono dal 1948.

Spulciando su internet scopro che questo quartiere porta un nome che oggi diventa in qualche modo evocativo di una radice resistente e di un territorio che da secoli è conteso e oggetto di conflitti tra mondi e “civiltà”:
Il quartiere deve il suo nome al medico personale di Saladino, condottiero curdo e sultano d’Egitto che ha combattuto le crociate europee nel Levante. 
Il medico si chiamava Hussam al Din, noto come Jarrah, in arabo, “guaritore”.

Federica tutte le mattine prende il bus che UNDP mette a disposizione del proprio personale e attraversa il checkpoint riservato al personale diplomatico e umanitario.

«Da maggio in quartiere si percepisce la tensione» e mi parla di una delle armi che le forze israeliane utilizzano per reprimere le contestazioni e costringere le persone a stare presso le loro abitazioni:
«le strade sono invase da “skunk water” (acqua puzzolente) che ha un odore indescrivibile, insopportabile e che sulla pelle rimane per giorni».

Non conoscevo questo mezzo impiegato dalle forze israeliane e penso che, dopo le vite perse e il più noto utilizzo di proiettili di gomma, gas lacrimogeni, cariche, arrivare a concepire un’arma del genere è fuori dalla mia portata, non lo comprendo proprio.
Una compagnia israeliana, l’Odortec (fonte Al Jazeera) modifica chimicamente la composizione dell’acqua per conferirvi questo odore che causa nausea, irritazioni alla pelle, bruciore agli occhi e all’addome.
Questa skunk water non viene impiegata solo per sedare le proteste e disperdere le folle, ma viene impiegata per “punizioni collettive”, spruzzate sulle case e sui negozi dei quartieri che hanno preso parte alle proteste.

«Quando sono venuta a conoscenza di questo mezzo ho pensato due cose:
1- quale mente diabolica può concepire di modificare chimicamente l’acqua per renderla disgustosa  e nauseabonda utilizzandola contro le persone e le loro case?
2- come fanno queste famiglie a sopportare tutto questo? Questa ennesima umiliazione, disumanizzazione?»

Allora mi parla di Resistenza, quella palestinese però:

«Questo popolo lotta per non essere eliminato, lotta per non essere cancellato, per non essere dimenticato.
Un popolo che non ha mezzi paragonabili alla potenza dello Stato bellico che lo assedia, ma nonostante tutto resiste. Resiste contro le ordinarie e quotidiane ingiustizie e contro l’indifferenza del resto del mondo che ha permesso a uno Stato come Israele di fare quello che fa senza conseguenza alcuna».

I checkpoint sono l’altro punto drammatico, il luogo fisico ed ideale dove si perpetuano quotidiane ingiustizie verso donne e uomini che devono per forza attraversare quei confini odiosi per poter lavorare.

Mi parla di Kalandia, checkpoint che collega la Cisgiordania occidentale e Gerusalemme est, qui le file di persone iniziano a crearsi alle 4.30 del mattino, perché chi lavora non può permettersi che qualcosa vada storto al checkpoint. Migliaia di persone lo attraversano tutti i giorni ed è il simbolo di violazioni continue dei diritti dei palestinesi. Violazioni che hanno confermato tutte le corti possibili immaginabili, Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia e perfino la stessa Corte Suprema israeliana.

«Fede, come arriva il tuo lavoro a queste persone?»

L’Onu attraverso il PAPP lavora per il supporto alla resilienza e allo sviluppo socio-economico per la popolazione Palestinese attraverso interventi multisettoriali tra cui educazione, empowerment femminile, disoccupazione giovanile, supporto al sistema sanitario, progetti infrastrutturali.

«In particolare da Maggio, mese di inizio degli scontri nella striscia di Gaza, siamo in prima linea nel supporto umanitario. Dopo i bombardamenti israeliani avvenuti tra il 10 e il 21 maggio, ci occupiamo anche della rimozione dei detriti, del supporto alle famiglie sfollate alle quali diamo aiuti per ripristinare i danni alle loro abitazioni e se necessario anche “temporary cash assistance”, una sorta di reddito di emergenza».

Dall’inizio dell’ultima crisi ci sono più di 8220 persone sfollate. 
(fonte: https://www.ochaopt.org/content/response-escalation-opt-situation-report-no-8-8-28-july-2021)

La vita quotidiana di Federica a Ramallah è una quotidianità semplice che risuona anche a me che non abito certo in un territorio occupato, ma che immagino come una routine che aiuta Federica a rimanere centrata e non farsi travolgere da questo turbinio di tensione e frustrazione dovute alle ingiustizie alle quali quotidianamente assiste.

Si occupa dei suoi 3 gatti, oltre al gregge di randagi che le fa visita periodicamente per coccole e cibo, segue lezioni di arabo, che ricordo essere un suo sogno sin dai primi anni di università e il contesto immersivo che le dà la Palestina è un’ottima opportunità da cogliere, frequenta amici, colleghi e la comunità di cooperanti italiani che lì lavora.

A pochi mesi dal suo arrivo in Palestina è iniziata la pandemia e me la immagino a migliaia di chilometri ad elaborare tutto insieme: lockdown, un nuovo Paese nel quale vivere, un nuovo lavoro e ovviamente la “questione palestinese”.

Ma Federica è una donna gentilmente forte, un sorriso che spacca le montagne il suo e le chiedo come ha avuto inizio tutto questo.

Come ci è finita lì? Perché la Palestina? Quale scintilla ha brillato? Oppure è stato solo un concatenarsi di eventi e flussi?

La risposta sta nel dosaggio equilibrato tra vocazione, scelte coraggiose e spirito libero:

«sin dal liceo le questioni che riguardavano la Palestina mi hanno sempre interessata e certamente l’arrivo all’università mi ha aiutata a dare un nome a questi processi e capirli in un contesto storico e politico più approfondito di quello che mi portavo dal liceo».

Autodeterminazione dei popoli, diritti umani, diritto alla vita, queste sono le parole che guidano Federica.
Io le riassumo in : profondo senso di giustizia ed empatia.

Prima della Palestina c’è però Bruxelles, città che non riesce a lasciare dopo l’esperienza Erasmus e nella quale continua i suoi studi magistrali: laurea specialistica all’università francofona di Bruxelles in relazioni internazionali con focus su sicurezza, pace e conflitti.
Dopo una pausa di un anno a suon di stage non pagati, frequenti nell’ambito della cooperazione internazionale, inizia quindi un master all’Università fiamminga di Leuven in antropologia culturale e studi sullo sviluppo.

I corsi opzionali sull’agricoltura sostenibile e sicurezza alimentare la portano fino in Etiopia dove rimane 4 mesi in Tigray per seguire una ricerca etnografica nella zona rurale circostante Adigrat (cittadina del Tigray vicino al confine con l’Eritrea), focalizzata su tecniche innovative di allevamento e di piccola produzione casearia, ed il loro impatto sia dal punto di vista della sicurezza alimentare, ma anche e soprattutto dal punto di vista del graduale cambiamento sociale a livello di relazioni e ruoli di genere all’interno delle famiglie allevatrici/produttrici.

Purtroppo oggi il Tigray è una regione dell’Etiopia duramente colpita da un conflitto armato che si protrae ormai da mesi e dove l’emergenza umanitaria è ai massimi livelli.

Leggo dalla rivista on-line dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI) che nel suo briefing al Consiglio di sicurezza dell’ONU in aprile, Mark Lowcock, l’allora coordinatore dei soccorsi di emergenza delle Nazioni Unite, ha dichiarato che “la violenza sessuale è usata in questo conflitto come arma di guerra, come mezzo per umiliare, terrorizzare e traumatizzare un’intera popolazione”.

Federica vorrebbe tornare un giorno in Etiopia, ma ora non è tempo.

In Palestina rimarrà quasi sicuramente un altro anno, il terzo, e questo la aiuterà ad acquisire ancora conoscenza e competenze sul campo oltre che a portare a termini progettazioni e ricerca.

«Ma non credo riuscirò ad andare oltre questo tempo. Inizio a sentire forte la frustrazione e a giorni la rabbia per quello che sta succedendo in questo pezzo di mondo e a questo popolo, sostanzialmente nell’indifferenza internazionale».

«Inizio a sentire addosso tutta la pena per un popolo e per generazioni che ormai nelle ingiustizie e nelle prevaricazioni quotidiane ci sono nate e cresciute».

E mi racconta un episodio emblematico che le è capitato poco prima del suo ritorno in Italia per questa breve pausa estiva.

«Di ritorno da una commissione ci troviamo al checkpoint di Al-Jib che solitamente in entrata verso Ramallah è aperto e usato dal transito dei palestinesi che lavorano in territorio israeliano.
Ci mettiamo in fila dietro a tutte le altre macchine e intravediamo la sbarra chiusa.
A un certo punto vediamo un sacco di automobili fare inversione e tornare indietro.
Scendo dall’auto e mi avvicino ai soldati che si limitano a dirmi “questo checkpoint è chiuso dovete andare a quello di Kalandia!”.
Allora chiedo maggiori informazioni, ma ricevo solo risposte lapidarie: “è chiuso, perché è chiuso”».

Per il personale internazionale delle Nazioni Unite è attivo un servizio telefonico che si chiama “ UN access coordination unit” che presta assistenza negli accessi e nei transiti.

«Pronto, vi risultano problemi al checkpoint di  Al-Jib?»
«Mi faccia controllare… No, non mi risultano problemi, è aperto regolarmente!»

Allora Federica torna alla carica:

«non risultano problemi a questo checkpoint! Fateci passare!»
«siete nella VIP list?»
«Quale VIP list?»
«Solo coloro sulla lista VIP possono passare!»
«Ho parlato con “UN Access” e non risultano VIP list o problemi a questo checkpoint!»

Una telefonata dell’ “access coordination unit” deve essere arrivata da qualche parte, perché a un certo punto il soldato fa segno a Federica che sì, possono passare.

«Non solo noi però, tutti! Tutta questa gente che state tenendo ferma qui senza ragione alcuna!»

Federica è così, non molla mai! E soprattutto non lo fa solo per sé stessa: o la risoluzione del problema è per tutti o non è!
Anche qui la frustrazione di cui mi parlava prima è chiara e forte!

«Perché rendere ancora più complicata la vita di una popolazione già sotto occupazione con questi piccoli quotidiani abusi di potere?Perché non vengono rispettate e applicate le procedure che regolano il transito da una parte all’altra ( a checkpoint che tra l’altro non dovrebbero nemmeno esistere!)?».

Federica ha le sue radici qui a Ravenna, anche se la sua famiglia ha origini che vanno da Napoli a Pisa, e qui per lei è casa e questi tanti anni fuori le danno il privilegio di tornarvi quasi da turista e godere di quel rinnovato stupore che è  privilegio solo di coloro che nella propria città natale vi tornano dopo lunghi periodi all’estero.
I suoi occhi rigenerati attraversano la città e la scrutano ritrovandola ogni volta nuova, notando colori, percorsi che seppur fatti e rifatti nell’adolescenza si mescolano nella mente a tutte le altre strade che in questi anni ha percorso in giro per il mondo e ne fanno esperienze inedite.
Ma un punto resta fermo e sono la famiglia e le relazioni: «Ravenna è per me le persone che la abitano, gli affetti che resistono e che ritrovo qui tali e quali ad ogni ritorno».
Per ora l’aspirazione di Federica è ancora la cittadinanza globale che è per lei stile di vita.

A WOMAN’S PLACE IS IN THE REVOLUTION – questa frase rivoluzionaria Federica ce l’ha tatuata sull’avambraccio.

«è un promemoria per me stessa: non mollare mai e non arrendersi di fronte alle ingiustizie, che il cambiamento è possibile e la giustizia sociale non può essere utopia!».

Ben detto Fede, questo sì che è un promemoria degno di nota, da scrivere bello in grande su un post-it da mettere in evidenza su quel frigo pieno zeppo di cose inutili!