Ouidad: «vivo nel labirinto di stradine»
Petia: «in bici direi che è perfetto allora, emoji che ride»
P: «Tardo qualche minuto, non sapevo di trovare un delirio in farmacia»
O: «Tranquilla, quando vuoi sono a casa, a tra poco»

Petia arriva per il TE DA ME in bicicletta e la prima cosa che nota entrando in casa mia è il libro di Michelle Obama sul tavolino in salotto, «Che bella accoglienza con la Michelle». Ma la vera sorpresa è il dono che mi porge Petia, un libro. “Americanah” di Chimamanda Ngozi Adichie e penso subito che questo primo “te da me”, sarà molto interessante.

Quando ho pensato al TE DA ME lo avevo tutto nella mia mente, ovvero provare a costruire un reticolato di storie che supportasse l’idea di politica che mi anima da sempre e che ho affidato alla frase-citazione di Silvestri, ovvero “LE COSE CHE ABBIAMO IN COMUNE”.
Il Tè da me mi aiuterà a censire, raccogliere, condividere le cose che abbiamo in comune con le persone che incontrerò e farne narrazione pubblica e politica.

Petia è un fiume in piena, una giovane donna densa e pregna di storie, aneddoti, identità costruita, decostruita, ricostruita nel corso di una vita che seppur relativamente breve raccoglie il mondo, terre lontane e radici ben piantate in un suolo che ha scavato con le sue mani e la sua passione.

La nostra conversazione parte da ciò che ama di più e che la nutre quotidianamente, ovvero la sua professione. Petia è infermiera, lavora da 11 anni al Santa Maria delle Croci nel blocco operatorio e recentemente è stata eletta alla vice presidenza dell’ordine delle professioni infermieristiche della provincia di Ravenna.

«La professione sanitaria è donna» , esordisce così e mi racconta del suo mondo professionale e dello sguardo di genere che la guida nel leggerne equilibri e squilibri:
Ausl romagna ha 16.998 dipendenti – 12.729 sono donne.
2236 medici di cui il 56% donne.7716 infermieri e infermiere – 82% donne.
1453 dipendenti nel settore amministrativo e anche qui l’82% è donna.
Le dirigenti amministrative sono 50, il 76% del totale.
Dato che stride invece è che su 122 primari, solo 27 sono donne.
Il dato nazionale è chiaro: donne direttrici di strutture complesse sono il 14%, una donna su 10, soprattutto sulle specialità chirurgiche.
Sui direttori sanitari scendiamo al 9%25 donne su 273 uomini.

I pregiudizi legati al genere nelle professioni sanitarie sono qualcosa che Petia percepisce in corsia o in sala operatoria, domande che non sente mai rivolgere ai colleghi maschi: “lei è sicura di quello che sta facendo?” e il tema successivo non può che essere il grande problema delle violenze verbali e fisiche che subiscono infermiere e infermieri sul posto di lavoro e anche qui il fattore “genere” porta le donne ad essere maggiormente colpite.

Il dato che mi riporta Petia è allarmante: l’89% delle infermiere è stata vittima di violenza sul lavoro, che nel 58% è stata anche fisica. 180.000 infermiere, 100.000 con aggressione fisica. (dato nazionale)
Pene aggravate e formazione continua agli operatori e operatrici, perchè possano conoscere tecniche adeguate di de-escalation e cogliere i segnali premonitori di aggressione.

Anche su questi temi l’Ordine delle professioni infermieristiche è attivo e propositivo e proprio sul lavoro culturale dedicato alla divulgazione e informazione sulle professioni infermieristiche Petia vede la strada maestra.

«Che lavoro fanno le infermiere, gli infermieri?» a questa domanda Petia mi racconta che fino a poco tempo fa la risposta non era scontata e c’è ancora molta ignoranza sul ruolo, le competenze, la professionalità degli infermieri e delle infermiere.

La pandemia ha certamente sradicato qualche pregiudizio, ha aumentato la fiducia e l’affermazione della professione infermieristica, ma la strada è ancora lunga. Gli eventi organizzati a Ravenna il 12 maggio, giornata internazionale dell’infermiere, anche in collaborazione con l’ordine della professione ostetrica, hanno avuto un riscontro inaspettato e tanta partecipazione da parte della cittadinanza che ha potuto seguire incontri su temi quali i primi mille giorni di vita, il supporto alla genitorialità, l’uso corretto del numero telefonico di emergenza sanitaria e il primo soccorso in caso di emorragie.

«Petia a proposito di benessere degli operatori e delle operatrici come ti hanno segnata i mesi di emergenza sanitaria? Cosa è stato per voi “da dentro”? Come state?»

Petia mi dice che non ha ancora avuto il tempo di guardarsi davvero indietro ed elaborare tutto quello che ha vissuto in quei mesi drammatici, ma alcune cose le può già condividere; «lavoriamo tutti i giorni con la morte, con il fine vita, con situazioni emergenziali, complesse, dolorose, ma il Covid è stato altro. È stato tutto insieme, in un tempo indefinito. Gli strumenti professionali che ti costruisci negli anni di esperienza sembrano non contare più. Armi spuntate. Un nemico sconosciuto. La paura quotidiana di essere una potenziale minaccia di contagio per la tua famiglia e per i tuoi colleghi. Ore e ore tra di noi. Pianti. Rabbia. Scontri. Crolli. Vedere così tante persone morire tutti i giorni. Tutti i giorni».

Serve un altro sorso di TE.

«Quando hai deciso di fare l’infermiera Petia?»

Sorride. Per rispondere a questa mia domanda il racconto si fa personale e si deve spogliare della divisa da infermiera per ripercorrere i passi che l’hanno portata sin qui.

Petia è nata a Sofia, in Bulgaria nel 1987, da madre bulgara e padre nigeriamo e i primi 8 anni della sua infanzia li ha trascorsi in un istituto. All’età di 8 anni incontra la sua nuova famiglia, ravennate, che la porta fino in Romagna per una nuova vita con la sua sorellina.

«quando ero piccola – ma anche adesso in realtà – dovevo rispondere a domande del tipo: ma perchè questo colore della pelle? perchè quei ricci? E spesso la mia risposta veniva accolta con ironia, un’ironia sul mio essere un mix tra Bulgaria e Nigeria che mi ha spesso infastidita, fatta sentire a disagio. Oggi invece indosso la mia storia con orgoglio».

«Che fastidio quando in un giro di presentazioni tra amici l’unico nome che non capiscono mai, ma dico mai, è il tuo. Petia, mi chiamo Petia» ( ti capisco benissimo Petia, ma tanto).

Una volta arrivata a Ravenna ha dovuto riprendere gli studi ripartendo dalla prima elementare, perdendo due anni scolastici, cosa che non ha vissuto molto bene all’inizio, ma che compensa con il ricordo positivo che ha dell’accoglienza e del coinvolgimento che le hanno dato i bambini e le bambine della sua classe.

Ma i veri punti di svolta sono stati due,lo sport e gli insegnanti incontrati nel suo percorso. «Lo sport è stato il contesto nel quale maggiormente ho espresso la mia identità, dove non mi sono sentita mai manchevole di qualcosa o non all’altezza». In particolare è lo sport di squadra che forma l’animo battagliero, il senso di appartenenza e l’attitudine alla cooperazione e alla collaborazione di Petia. Tra le cose che abbiamo in comune io e Petia ci sono gli anni trascorsi insieme giocando a pallacanestro in una squadra femminile di Ravenna.

«Ho avuto la fortuna di incontrare insegnanti che sono stati modelli per me, che sono stati un sostegno e una guida nella mia crescita. In particolare ricordo gli anni delle scuole medie, ma ancor di più mi hanno segnato gli anni del liceo». Petia arriva al Liceo Classico di Ravenna, dopo un anno investito nel recupero degli anni scolastici persi, con tenacia e impegno supera gli esami e arriva in quella che è la classe delle superiori che lei definisce “ la mia fortuna più grande”.

20 compagne, tutte donne, un ambiente fecondo di relazioni che tuttora fanno parte della sua vita ( anche su questo Petia le cose in comune sono parecchie) e con le quali cresce e sviluppa il suo senso profondo di appartenenza alla comunità scolastica, cittadina. È a scuola che coltiva la passione per la lettura, per l’approfondimento e quella consapevolezza di “essere stata ultima” e questo dice “ me lo sono portata dietro nella vita e nelle mie scelte”.

Giovanna Ricci è la Prof. che vuole ricordare, insegnante di italiano e latino che declamava Dante con un tale pathos che era impossibile non amarlo. E poi la corsa per essere rappresentante di istituto accolta tra commenti spietati del tipo : “donna? e pure nera?”. Nonostante il grande appeal dei ragazzi più popolari, Petia viene eletta.

Dieci stagioni estive, al bagno Mosquito a Marina di Ravenna, negli anni degli happy hour e qui scopre la sua passione per la musica brasiliana, ma soprattutto è qui che impara il valore della relazione con gli altri, del lavoro faticoso, ma gratificante che ti mette in contatto diretto con le persone, le loro vite, le loro storie.

«Gambe gonfie per le tante ore in piedi eh, ma è una stagione della vita alla quale tornerei volentieri» ( e anche qui cara Petia, le cose in comune sono assai).

«Mia madre è la persona che più stimo al mondo. Torno con la mente ai ricordi dell’adolescenza dove nei conflitti più accesi le dicevo che “non mi capiva” e mi rendo conto oggi che invece è la persona che mi comprende, mi conosce nelle mie tante sfaccettature e complessità più di chiunque altro».

Da lei nasce la passione di Petia per la professione infermieristica: <<mi piaceva l’allegria con cui tornava a casa».

Ed eccola di nuovo indossare fiera la sua divisa:

“Il paziente è onesto. Avere una relazione con le persone in un momento di sofferenza, fragilità, paura ti ricongiunge con l’autenticità dell’essere umano”.

La malattia non fa differenza, ci rende tutti uguali – questo per Petia è l’essenza dell’uguaglianza e dell’umanità che trova e riscopre quotidianamente nel suo lavoro. Mi cita il quarto articolo del codice deontologico “IL TEMPO DI RELAZIONE È TEMPO DI CURA”. Solo parlando e stabilendo una relazione sincera con il paziente capisci i suoi bisogni di cura, le sue paure, le ansie. E allora mentra Petia mi racconta appassionata i perchè delle sue scelte, della sua professione penso che quell’articolo dovrebbe essere fondativo e prioritario anche per chi sceglie di fare politica, perchè anche nella politica il tempo dell’ascolto, della relazione, dell’incontro è tempo di cura e costruzione delle risposte ai bisogni concreti delle persone.

Anche il blocco operatorio e la sala operatoria per Petia sono una scelta, ben ponderata, chiara.
Questo reparto è un reparto che dipende dal lavoro di squadra, dove hai bisogno dell’altro, per forza.

«Il tuo sapere con il mio, il tuo punto di vista con il mio»
Petia è appassionata di tante cose, tra queste la Politica.

«Cos’è Politica per te Petia?»

«È sinergia, una scelta quotidiana, è la continua relazione con l’altro. È il tentativo di far comprendere agli altri che il mondo non è solo casa tua. Se apri la porta ed esci capisci che viviamo condizioni, problemi, cambiamenti che riguardano tutti e tutte. È la vicinanza generazionale che sento con chi, come te e Michele, fa politica e che può rappresentare il mio sentire, il mio punto di vista risultandomi credibile perchè accomunati da storie e processi che la nostra generazione ha vissuto in modo diverso dalle altre».

Gli ultimi minuti della nostra lunga chiacchierata li voglio dedicare alle ragioni del suo dono, perchè Americanah? cosa c’è dentro questo libro che sente suo e che vuole trasferire anche a me?

«Beh già l’immagine della copertina mi assomiglia quando porto i capelli sciolti, rigorosamente d’inverno»

Petia, così come Ifemelu, protagonista del libro, è una combattente. La sua lotta ha contorni ambiziosi, lei vuole essere un esempio di come il razzismo si debba combattere e vincere. La sua voglia di comprendere i processi discriminatori che lei stessa spesso vive, oggi, in Italia, a Ravenna nel 2021, l’hanno portata ad approfondire la storia degli Stati Uniti, i suoi movimenti contemporanei che rivelano nelle loro esplosioni di protesta il tessuto culturale e sociale ancora profondamente razzista, violento e discriminatorio che deve svegliare la nostra consapevolezza sulle dinamiche discriminatorie e razziste che analogamente abitano le nostre comunità.

«Lei non è italiana!»
P: «scusi, su che base lo dice?»
«Si vede!»
Ravenna, anno 2019.