O: Pronto Airin, ciao, dove sei?
A: Ciao, sono in via Portoncino!
O: ti vengo incontro, arrivo!

Airin entra nel mio salotto e da professionista dell’ospitalità quale è, si toglie le scarpe e fa le feste al piccolo padrone di casa e alla gatta Enni-Menni. Lo stile di Airin è inconfondibile, il suo marchio Airin Tribal, ancor prima di indossarlo lo manifesta. Il Kenya è la sua terra di origine e la Romagna terra di conquista e affermazione. Anche Airin mi porta un dono non richiesto, un pezzo unico della sua ultima collezione: una collana colorata, pietre selezionate una ad una dalle sue artigiane e dai suoi artigiani locali che lei guida e ispira con le sue creazioni.

Ma prima il tè.

Anche il tè marocchino è un pezzo unico, ogni infuso ha un sapore diverso e più passa il tempo e gradualmente cambia il sapore, le foglie di tè rilasciano e si concentrano, la dolcezza si stabilizza, la menta diventa intensa.
Il turismo è il suo settore e proprio in Kenya inizia la sua carriera professionale che la porterà, giovanissima ad essere guest relations manager per una grande catena di Hotel e resort di lusso.
Grazie ai bonus di viaggio che l’albergo elargisce ai propri dipendenti, Airin ha la fortuna di poter viaggiare e accumulare esperienze, incontri e poter visitare molti dei paesi di origine dei suoi ospiti e affinare un’arte dell’accoglienza e dell’ospitalità, calibrata sulle loro differenze, culture, preferenze ed inclinazioni.

«Non sognavo l’Europa all’epoca e certamente non era il progetto di vita dal quale dipendeva la sopravvivenza mia o della mia famiglia», ma i bonus le danno la possibilità di entrare in Europa e la curiosità è tanta per una giovane keniana che sogna, quello sì, di crescere professionalmente nell’hôtellerie.

La Germania è il primo paese europeo nel quale fa tappa e quello che doveva essere un soggiorno di 3 mesi si riduce drasticamente a 3 soli giorni, sufficienti per capire che quello non è il suo posto e Airin non si dilunga sulle ragioni, piuttosto mi racconta tra le risate un episodio che ancora la fa ridere, ovvero della telefonata che casualmente sua madre, che la sapeva a 10.000 km, fa a casa e alla quale risponde lei.

“Pronto”
“Pronto, chi parla?”
“sono io mamma”
“io chi?”
“Airin”
“Airin? ma come? non eri in Germania?”

Altro bonus, altro tentativo. Questa volta la destinazione è l’Italia e Airin sogna il Grand Tour alla ricerca delle tante persone che negli anni aveva conosciuto in Kenya nella sua carriera negli alberghi.
Tanti l’avevano salutata invitandola in Italia e lei di questi inviti ne aveva tenuto traccia nella sua piccola rubrica telefonica cartacea, come quelle che si usavano una volta, dove si raccoglievano numeri di telefono, nomi ed indirizzi.

Siamo agli inizi degli anni 90. La prima tappa è Milano, ma la famiglia che lei contatta non è in città in quei giorni .
«Insomma, primo appuntamento a Milano…Bounced!»
Airin riapre la sua agendina, scorre il dito ed eccoli qui, gli altri Italiani vivono a Roma.
Roma! E nell’immaginario di Airin Roma è il colosseo, lo splendore del Vaticano, turisti, alberghi, gente ovunque.

Questo frammento del racconto del grand tour italiano di Airin mi ha ricordato un film:
“Benvenuto a Marly-Gomont” è un film franco-belga del 2016 ispirato a una storia vera e che racconta del medico congolese Seyolo Zantoko che subito dopo la laurea a Lille, decide di trasferirsi in Francia. Della telefonata del dottore alla moglie per dirle che stanno per trasferirsi in Francia, in un paesino a nord di Parigi dove li hanno offerto di iniziare la pratica come medico di famiglia, la moglie capisce solo: Parigi. 
Potete quindi immaginare la moglie, con i due figli quando in realtà arrivano a Marly-Gomont, paese di 500 anime in mezzo alla Piccardia, sotto la pioggia, salutati da un: «Bienvenues à Marly-Gomont!». (Consigliatissimo)
Ecco, per Airin deve essere stato un po’ così, pensare di arrivare a Roma, fontana di Trevi in testa e invece trovarsi a Palombara Sabina e intendiamoci, siamo nelle colline romane, nella bassa Sabina e alle falde del Monte Gennaro, 1270 metri di altezza.
Un borgo antico che, leggo dal sito del Comune di Palombara, sorge molto probabilmente sui resti dell’antica Cameria che Tito Livio descrive come una delle più antiche città latine. Fu conquistata, o meglio distrutta, dai romani nel 492 a.c. dopo che la città si schierò con i Tarquini.
Insomma anche Palombara ha una grande storia da raccontare e soprattutto spulciando informazioni su questo comune della città metropolitana di Roma scopro due cose, ovvero che è ricompreso nell’area di produzione dell’Olio di Oliva Sabina (DOP), ma soprattutto che qui si svolge una sagra molto importante: la sagra delle cerase e che la Sabina è la terra della cerasa Ravenna di Palombara, una pregiata varietà di ciliegie.
Il nome dedicato a Ravenna molto probabilmente è dovuto a un innesto proveniente dalla Romagna, ma indagherò e soprattutto le assaggerò. Airin non sapeva all’epoca tutto questo e fatto sta che invece di piazza di Spagna si trova davanti un borgo antico, sicuramente bello, ma decisamente lontano dalle sue iniziali aspettative.
Le sue giornate le ricorda scandite da lunghe passeggiate e un aneddoto dei suoi primi giorni a Palombara vuole condividerlo.

«Come quasi tutti i giorni esco per una lunga passeggiata, ricordo che avevo bisogno costantemente di stare all’aperto, di aria, di conoscere questo nuovo posto attraversandolo a piedi, forse per renderlo meno sconosciuto,gradualmente familiare. Mi fermo su un ciglio e mi siedo per riposare e per guardare passare le automobili.  Non parlavo ancora italiano e mi aiutava in quella circostanza la conoscenza del francese che rendeva l’italiano per lo meno intuibile. Dopo poco tempo iniziano ad accostarsi le auto e a chiedermi cose che non capivo o almeno, mi sforzavo di carpire qualche parola, ma ero disorientata dal senso di quelle domande.

“quanto vuoi?” Voglio? Voglio cosa esattamente?»

«Rientro a casa dalla famiglia che mi mi ospitava e racconto di quanto mi era appena successo, loro provano a spiegarmi, ma continuo a non capire. Certo capisco che mi avevano scambiata per una prostituta, ma non capivo il motivo, il senso.»

Per farle capire chiaramente quello che le parole non riuscivano a rappresentarle, marito e moglie la portano a fare un giro in macchine nelle più note “piazze” della prostituzione e allora Airin capisce. Molte donne provenienti da paesi dell’Africa prevalentemente sub-sahariana finiscono nella rete della prostituzione e se sei una donna, nera, seduta sul ciglio di una strada per riposarti da una lunga passeggiata, chi passerà in automobile potrebbe scambiarti per una prostituta.
A Palombara Airin rimane 6 mesi e capisce che in quel contesto faticherà a trovare indipendenza economica e soprattutto a rientrare nel settore che lei conosce e che la appassiona: l’hotellerie e il turismo.

Prendi l’agendina Airin! 

Sfoglia e le ritornano in mente due persone che ha incontrato in Kenya e dai quali era arrivato l’ennesimo invito: una coppia di Gambettola. Treno regionale Roma-Cesena, check a ciascuna fermata per assicurarsi che non fosse quella giusta. 

«La domenica andavamo spesso a passeggiare a Milano Marittima» e spesso questa coppia di Gambettola diceva ad Airin che l’avrebbero proprio vista bene in uno di questi alberghi, a fare quello che faceva in Kenya e immaginarla di nuovo dietro al desk dove la trovavano ogni mattina e dal quale, da buona guest relations manager, li consigliava e orientava nel loro soggiorno turistico.

Eh sì, anche Airini si vedrebbe bene. MiMa era la cosa più simile a quello che aveva lasciato nel suo Paese vista sino a quel momento e lo sentiva che sarebbe stato il luogo della svolta. Esperienza, 5 lingue nel curriculum e tanta voglia di mettersi in gioco. Ma ancora il sentiero è tortuoso e il lavoro non è ancora quello dei suoi sogni. Ancora clandestina doveva adeguarsi a quello che le veniva offerto alle condizioni che le venivano date.

Il primo lavoro è in un pub di Milano Marittima, 7su7, dalle 17 alle 6:00 

«Non avevo il coraggio di dire a mia mamma che lavoro facevo, le avevo detto che andavo in Europa per fare un salto di carriera nell’hotellerie e ancora non mi sentivo pronta a dirle tutta la verità. Non ancora. Soprattutto alla luce del pregiudizio che esiste in Kenya sulle donne che lavorano nei locali notturni».
A Roma scambiata per prostituta perchè nera, in Kenya per norma sociale sui tipi di lavoro che è meglio che una donna non faccia. 

Nel ‘96 finalmente cessa il suo status di clandestina godendo di una sanatoria, cosa comune in quegli anni, grazie a un lavoro non stagionale in chiosco di piadina. 

«Ero piadinara, un lavoro annuale e grazie a questo ho ottenuto il permesso di soggiorno».

Questo le permette di fare il suo primo colloquio in un albergo dove rimane per i successivi tre anni.

«Sognavo il grand hotel di Cervia» e questa ambizione viene presto soddisfatta e viene convocata per un colloquio.

Questo colloquio ad Airin è rimasto vivido nei ricordi e tra le tante cose ricordate in particolare c’è una domanda che le viene rivolta:

«io non ho mai avuto una dipendente “di colore”. Se un cliente dovesse fare commenti sul colore della tua pelle, come reagiresti?» 

La risposta di Airin deve essergli arrivata dritta in mezzo alla fronte, come una ciabatta rotante:

«Ho notato che sono nera ora che me lo dice lei. Io ho esperienza. Parlo 5 lingue e ho lavorato in alberghi di categoria superiore a questo. 
Il colore lo noto nelle cose, negli abiti che porto, non nelle persone.
E se ci saranno clienti più complessi di altri li saprò gestire con professionalità».
Assunta. Reception – Capo ricevimento – Events Manager-direttrice.

La parabola di Airin al Grand Hotel di Cervia è questa.

12 anni dei quali 6 alla direzione.

«Ero sempre reperibile, con il telefono deviato sul mio per la vendita delle camere, ricordo che una volta risposi al telefono: “pronto, grand hotel di Cervia” ed ero in mezzo alla Savana»

Risate.

La storia del Grand Hotel di Cervia è una storia complessa e delicata, segnata da numerosi cambi di gestione e un fallimento che ne decreta la chiusura definitiva negli anni dieci del duemila. La storia del Grand Hotel di Cervia è una ferita aperta nella comunità cervese e per questo non credo siano queste le pagine nelle quali raccontare questa vicenda sulla quale occorre ampia a dettagliata documentazione per riportare informazioni e passaggi corretti.

La storia allora salta all’arrivo di Grace, la figlia di Airin e a come Grace sia il vero ponte tra Airin e Ravenna.
Una priorità per tanti genitori è senz’altro la miglior formazione possibile per i propri figli e figlie e anche Airin vuole questo per Grace, anzi l’obiettivo primario è quello che le lingue, tante, siano un patrimonio per lei sul quale poter posare le basi del suo futuro.
Airin sognava la scuola internazionale per Grace e l’offerta più vicina alle sue preferenze era la scuola paritaria San Vincenzo de Paoli di Ravenna.
Qui sin dalla scuola primaria sono introdotte tre lingue: inglese, russo e spagnolo e per Airin questo risponde alla scelta educativa prioritaria che vuole per Grace, immergerla sin da subito in un ambiente multilingue che possa introdurla a quell’approccio al mondo che è proprio di Airin.

Conoscere, incontrare, contaminarsi, creare ponti tra culture e paesi all’apparenza lontani.

L’alterità trova un terreno comune nello scambio linguistico e nell’apprendimento della lingua risuonano le culture, i costumi, i modi di dire. Conoscere una lingua aiuta a comprendere come si nomina il mondo, come lo si costruisce e immagina attraverso le parole.
Questo le costa 120 km al giorno, che Airin fa senza battere ciglio.

«In Kenya la mia scuola era a 50km da casa, questo a me suona familiare».

Le cose che abbiamo in comune io e Airin sono certamente queste: la grande passione per lo sguardo plurale verso le cose e il mondo, la passione per le lingue.
Anche io ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia plurilingue dove sono suonate lingue come l’arabo, il berbero, lo spagnolo, il francese e questo è stato per me il primo grande ponte verso il resto del mondo.
Ma l’inizio della scuola per Grace non coincide solo con l’inizio di questa avventura alla scoperta delle lingue. No. Per Grace e Airin ancora una volta il colore della pelle è un fattore che precede la persona: chi si è, la propria storia, il carattere, l’antipatia o la simpatia. La pelle è il pre-giudizio che a Grace è anteposto. Prima di che colore sei, poi chi sei. Solo scrivere questa cosa mi causa prurito alle dita e una grande rabbia.

«La mia compagna di classe ha detto che non posso andare al suo compleanno perché sono nera»

Calma Airin! cosa farebbe una mamma-guest relations manager? Questa è la domanda che si fa Airin. 
E la risposta è la calma. Sostenere Grace e rafforzare la sua personalità, la sua autostima, darle gli anticorpi per affrontare tutto questo. Compensare con tutto il resto, tutte le belle amicizie che a scuola sono nate, da ultima con una bimba canadese, arrivata a Ravenna per il lavoro dei suoi genitori e che in Grace trova l’accoglienza necessaria a una bimba che arriva da lontano. La risposta alle ragioni che spingono una bambina a dire una frase così odiosa è presto data:

«la mamma di questa bambina quando ci ritrovavamo con gli altri genitori sistematicamente salutava tutti, tranne me.

Quando si prendeva il caffè dopo aver lasciato i bambini a scuola, se ero presente io, non si fermava. Mi dissero che lei dichiarava apertamente che “non le piacciono i neri e non vuole avere nulla a che fare con le persone nere”». (Ravenna, 2020)

Calma Ouidad!

Mi limito a ricordare alla signora razzista in questione che la Repubblica Italiana tramite la cosiddetta legge Mancino del 1993 sanziona e condanna frasi, gesti, azioni e slogan aventi per scopo l’incitamento all’odio, l’incitamento alla violenza per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali.
(…) è punito: con la reclusione fino a un anno e sei mesi o con la multa fino a 6.000 euro chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico.
Airin Tribal è un’altra sfida che questa donna porta avanti, questa volta con donne e uomini che abitano in Kenya e per i quali Airin ha aperto un laboratorio di realizzazione di accessori e capi di abbigliamento. Pezzi unici, di ispirazione Masai.

E no! I Masai sono molto altro rispetto all’immagine stereotipata cha si staglia nella nostra mente. I Masai guerrieri, in posa con una lancia davanti a una capanna.

Proviamo ad andare oltre: questo popolo nilotico e che quindi ha disceso il fiume Nilo e sono divisi in diversi clan i più grandi sono i Kaputiei, Matapato e Kikunyuki in Kenya e in Tanzania  gli Arusha. Dalla lingua Maa prendono il nome di Masai, ma come si capisce la complessità e visto il grado di dettaglio e approfondimento che dovrebbe prendere questa parte ci fermiamo qui, anche perchè ho avuto l’onore di incontrare nei miei studi universitari in UNIBO, docenti di Storia e Istituzioni dell’Africa Sub-Sahariana come Annamaria Gentile e Arrigo Pallotti che tra le tante cose mi hanno insegnato che la Storia dei Paesi africani, delle sue regioni, popolazioni, lingue deve essere sempre trattata su più livelli, incrociando le dinamiche internazionali, approfondendo la storia precoloniale innanzitutto.
Ma mi piacerebbe tanto che nel patrimonio comune di conoscenze storiche iniziassero ad entrarvi anche le Storie di altri parti del mondo e che domande tipo: cos’è la rivolta dei Mau-Mau? Quale la storia di Kenyatta e di movimento di liberazione del Kenya? Come si incrocia la storia di Churchill con quella della decolonizzazione.
Rendere accessibili questi capitoli di storia alle nuove generazioni di studenti e studentesse può aprire i loro sguardi al mondo e comprendere meglio le dinamiche contemporanee e quello che sto affermando per quanto banale suona ancora nuovo nel panorama dei programmi scolastici.
Nell’era della globalizzazione non si può non mettere nella “cassetta degli attrezzi” di studenti e studentesse anche queste Storie.

Ma torniamo ad Airin.

Airin risponde ad un bando della Etimos Foundation finanziato dal Ministero degli Esteri  e l’Agenzia per la cooperazione internazionale con la partnership dell’organizzazione mondiale per le migrazioni. Airin vince quindi un corso gratuito a Padova di business che la orienta nel mondo dell’auto impresa, nella redazione di un business plan e di un piano marketing.
Le conferme arrivano e nel 2017 il suo marchio arriva alla fashion week di Milano.
A Malindi ha aperto il suo laboratorio dove oggi lavorano prevalentemente donne e dove l’empowerment femminile è alla base del progetto, insieme all’attenzione alle aree rurali del Paese e al riuso di materiali di scarto.
Airin, crea, sperimenta con gli artigiani locali poi produce i pezzi che mette sul mercato. Una ricerca continua che stupisce lei per prima, visto lo sguardo nuovo che le ha portato sugli oggetti, i materiali che per lei erano di uso quotidiano, scontati, ma ai quali applicando creatività ed ingegno rinascono sotto forme nuove. Bracciali, collari, abiti, fasce per capelli.
Lo smart working per aiutare le donne a conciliare meglio vita, lavoro, mobilità keniana arriva a Malindi prima della pandemia e allora al laboratorio passano mamme, con i bimbi fasciati sulla schiena per prendere le materie e i tessuti da lavorare e li portano a casa.
Ha visto negli anni tanti esempi di marchi della moda che hanno usato i paesaggi africani come set per le loro creazioni, oppure impiegarne tessuti e accessori.
Airin vuole rappresentare il Kenya da keniana innanzitutto e sradicare stereotipi e narrazioni spesso svalutanti e spesso folkorizzanti oltremodo.
Qui potremmo aprire un capitolo sull’appropriazione culturale, ma limito l’immagine al rischio della caricatura razzista che spesso la cosiddetta “cultura dominante” rischia di perpetrare sulle tradizioni, abiti, culture delle minoranze culturali di un Paese.

Si è fatto tardi, anzi tardissimo e trovare un punto sul quale chiudere la chiacchierata con Airin è davvero complicato. Ogni micro capitolo ha aperto una miriade di sottocartelle alle quali avremmo dedicato altre ore e altri tè, ma certamente questo è il modo in cui vive Airin, conquistandosi il suo posto nel mondo e spostando il traguardo, ad ogni ciclo della sua vita,  qualche metro più in là.

«Sono stata benissimo!»
«Anche io, anche se la qualità della mia ospitalità non è stata all’altezza dato che abbiamo solo parlato e non abbiamo mangiato nemmeno le poche cose che avevo servito a tavola»

Chiudo con l’immagine di mia madre che al fatto di sapere che ho avuto un ospite che praticamente è andata a casa a digiuno, mi guarderebbe esclamando:

“HSHUMA!” ovvero vergogna (non rende proprio esattamente, ma è per capirci). Per rendere il tutto ancora più drammatico avrebbe strisciato il dito indice dall’alto verso il basso sulla guancia e per rendere ancora più tragico il tutto si sarebbe morsa il labbro inferiore.
«Mamma lo so, ma in questo caso la professionista dell’ospitalità era lei, non io!»

«Hshuma!»