«Sono arrivata»
«dove sei?»
«davanti al civico 81»
«Non ti vedo»

Il labirinto di stradine del Borgo San Biagio, viene spesso chiamato dai ravennati “Kasbah”(anche se in realtà significa fortezza) per via dell’intricato groviglio di vicoli che ricordano le medine arabe e la facilità con la quale ci si perde le prime volte che vi ci si addentra.
Insomma nemmeno Google maps ha capito esattamente “la posizione” condivisa e ho recuperato Nawal Nidaa Hader nella stradina parallela dalla quale abbiamo percorso i tipici vicoli della medina di San Biagio fino a casa.
Al secondo TE DA ME mi rendo già conto che il rituale della preparazione del tè aiuta le mie ospiti a trovare la loro dimensione di comodità, preparare l’immersione nel vortice di racconti che fuoriescono sempre più copiosi man mano che la conversazione si fa prolungata, intima, sincera.

Nidaa è una giovane donna ravennate, gli occhi sono un abisso di forza e carattere, arbitra per passione, vocazione e indole. Non è il calcio il punto di partenza, quello semmai è un punto di arrivo conquistato con enormi sacrifici e indomita fierezza, per Nidaa la storia inizia da suo padre e dalla storia della sua famiglia.

Il padre di Nidaa inizia il suo progetto migratorio da Parigi, dove segue le sorelle maggiori, ma dalle quali si separa alla volta di un altro Paese, l’Italia, orizzonte di nuovi progetti per un ragazzo poco più che ventenne. Arriva in Italia negli anni che precedono la Legge Martelli del 1990, quindi alla vigilia della stagione italiana delle regolamentazioni, dei flussi migratori, delle sanatorie, del crollo dell’unione sovietica e del flusso di migrazioni da est, in particolare dall’Albania. Sono quegli anni lì insomma, l’Italia che si gioca l’entrata nell’area Schengen sulla scommessa delle politiche migratorie. 
Ma sicuramente la più grande urgenza alla quale il papà di Nidaa corrisponde come può è il lavoro e allora si riscopre nel giro di pochi anni fornaio, barista, cameriere e venditore ambulante sulla riviera romagnola.
Nidaa mi racconta che il mezzo con cui si sposta il suo papà tra lavori, orari impossibili, riviera e città è un Ciao, il motorino italiano per eccellenza, che ha segnato la giovinezza di tanti e tante nei suoi 40 anni di longevità. 
Il futuro di una nuova Italia in sella a un pezzo di storia quale è il marchio della Piaggio. Me lo immagino così, papà Abdelfettah.

Dopo due anni dal suo arrivo in Italia incontra la mamma di Nidaa, Khadija, si innamorano, si sposano e dalla loro unione nascono due gemelle. Najwa e Nawal Nidaa. La vita del papà di Nidaa è ancora troppo precaria per portare moglie e figlie in Italia e iniziare la loro vita insieme.

Qui il racconto di Nidaa si fa doloroso e a fatica trattiene le lacrime, perchè la sintesi è questa e fa venire il magone anche a me: « Siamo nate in Marocco senza papà, fino ai cinque anni e mezzo, lo vedevamo una sola volta all’anno». Eh sì, mica c’erano le video chiamate, la possibilità di sentirsi più volte al giorno per colmare in qualche modo l’assenza, rendere familiare il volto di un papà alle sue figlie, nonostante tutto.
No, non si poteva. Poche chiamate con la scheda telefonica e una voce, quella di papà, alla quale la piccola Nidaa e la sorella Najwa si aggrappavano forte, per tenerlo il più vicino possibile. 

2745 km, Ravenna- Sidi Othmane. Troppi per due bimbe di cinque anni.

Finalmente arriva un contratto regolare in una azienda edile e quindi la possibilità di affittare una casa compatibile con i requisiti richiesti per il ricongiungimento familiare. Siamo negli anni della Legge Napolitano-Turco e io mi immagino quante volte nella sua nuova casa, solo, papà Abdelfettah abbia sperato che tutto quello che aveva finalmente costruito corrispondesse a quei due commi dell’art. 27 che recitano così:

(…) lo straniero che richiede il ricongiungimento deve dimostrare la disponibilità:

a) di un alloggio che rientri nei parametri minimi previsti dalla legge regionale per gli alloggi di edilizia residenziale pubblica, ovvero, nel caso di un figlio di età inferiore agli anni quattordici al seguito di uno dei genitori, del consenso del titolare dell’alloggio nel quale il minore effettivamente dimorerà;

b) di un reddito annuo derivante da fonti lecite non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale se si chiede il ricongiungimento di un solo familiare, al doppio dell’importo annuo dell’assegno sociale se si chiede il ricongiungimento di due o tre familiari, al triplo dell’importo annuo dell’assegno sociale se si chiede il ricongiungimento di quattro o più familiari. Ai fini della determinazione del reddito si tiene conto anche del reddito annuo complessivo dei familiari conviventi con il richiedente.

Nidaa, Najwa e mamma Khadija arrivano nell’estate del 1998.

A me e Nidaa piace misurarci con il destino e quindi anche questo è un anno che indica in qualche senso una via: è l’anno dei mondiali di calcio Francia 98, l’Italia arriva ai quarti di finale e perde contro la Francia. Il Marocco gioca nel 98 i suoi ultimi mondiali dopo i quali dovrà aspettare 10 anni per rigiocare di nuovo nei mondiali di Russia 2018.  Atterrano a Fiumicino e papà Abdelfettah accoglie le donne con un’immagine che riassumo come “amore puro”: un mazzo di fiori finti per Khadija e due tubetti di caramelle smarties per Nidaa e Najwa. In treno da Roma fino a Ravenna, un treno regionale dopo l’altro fino alla nuova casa.  Eh sì, l’amore è una cosa semplice e ho avuto il privilegio di guardare il volto di Nidaa mentre ricorda tutto questo. Un bagliore negli occhi umidi che mi ha stesa.

L’estate trascorre serena a Lido di Classe, località che ospita la famiglia Hader per i primi anni e che mi ricorda i miei di “primi anni”, in quel di Casal Borsetti, con mamma Fatima, papà Bakkali, e mia sorella maggiore Amal prima e nell’ultimo anno la neonata Miriam. 

Storie molto simili le nostre, che mi fanno risuonare tutte “le cose che abbiamo in comune”.

Settembre porta con sé la fine della prima estate di Nidaa a Ravenna e il suono della campanella della prima elementare di Savio, la Burioli, un plesso di paese che accoglie classi poco numerose e una dimensione scolastica a misura di bambino e bambina.
Per Nidaa però l’impatto è un altro, lei è una bimba appena arrivata in Italia per la quale la lingua italiana è ancora sconosciuta così come tutto quello che la circonda.
Mi racconta il primo giorno di scuola, lei seduta al suo banco, la sorella di fianco a lei e tutto intorno i genitori delle sue compagne e compagni, appoggiati alle pareti, come è prassi all’avvio dell’anno scolastico e della nuova esperienza per i bimbi e le bimbe in uscita dalla scuola dell’infanzia. Nidaa ricorda un vociare confuso, in una lingua sconosciuta e l’inizio di una salita che per lei è costata tanti nodi alla gola.

«Noi eravamo le nuove, le straniere e questo all’inizio i bambini e le bambine, seppur ingenuamente te lo fanno notare, costantemente».

La mediatrice culturale che ci affiancarono era tunisina e stette con noi un paio di mesi dopo dei quali decise di lasciarci affrontare il nostro percorso in autonomia, valutando che eravamo ormai in  grado di costruirci gli strumenti linguistici e relazionali utili per entrare in relazione con i nostri compagni e poterci sentire parte di un gruppo classe».

«Non avevamo ancora l’automobile all’epoca e ricordo che da Lido di Classe, quando era disponibile un amico di papà, ci veniva prendere e andavamo tutti insieme all’allora ESP di Ravenna per fare la “grande spesa” e prendere tutto quello di cui avevamo bisogno. Abitavamo in una palazzina al terzo piano senza ascensore e anche io e mia sorella aiutavamo nel portare fin sopra le buste della spesa. Per noi era una gara a chi portava più cose nel minor tempo possibile. Su e giù. Ricordi che oggi mi fanno tanto ridere».

Il primo inverno a Lido di Classe è un altro passaggio che incupisce il viso di Nidaa: in 4 nel letto matrimoniale in una stanza preriscaldata da una stufetta, rigorosamente spenta prima di addormentarsi.
No, il riscaldamento non c’era. C’era solo il calore di una famiglia finalmente riunita che stava attraversando un periodo difficile.

«Un bambino non capisce cosa sia la povertà, sa invece cos’è l’amore »

E allora penso a quanto amore hanno dato mamma e papà a Nidaa e Najwa perchè tutte le difficoltà che hanno vissuto si trasformassero in forza e motivazione. Quanto invece siamo spesso annichiliti dalla persecuzione del benessere materiale, a discapito della solidarietà, dell’accoglienza, dell’amore. Eppure sono convinta che pesi e difficoltà come queste non possano essere lasciate sulle spalle dei singoli come papà Abdelfettah e mamma Khadija.
Queste difficoltà sono responsabilità collettiva.

Già dall’ultimo anno di scuola elementare Nidaa giocava con i suoi compagni a calcio e la pratica sportiva a scuola era l’unica possibilità che aveva di praticare la sua passione, perchè la mancanza di un’auto in famiglia escludeva la possibilità di frequentare con regolarità uno sport e allenarsi fin da piccola in una squadra. E anche qui il tema politico c’è tutto eccome! Lo sport è un diritto dei bambini e delle bambine e la pratica sportiva a scuola così come la possibilità di frequentarlo al di fuori deve essere una possibilità accessibile a partire da chi vive contesti di svantaggio e difficoltà.

La svolta, quella vera, arriva in quarta superiore, Nidaa è stata una studentessa di Ragioneria a Ravenna, ottimi voti e una passione per il calcio che certamente le difficoltà di quando era bambina non hanno scalfito.

«Stavamo giocando a calcio durante l’ora di educazione fisica e veniamo, nostro malgrado, interrotti dall’insegnante che ci annuncia che sta per cominciare un incontro di presentazione di un corso sul regolamento del calcio»

Un po’ perchè mi servivano i crediti formativi e un po’ perchè anche il mio migliore amico si era convinto a partecipare, mi iscrissi al corso: due volte a settimana per alcuni mesi.

«A metà percorso ci dissero che si poteva optare per il corso da arbitro, decisi di continuare e nel giro pochi mesi, a 17 anni, a Faenza potei sostenere l’esame di abilitazione».

Non avendo ancora la patenta Nidaa viene accompagnata da un dirigente della federazione arbitri che nel percorso Ravenna-Faenza le racconta di come l’arbitraggio cambi la vita delle persone, di come ti obblighi a un rapporto coerente con le regole e con l’immagine che diamo di noi stessi agli altri, sia dentro che fuori dal campo. Il primo giorno che Nidaa scende in campo è memorabile e tutti i suoi compagni di corso sono in tribuna, non per tifare le squadre avversarie, ma per incoraggiare lei. Il match si gioca tra due squadre storiche delle giovanili di Ravenna: il Low Ponte contro l’Azzurra. Dal calcio di inizio fino al fischio di fine partita si entra in un mondo parallelo, la concentrazione è tale che si entra in una bolla spazio-temporale, che ti assorbe totalmente. Nulla esiste al di fuori di ciò che succede in campo in quei 90 minuti. Così me lo descriva Nidaa.

Qui inizia la sua carriera arbitrale che la porta il primo anno ad ottenere il primo riconoscimento: la migliore tra gli arbitri debuttanti.

«Avevo appena dato un morso a un pezzo di pane e durante le premiazioni della serata sento il mio nome! Proprio io? E ora devo ritirarlo in mezzo a 300 persone?». Sì, proprio tu Nidaa e te lo meriti tutto!

L’ultimo anno di scuola, il secondo della carriera da arbitra di Nidaa porta con sé un altro periodo difficile: «Inizio a soffrire di attacchi di panico». Forti crisi, immobilizzazione degli arti, anche per giorni interi, ambulanze che venivano spesso a scuola. Le telefonate più difficili erano quello per annullare le partite, una dopo l’altra.
«Chiesi un congedo e mia madre mi portò a cercare sollievo e riposo in Marocco». Ha ripreso piano piano, imparando a convivere con questa nuova condizione e a controllarla.

Mentre scrivo scopro che sono 6 milioni gli italiani e le italiane che soffrono di ansia e attacchi di panico e le donne ne sono tra le più colpite. Anche qui il trattamento e il benessere mentale sono ambiti prioritari, ancora di più dopo questi due anni di pandemia, ma certamente per colmare un ritardo nella presa in carico delle persone e il loro sostegno.

Nidaa porta al collo una collana che è un dono di sua madre e che dal giorno del primo attacco non toglie mai, perchè le dà conforto e forza. Nel ciondolo d’oro una scritta in arabo: “Allah”. Da qui mi dice che anche lei, come la maggioranza degli sportivi e delle sportive, ha un rituale che precede la prestazione sportiva. C’è chi schiaccia un pisolino, chi si fa il segno della croce, chi si affida ad amuleti, monetine.
Nidaa prima di scendere in campo prega. Recita la prima Sura del Corano, al-Fatiha, sono i versi che aprono il Corano e ha scelto quella Sura perchè per lei ogni volta che sta per iniziare una partita ha la sensazione che si spalanchi una porta, si apre un’arena e questa Sura per lei è il miglior auspicio possibile.

Nidaa  quando inizia è tra le due donne che stanno intraprendendo la carriera arbitrale in provincia, due in tutta la provincia di Ravenna. Quando riprende ad arbitrare al campo la accompagna il padre che dopo le prime partite non se la sente di ascoltare quello che si urla dagli spalti. Non entra più ,aspetta al bar o la torna a riprendere più tardi, questo è l’accordo.
Alla fine della terza stagione le assegnano l’arbitraggio di una gara importante.
Se l’autocritica di Nidaa è feroce, lo saranno ancora di più le urla e gli insulti dagli spalti.

«Una donna non può sbagliare. Ad una donna si perdonano molto meno gli errori arbitrali, questo è un dato di fatto. Se è vero che nella nostra cultura sportiva l’errore arbitrale non è tollerato, contrariamente a quello dell’atleta in campo, l’errore femminile lo è ancora meno.
La donna è insultata in quanto donna quando è in campo e quando sbaglia viene messo in discussione il fatto stesso che possa stare in campo, cosa non pensabile per un uomo»
La sua prestazione non le sarà sembrata la migliore del mondo, ma per Nidaa arriva finalmente la promozione al livello regionale: Nidaa è assistente in promozione ed eccellenza. Anche qui le donne sono poche unità, 5 o 6 non di più, su centinaia di colleghi uomini.
La gratitudine di Nidaa per la l’AIA è grande, ha sentito negli anni la voglia della Federazione di investire sul suo percorso e darle continue prove da superare e contesti importanti nei quali mettersi alla prova.

”Date alle donne occasioni adeguate ed esse saranno capaci di tutto”.
Questa la frase di Oscar Wilde che ha interiorizzato negli anni.

Certamente Nidaa non ha solo aspettato che le occasioni le fossere gentilmente concesse, ma dal suo racconto è palese la caparbietà con cui si è fatta largo in un ambiente maschile, guadagnando centimetro dopo centimetro grazie solo e solamente alla qualità del suo lavoro.
Un’altra conversazione impressa nella mente di Nidaa è quella che precede la sua successiva promozione ovvero la vigilia della serie D e quindi del livello nazionale:

«A parità di bravura sceglierete sempre un maschio invece che me vero?»

« io ti ho guardata quando sei in aula, quando sei in campo, durante le prove atletiche e la determinazione che vediamo nei tuoi occhi è più grande di quella di tanti altri tuoi colleghi»

Eccola volare in D. La prima donna ravennate a livello nazionale nel calcio a 11.

Boom!

Stefano Farina, arbitro e dirigente arbitrale italiano scomparso nel 2017 a soli 54 anni, incontra Nidaa in un viaggio in macchina verso una premiazione ospitata dalla Federazione di Ravenna.

«Stefano, lei è brava, ma la frega una cosa» dice un suo collega.
«Cosa?» è Nidaa a rispondere: « La testa. Subisco il giudizio delle persone e ogni tanto mi pesa il fatto di essere donna»

E Stefano Farina le consiglia un libro che mi porge per poterlo sfogliare: “Resisto dunque sono” di Pietro Trabucchi e me ne legge un passaggio:

“c’è una buona notizia: ora sappiamo con certezza che gli esseri umani sono stati progettati per affrontare con successo difficoltà e stress. Discendiamo da gente che è sopravvissuta e un’infinità di predatori, guerre, carestie, migrazioni, malattie e catastrofi naturali.

Noi siamo costruiti per convivere quotidianamente con lo stress. A questo scopo possediamo dentro di noi, come un dono , un insieme di risorse che abbiamo ereditato dal passato e che costituiscono la nostra «resilienza». (…)
E nella nostra cultura c’è un ambito che può promuovere in modo strutturale la resilienza: il mondo dello sport che può essere utilizzato come metafora, ma anche come disciplina da cui mutuare metodologie ed esperienze”.

E chiudiamo con Ravenna, la nostra città.
Nidaa ha arbitrato tutti suoi coetanei, che incrociava spesso nei corridoi a scuola o nelle vasche in via Cavour.

“Lei è l’arbitro!”
“Buongiorno Direttore!

(Il linguaggio di genere anche nel calcio ,come nelle professioni a maggioranza maschile, fatica ad entrare nell’uso quotidiano, ma non demordiamo, mai!)

«Ora con le partite giro l’Italia e visito città più grandi, con altre dimensioni e densità di persone, ma è proprio quando te ne vai che Ravenna ti manca di più. E quando in autostrada leggo “Ravenna” allo svincolo, penso sempre: ecco sono a casa, finalmente!»

«In campo l’appello degli arbitri viene fatto con il cognome e la città di provenienza. Dopo aver sentito Bianchi di Torino, Rossi di Firenze arriva quel..Hader di Ravenna».

«Ogni volta sentire il mio nome associato alla mia città mi rende orgogliosa!»
Il sogno di Nidaa è poter un giorno portare il nome di Ravenna, associato al suo, a risuonare sui campi internazionali e questo me lo auguro anche io, con tutto il cuore.
E anche Nidaa ha un dono inaspettato per me, la sua divisa da arbitra, quella indossata alla ripresa delle partite dopo lo stop dovuto alla pademia.
Me lo porge come augurio di rinascita, dopo tutto quello che abbiamo passato.

Resto senza parole. 

Per lei gli arbitri, a differenza dei calciatori delle singole squadre, hanno la fortuna di poter indossare il tricolore a tutte le partite e questo per lei è un onore ad ogni fischio di inizio.

Questa è Nidaa, amore puro.